“Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio, edito da Einaudi
Lasciato incompiuto da Fenoglio e pubblicato postumo nel 1968, “Il partigiano Johnny” è riconosciuto come il più originale e antieroico romanzo italiano sulla Resistenza; è la storia del giovane studente Johnny che, dopo l’8 settembre, rompe con la propria vita e va in collina a combattere con i partigiani.
Potrete leggere passaggi come questi:
(…) le domandò se le garbava la fine di quel tale, sorpreso da una ronda fascista in sentir Radio Londra, e arrestato e tenuto per notti in una misteriosa segreta, coi piedi nudi in acqua gelida.
(…) tante ne succederanno che non ne avremo mai più gli occhi asciutti.
In città viviamo come topi, quasi non abbiamo più amici, nessuno si fida più dell’altro.
Basterà che uno qualsiasi di questi renitenti, armato anche lui di catenaccio, o di roncola o di temperino, apposti il fascista sulla sua strada di prepotenza, e gli si cali addosso. Alle spalle, beninteso, perché non si deve affrontare il fascista a viso aperto, egli non lo merita, egli deve essere attaccato con le medesime precauzioni che un uomo deve prendere con un animale. Gli si cala addosso, lo ammazza e lo trascina per i piedi in un posticino dove seppellirlo, cancellarlo dalla faccia della terra. E sarebbe consigliabile portarsi dietro una scopetta con la quale cancellare per l’eternità persino l’impronta ultima dei suoi piedi sulla polvere delle nostre strade.
Partigiano è, sarà chiunque combatterà i fascisti.
Ognuno di voi è infallantemente sicuro di riuscire un partigiano. Non dico un buon partigiano, perché partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità.
Sarà violenza da tutte le parti (…).
(…) un uomo oltre i trent’anni, attaccò un carabiniere (…) e gli inflisse un pugno ed un calcio. – Lascialo. – Glieli ho dati per mio padre! – Questi te li ha dati mio padre! – Che ha fatto a tuo padre? – Già, che ho fatto io a tuo padre? – si lamentò il carabiniere. – Tu niente. Ma altri carabinieri, carabinieri come te, l’arrestarono per un furto non commesso da lui e per farlo confessare lo picchiarono sul petto con sacchetti di sabbia! Da allora non finì di tossire fino alla morte.
– A te te n’importa della religione? – Diciamo che mi importa assai di più dei rapporti fra uomo e uomo, – disse Johnny.
– Tu sei comunista, Tito? – Io no, – sbottò lui: – Io sono niente e sono tutto. Io sono soltanto contro i fascisti. Sono nella Stella Rossa perché la formazione che ho incocciata era rossa, il merito è loro d’averla organizzata e d’avermela presentata a me che tanto la cercavo, come finora non ho cercato niente altrettanto intensamente. Ma a cose finite, se sarò vivo, vengano a dirmi che sono comunista!
Ci son troppi marmocchi nei partigiani, e troppo pochi soldati veri, d’esperienza militare.
I partigiani sono l’opposto diametrale dei reparti regolari, lo capirebbe anche un bambino. Dobbiamo inapparire, agire e risparire, mai fermi, sempre ubiquitous, e pochi e mai in divisa. (…) Dobbiamo dare la puntura alle spalle e svanire, polverizzarci e tornare alla carica alla stessa misteriosa maniera. I fascisti superstiti debbono aver l’impressione che i loro morti sono stati provocati da un albero, da una frana, da… un’influenza nell’aria, debbono impazzire e suicidarsi per non vederci mai.
– Come commissario di guerra, io tengo un corso di marxismo. Non è esteso a tutti gli uomini della brigata, ovviamente, e neppure mi illudo sui frutti che potrò cogliere da certuni elementi ammessi, ma gradirò moltissimo la tua frequenza ed attenzione –. (…) – Non sono qui per nessun corso, escluso un corso di addestramento per eventuali armi nuove, quelle che lei spera dagli inglesi. Io sono qui per i fascisti, unicamente. Tutto il resto è cosa di dopo.
Qualche volta Johnny scortò il maresciallo, con altri, nelle requisizioni. La gente concedeva con mani lente, rincresciose di quanto porgevano, ritirando il buono di requisizione e rimirandolo come oggetto chimerico, e quasi nessuno si tratteneva dal fornire all’impassibile maresciallo, annotante in silenzio, ulteriori indirizzi di gente che poteva fornire di più e di meglio. Era la lenta, forcipata nascita della coscienza fiscale in Italia? pensava Johnny.
