Due monolitici lavori di dark ambient e drone in casa Cyclic Law, e doomgaze di alto livello da Bordeaux.
NAM-KHAR
“Antimon” su Cyclic Law e Zazen Records è il nuovo lavoro di NAM-KHAR, entità tedesca di ambient e dark ambient dalla forte carica esoterica. Questo disco continua la ricerca cominciata con il precedente “The Sarajevo spiral”, ovvero un viaggio nelle opere di Jung, mentre il disco precedente analizzava la frammentazione socio-politica e il trauma collettivo, “Antimon” si rivolge all’interiorità, esplorando l’emergere di contenuti psicologici inconsci nella coscienza attraverso le prospettive sia freudiana che junghiana.
Questo disco e i suoi suoni si approcciano all’alchimia come una metafora della trasformazione mentale e spirituale, e il lavoro naviga fra luce ed tenebra, presenza fisica e dissoluzione. Il lavoro di NAM-KHAR è molto profondo, la sua musica va a legarsi in maniera profonda ed irreversibile con la spiritualità e la psiche, quell’abisso che Jung ha cercato di sondare imprimendo percorsi originali a quella che è una ricerca millenaria da parte dell’uomo. “Antimon” è un disco che contiene un ambient e un dark ambient con fortissimi riferimenti esoterici, con grande presenza di archetipi, che è poi la marca principale del lavoro junghiano.
NAM-KHAR è ricerca con suoni fatti benissimo e prodotti meglio, tessuti sonori intricati e strutturati molto bene, che richiamano un qualcosa di ancestrale sito dentro e fuori di noi. Rispetto a molti altri dischi di ambient e di dark ambient “Antimon” possiede un marchio di bellezza e di mistero che lo rende un ascolto lungo e assoluto, nel senso di slegarsi da tutto per capirlo e farlo proprio. un vero e proprio rituale sonoro che non ha scopi di intrattenimento, ma quello di spingerci alla ricerca dentro noi stessi.
Suoni profondissimi e spaziali, eco che accompagnano metamorfosi e cambiamenti, perché è questo ciò che siamo, cambiamento continuo, un mutare che materializza e smaterializza, non siamo condizione fissa, e tutto ciò è molto presente in questa opera coerente ed organica, con un dark ambient potente e di grande qualità, con molti elementi di elettronica che vengono direttamente dai grandi del passato.
SUTEKH HEXEN & HISSING
“SH:HS” sempre sulla francese Cyclic Law e sulla statunitense Phage Tapes è il lavoro collettivo dei Sutekh Hexen provenienti dalla Bay Area e degli Hissing di Seattle, due entità musicali che si fondono assieme anche nel titolo che significa Sutekh Hissing Arkestra. Queste due traccie di lunga durata sono una sperimentazione di metal estremo, ambient e drone, “SH:HS” raccoglie due performance intense e distinte registrate nel 2017 e nel 2019. Queste registrazioni, frutto di un’interazione spontanea e di un’esplorazione sonora senza limiti, hanno subito da allora una profonda trasformazione. Nel corso del biennio 2024–2025, entrambi i gruppi hanno rivisitato meticolosamente il materiale, ripulendo, mixando e rimodellando le registrazioni originali con un attento equilibrio tra moderazione e intervento, preservando l’immediatezza delle performance e ampliandone al contempo la profondità e la dimensionalità.
Il risultato è qualcosa di unico, una discesa agli inferi, una caduta a sud del paradiso, tra gli eterni dannati e i loro tormenti, che sono anche i nostri ormai. L’entità Sutekh Hexen fin dalla sua fondazione nel 2010 ha da sempre esplorato un black metal altro, cacofonico e destrutturato, un qualcosa di assai differente rispetto al metal al quale siamo abituati da sempre. Dal canto loro gli Hissing sono portatori di un black death metal nerissimo e cattivissimo, e le loro istanze musicali si fondono molto bene con quelle degli Sutekh Hexen, e tutto qui trasmuta in qualcosa di assai differente ed unico. Le due esibizioni che sono poi diventate le tracce di questo lavoro sono un momentum unico ed irripetibile, una creazione artistica che comincia e finisce qui, con le istanze musicali e non solo di entrambi i gruppi che si fondono per diventare altro, un qualcosa di etereo e di malvagio, una saturazione dello spettro sonoro, suoni profondi, respiri di immensi fantasmi in una cripta cosmica che avvolge tutto.
