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Recensione : Tiwayo – Outsider

Basta ascoltare “Outsider” per recuperare decenni di blues e soul, di perle nascoste tra Stax e Motown e capolavori firmati dalle più grandi voci della storia americana. Non a caso Tiwayo significa giovane vecchio, e non a caso negli Stati Uniti non c’è nato.

Tiwayo - Outsider

Tiwayo è, a tutti gli effetti, un outsider. Francese intriso di blues sudista americano, figlio devoto, follemente innamorato, artista profondamente allergico a ogni forma di violenza: nel suo terzo album “Outsider” il giovane vecchio parigino è semplicemente sé stesso in un mondo in cui per essere fuori dagli schemi bisogna essere folli e incontrollati.

Nato e cresciuto a Parigi, durante uno dei numerosi viaggi negli Stati Uniti un bluesman di Memphis lo battezza “The Young Old”, e tornato a casa il cantante prende le iniziali T.Y.O per farle diventare il suo marchio di fabbrica, Tiwayo. Da lì inizia un percorso che lo porta a pubblicare due album con la storica Blue Note Records, casa tra gli altri di Coltrane e Hancock, tra country-blues, folk e derive indie-reggae. È quell’anima nomade e un zingara che risalta nel primo album, “The Gypsy Soul of Tiwayo”, ritratto in copertina con la stessa espressione di Prince sulla cover di Parade.  Dopo una pausa di tre anni, il fortuito incontro con il produttore e polistrumentista Adrian Quesada, metà del duo candidato ai Grammy Awards Black Pumas, dà vita ad Austin al terzo album, “Outsider”, uscito su Record Kicks.

Undici canzoni in cui tutto è chiaro, non c’è spazio per significati nascosti o sottotesti criptici: Tiwayo scrive una canzone per il padre, una per la madre, una per la moglie, una sull’amore, una sulla solitudine, e quello sono, il significato è tutto messo in bella vista per essere ascoltato. Sceglie un soul più classico, caldo, intriso di blues graffiato, che ha poco a che vedere con l’indie rock dei lavori precedenti. La benedizione di Al Green si sente eccome, negli anni ‘60 sarebbe potuto tranquillamente entrare nel roster della Stax Records. Invece fa parte di una corrente soul viscerale a cui attingono Jalen Ngonda, Durand Jones, Aaron Frazer e i Loaded Honey tra gli altri. Tutti artisti che cantano con l’anima, non con la mente, e l’anima non sa tenere segreti.

In “I’ve Got To Travel Alone” canta dei tormenti di un artista, della solitudine che quella vita comporta, su un ritmo alla “Pain in My Heart” di Otis Redding, incorniciato nell’assolo di Quesada prima dell’ultimo ritornello, catturando l’attenzione quel giusto per non fermarsi alla prima traccia. “Sunshine Lady” nella sua semplicità è forse una delle tracce migliori dell’album, impreziosita dai cori femminili che fanno tanto Motown, come le The Vandellas dietro alcuni dei brani più famosi di Marvin Gaye. Due brani sono dedicati ai genitori: il primo è il drammatico “Daddy Was Born With The Blues”, decorato da archi tetri a narrare le gesta di un padre nato con la musica nel sangue, il secondo è “Mama Gave Me The Will”. All’inizio ricorda terribilmente “Feeling Good” di Nina Simone, prima di tessere le lodi di una madre che ha insegnato al cantante la libertà all’insegna del rispetto, soprattutto verso la donna che ama. Lo dimostra in “Love Of My Life”, ballata soul direttamente dai cataloghi di Sam Cooke e Barry White. 

Non manca il groove dei pezzi più movimentati, tra gli ottoni quasi funk di “Up For Soul” e il ritornello ipnotico di “Electric Spanish”, rimando alla chitarra e alla storia vagabonda del cantante, con l’aggiunta di un altro assolo di Quesada alla fine come ciliegina sulla torta. Nel duetto con Kendra Morris, “Unchained Lovers”, Tiwayo mostra il suo lato più dolce e romantico, mentre in “Dark Skies” lascia andare all’intensità di chi sembra essersi arreso, trasformando il dolore del lutto in una ballata struggente che richiama le atmosfere senza tempo di “Blowin’ in the Wind” di Bob Dylan.

È inutile anche provarci, a scavare a fondo, a cercare di dare doppi sensi alle parole di Tiwayo. Quando dice “mama gave me the will to sing like in Memphis, Tennessee” si legittima a cantare come un vero bluesman, quando canta “you know, I’ve got to travel alone” ci redarguisce sulla solitaria vita da artista, o quando urla “time to be peacemakers” sulla stupenda traccia finale l’unico significato, esplicito, è un no categorico alla guerra. Parla senza mezzi termini, in una lingua lontana dall’eleganza della musica francese per buttarsi nella mischia del soul americano. “Outsider” è il terzogenito di tante influenze che non hanno poco di nuovo o sperimentale, ma tanto di nostalgico, in nove tracce che sanno di vita vera. In un mondo di cantanti intellettuali che fanno a gara al suono più estroso, al testo più complesso, vince la semplicità di un’anima pura come quella di Tiwayo.

 

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