Il libro narra le vicende di Giovanni Drogo, che appena ventenne viene inviato a prestare servizio militare presso la remota fortezza Bastiani, un antico presidio arroccato su una montagna, costruito per difendere il confine dal sospirato quanto improbabile attacco da parte dell’armata dei Tartari.
Dopo la delusione iniziale per essere stato assegnato di ruolo in quella landa desolata, Giovanni lentamente si abitua alla monotona routine della vita nella fortezza, scandita da gesti ripetuti e lunghi silenzi. Il senso del dovere diventa più importante del suo benessere psicofisico, dei rapporti sociali e perfino della sua stessa famiglia. Il soldato arriva ad identificare lo scopo della sua esistenza con il ruolo che gli è stato assegnato dai suoi generali, la protezione del presidio diventa per lui e per i suoi commilitoni un pensiero totalizzante quanto logorante.
Il tempo scorre inesorabile, a parte qualche falso allarme i suoi anni si consumano nell’attesa, mentre diventa lentamente prigioniero delle sicurezze offerte dal suo lavoro.
Ogni giorno osserva quella distesa arida e sconfinata mentre aspetta qualche segnale o movimento che doni un senso ai suoi sacrifici. Prova a tornare in città, ma ormai non riesce più a identificarsi nella vita mondana, neanche le vecchie amicizie o gli affetti riescono ad alleviare il suo sconforto, si sente profondamente cambiato rispetto al ragazzo che era prima della partenza . Nonostante abbia la possibilità di richiedere un trasferimento, sente che l’unica dimensione possibile sia quel remoto avamposto che soltanto qualche anno prima quasi odiava.
Tornato alla fortezza, i suoi occhi stanchi non smettono di scrutare verso nord in cerca di qualche segnale, mentre il passare delle stagioni lascia segni indelebili nel suo corpo e nel suo spirito. Soltanto quando è ormai vecchio e malato, il tanto sospirato e temuto attacco da parte dell’esercito nemico sembra concretizzarsi. Giovanni crede che il momento che ha atteso per una vita sia finalmente arrivato, al contrario, viene costretto da un suo superiore a ritirarsi in città per lasciare il suo posto letto ai giovani rinforzi che presto giungeranno in loro soccorso.
Non assisterà all’evento per cui ha sacrificato la sua gioventù, la sua famiglia e la sua stessa vita. In punto di morte realizza quale sia stata la sua vera missione: non proteggere la fortezza Bastiani, ma essere giunto al suo ultimo istante con l’intima consapevolezza di non provare rabbia e di non temere neanche la morte stessa.
Ho trovato nella vita di Giovanni Drogo, infinite analogie con le nostre esistenze.
La società moderna, richiede agli individui che la compongono di identificarsi completamente con il lavoro che svolgono. Gli schemi monotoni e privi di stimoli delle nostre giornate immerse nel lavoro, diventano spesso l’unica dimensione accettabile e familiare, una scomoda eppure necessaria sicurezza nella quale rifugiare le nostre aspettative, mentre attendiamo un evento esterno un che sconvolga le nostre esistenze.
La fortezza Bastiani è una perfetta allegoria delle case e dei nostri posti di lavoro dove accettiamo silenziosamente solitudine e apatia in cambio di un salario. L’esempio dei nostri colleghi o genitori non ci offre modelli alternativi, ci convinciamo che l’unica strada da intraprendere sia quella già battuta dagli altri.
Il “Deserto dei Tartari” incarna i “forse” e i “potevo” che avvelenano le nostre menti, l’ignoto che attrae ma spaventa allo stesso tempo, le possibilità contemplate ma mai sfidate, la convinzione tossica che la società ha inculcato nelle nostre menti, quella che il tempo libero sia meno importante delle ore trascorse in un posto di lavoro, che la felicità abbia meno valore delle responsabilità e che il prestigio di un ruolo vinca contro i rapporti umani e il sacrosanto diritto di cambiare opinione.








