Recensione : LOX – The Eight Grades

Attraverso otto portali, il batterista inglese LOX ci spiega cosa hanno in comune Naruto e la comunità nera: un'anima fiera, resiliente e ribelle, che lotta per i propri diritti e trova la sua voce più autentica tra le note del jazz e del soul.

LOX - The Eight Gates

Attraverso otto portali, e la batteria di LOX, si incontrano mondi lontani, distanti anni luce: Naruto e il movimento Black Lives Matter, la determinazione dei personaggi dell’anime giapponese con le grida della comunità nera negli Stati Uniti e non solo. Con le tonalità del jazz e del soul, il batterista dipinge una scena black contemporanea, voci che discutono sopra la sua musica e si chiedono come sarà il futuro. Un omaggio alla blackness più sincera, dall’uomo prima che dall’artista. 

Come in tante storie, Ebow Mensah, vero nome di LOX, si avvicina alla batteria grazie al padre, a 10 anni, trasformando lo strumento in un lavoro già a 16 anni. Da allora ha iniziato a suonare per diversi artisti, del calibro di China Moses e di sua madre Dee Dee Bridgewater, dei Blue Lab Beats e di Greg Spero, tra gli altri. “The Eight Gates” è il suo primo album da protagonista, lui seduto al centro e la band intorno, non solo lo sfondo di grandi artisti. Otto cancelli, otto fasi, otto tracce da attraversare per arrivare all’ultima, “Death”. Una morte simbolica, la fine di un percorso tra il sound tipico del jazz inglese, perfettamente incarnato dall’ultimo, meraviglioso, album degli Ezra Collective, il classicismo degli archi, i ritmi africaneggianti e lo spoken word, fondamentale per capire il messaggio del disco. 

“Your melanin is richer than gold”, dice la voce di una donna in “Pain”, prima di sparire sotto gli echi delle manifestazioni Black Lives Matter. La frase da sola riassume il significato dell’album, un inno di orgoglio, una dedica alla bellezza nera e all’odio ingiustificato che troppo spesso riceve. I temi sono quelli di un Kendrick Lamar agli esordi, la musica quella di Wyclef Jean nella serie “Quantum Leap”, lo spirito quello della Beyoncé che canta “we got rhythm, we got pride” in “Black Parade”. Tutto tradotto in percussioni eleganti e sofisticate, sporcate da verità difficili da accettare. 

Il primo cancello da superare è l’ingresso: “Opening” apre l’album maestosa, archi e chitarra elettrica si dispiegano su una melodia quasi rock. Summer Pearl, grandissima artista londinese, aggiunge a “Healing” un pizzico di ancestralità, cantando su percussioni dall’Africa un testo di guarigione.  “Pain” è il fiore all’occhiello del disco, carico di significato, addolcito dalla musica che con fatica riesce a levigare i graffi sull’anima di una comunità sfregiata. Intorno al quarto minuto e mezzo esplode in un giro di chitarra elettrica potente, come le parole che seguono. “We’re sick and tired to be oppressed, we reached our ultimate limit”, recita una donna su un pianoforte malinconico. La forza di LOX è nelle transizioni, senza accorgercene passa da un momento di carica fortissimo a uno di calma apparente, nello stesso brano o tra uno e l’altro.

Ed è proprio “Limit” il titolo del brano successivo, un neo jazz teatrale e drammatico. “View” sono nove minuti di divertimento con i colleghi Akil Henry e Al Shaham, “Wonder” una serie toccante di messaggi al telefono, sulle note del produttore e tastierista INSXGHT.  L’ultimo cancello, “Death”, si chiude in un rispettoso silenzio, come alla fine di un lungo viaggio dentro il garage di casa, o come ad un funerale. Si rifà allo sfarzo dei precedenti, nonostante suoni come un rispetto, un momento di riflessione su tutto quello che hanno detto le voci del disco. Sulla scia della produzione impeccabile di LOX e della sua band, un mix esplosivo di chitarra, tastiera e, ovviamente, percussioni, mette il punto al progetto.

Superati gli otto varchi, ci rendiamo conto che non c’è una meta finale, un’ultima stanza da raggiungere, un premio. “The Eight Gates” è una testimonianza della comunità nera oggi, nel presente, nel 2026, di come ancora la strada verso la liberazione da razzismo e discrimazione sia lunga e tortuosa. LOX ce la presenta sotto forma di una musica prodotta divinamente, leggera da ascoltare, semplice da comprendere. “Your melanin is richer than gold”, e LOX non lo vuole far dimenticare.

 

LOX – Pain

LOX – The Eight Gates tracklist

  1. Opening 07:25
  2. Healing (feat. Summer-Pearl) 04:29
  3. Life 04:02
  4. Pain 06:45
  5. Limit (feat. Laurie) 06:37
  6. View (feat. Akil Henry & Amal Shaham) 09:01
  7. Wonder (feat. Insxght) 05:56
  8. Death 07:58

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

CANALE TELEGRAM

RIMANI IN CONTATTO

GRUPPO WHATSUP

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

Paul Janoschka - Trio

Paul Janoschka – Trio

Tre moschettieri che alle avventure e ai duelli preferiscono un jazz tranquillo e raffinato. Paul Janoschka guida una squadra infallibile in “Trio”, inno alla quotidianità e alla bellezza di fare musica senza pensarci troppo.

Siselabonga - Halo's Glitter

Siselabonga – Halo’s Glitter

In un viaggio sonoro che scardina i confini dello spazio-tempo, i Siselabonga ridisegnano i codici della musica africana dimostrando che il futuro ha radici antichissime.

Baby Rose - YEARNALISM

Baby Rose – YEARNALISM

In un’epoca digitale che si è dimenticata come si dice la verità, Baby Rose serve su un piatto d’argento un piatto di blues, soul e R&B condito con una voce così particolare che si può paragonare solo a Nina Simone.

Andie Loui - Another Bad Idea

Andie Loui – Another Bad Idea

Andie Loui debutta con un progetto alt-pop che rifiuta i cliché romantici dei vent’anni, preferendo il casino in testa e le paranoie a parole di conforto.