Questa è la testimonianza sonora della collaborazione dal vivo, ovvero nella sua unica forma possibile, di due modi di sperimentazione all’interno del metal, e qui proprio il metal, quello black e quello death, vengono destrutturati, distrutti e ricomposti sotto altra forma, un immenso drone malvagio ed epico, una forza che succhia tutte le energie, un soffio di morte che a sua volta rigenera, poiché qui non valgono le leggi fisiche e musicali del nostro universo. Un lavoro unico e irripetibile, un grande incontro fra due collettivi che hanno fatto della sperimentazione e della ricerca musicale il loro modus operandi, con un disco bellissimo ed imperdibile per chi ama la smaterializzazione musicale, andare oltre il ritmo, per un metal totalmente sperimentale.
AETERE
“Théogonie” degli Aetere pubblicato da Octopus Rising ha una storia tortuosa ma che finisce benissimo, ovvero con la pubblicazione dello stesso. Cominciamo con lo presentare i due componenti del gruppo, Alice Ronzini e Johan Sebenne, e già sapere da dove vengono dice tutto e niente. Lei viene dalla trincea del garage punk francese, da La Secte du Futur e JC Satan, poi ha preso un’altra strada con il suo progetto solista Ailise Blake che abbiamo recensito qui, qualcosa di più spettrale e interiore. Lui arriva dagli Year Of No Light, che in Francia significano post-metal di altissima scuola, più il progetto ambient-elettroacustico Lacustre. Il progetto prese forma a Bordeaux, dove il duo compose e registrò le sei tracce che sarebbero diventate il loro album di debutto, “Théogonie”. Johan si trasferì a Parigi e avviò il processo di mixaggio proprio mentre scoppiava ila pandemia con relativa chiusura totale.
Nel frattempo, Alice si spostò nei paesaggi rurali della Drôme, portando il progetto in uno stato di quiete sospesa. Quando si riunirono dopo la chiusura gli Aetere tornarono a vivere: i due ripresero il lavoro sull’album, con Alice che completò il mix finale nel suo nuovo Studio 418. Metteteli insieme in una sala prove di Bordeaux e quello che ne viene fuori è un doomgaze che suona come se qualcuno avesse deciso di mettere in musica l’idea di diventare dio, non nel senso arrogante del termine, ma nel senso greco più antico: la “Théogonie” è la nascita del divino, il momento in cui il cosmo prende forma. Il duo lo reinterpreta come nascita del dio interiore, dell’umanità che riconosce la propria scintilla. La sacralità del doom incontra le strutture eteree dello shoegaze, la voce di Alice è quella di una sacerdotessa che ci accompagna alla visione della nascita di un dio e del suo culto, mistero fra i misteri, un qualcosa che nasce dentro di noi. Il disco è un percorso costellato di distorsioni, riverberi, modulazioni con toni bassissimi, un rituale che apre ad infinite possibilità.
Tutto si svolge a sud del paradiso, là dove ci sono ribelli che bruciano e colpe che scoppiano come bubboni infetti.
“Theogonie” è un disco figlio di due sensibilità musicali uniche che portano ad un qualcosa di nuovo e di profondo, molto profondo ed esoterico. È un disco per quando le città che conoscevi non esistono più, per quando le persone che ami vivono lontane, per quando senti che qualcosa si è chiuso e non sai ancora cosa si aprirà. Gli Aetere hanno aspettato anni per farlo uscire, e forse è proprio questo il punto: certi dischi hanno bisogno di maturare nella vita di chi li ha scritti prima di poter parlare alla vita di chi li ascolta.