Dimmi Johnny; sei salito tra noi con soldi di scorta? – Naturalmente. – Questo è male, mister. Questo denota lampante incompletezza di animus partigiano, una sostanziale, inferiore concezione della vita partigiana. Equivale a portare un abito borghese nel tascapane militare, tu m’intendi. Dovevi come noi salire in collina senza un centesimo. Avresti capito tutto assai di più e fatto più interamente il tuo dovere. E quando vai per requisire non faresti lo schizzinoso e il tenero ed il superiore, come mi riferisce di te il maresciallo intendente –.
Tito stava scrivendo a casa. (…) E’ consigliabile, – ora avvertiva: – scrivere in cifra. Bisognava accordarsi prima, come ho fatto io alla partenza, sul testo. Per esempio, i miei sanno che quando scrivo “padrone” alludo al comando partigiano, con “lavoro normale” intendo dire che non ho corso e non corro pericoli, e così avanti. Ora hai voglia di scrivere a casa anche tu, eh? Ma se non ti sei accordato prima coi tuoi, te lo sconsiglio, è troppo rischioso. Agli uffici postali i fascisti hanno i loro agenti, che poi passano le lettere interessanti agli uffici postali.
Anche i comunisti, come i fascisti, professano il dogma del numero-potenza.
(…) nella sua spina dorsale si spiralò, lunga e lenta, l’onda della paura della battaglia ripensata. Anche agli altri doveva succedere lo stesso, perché tutti erano un po’ chini, e assorti, come a seguire quella stessa onda nella loro spina dorsale. Una battaglia è una cosa terribile, dopo ti fa dire, come a certe puerpere primipare: mai più, non mai più. Un’esperienza terribile, bastante, da non potersi ripetere, e ti dà insieme l’umiliante persuasione di aver già fatto troppo, tutta la tua parte con una battaglia. Eppure Johnny sapeva che sarebbe rimasto, a fare tutte le battaglie destinate, imposte dai partigiani o dai fascisti (…).
(…) aveva proposto il nome di battaglia di Stalin, ma Némega (il commissario di guerra, nda) gliel’aveva bocciato con un’austera impetuosità, quasi a prevenire una desecrazione.
Io non ho che una religione (…) quella di non uccidere fuori combattimento. Il cuore mi dice che se lo facessi farei io la stessa fine.
(…) l’episodio più impressionante per la vecchia era di quel partigiano immobilizzato da una pallottola in un ginocchio. I suoi compagni l’avevano deposto ed occultato, a mezza costa, in una di quelle capannine mezze in muratura in cui i contadini d’autunno essicano le castagne. Una pattuglia di tedeschi v’era arrivata, socchiusa la porta con dolcezza, visto l’uomo immobile e salutatolo. Poi richiusero ed incendiarono il tutto. – Avreste dovuto vedere il fumo disse la vecchia: come si dice che cambiò il colore, come di magro si fece grasso, quando avvolse, oltre che il resto, l’uomo.
I giovani erano tutti lontani: la metà semplicemente intanata, ma l’altra metà sicuramente partigiana (…).
(…) come capitò a Johnny di sentire in una delle non infrequenti e non troppo amichevoli conferenze tra garibaldini e azzurri, questi ultimi sostenevano e vantavano la loro ufficialità, il grado di istruzione e la loro estrazione sociale, implicitamente svilendo e criticando i semplici rossi che si affidavano ciecamente a operaiacci e ad altri tipi così imprevisti e déracinés da apparire assolutamente i prodotti di una misteriosa generazione spontanea. Quanto all’etichetta politica, i capi badogliani erano vagamente liberali e decisamente conservatori, ma la loro professione politica, bisogna riconoscere, era nulla, sfiorava pericolosamente il limbo agnostico, in taluni di essi si risolveva nel puro e semplice esprit de bataille. L’antifascismo però, più che mai considerato, oltre tutto, come una armata, potente rivendicazione del gusto e della misura contro il tragico carnevale fascista, era integrale, assoluto, indubitabile.
Una disfatta rossa era una disfatta comune, pur se quasi mai garibaldini e badogliani collaborarono, ognuno combattendo singolarmente il nemico fascista, ognuno stimando il fascista suo proprio ed esclusivo nemico.
(…) guarda i miei compagni. Sono quindici, e posso dire che sono la crema della nostra brigata. Ebbene, uno solo è comunista, quello tarchiato, con le lentiggini e gli occhiali. Ed io sono il meno comunista dei quattordici non comunisti. Eppure son pronto a mangiare il cuore a chi facesse appena un risolino alla mia stella rossa.
Buona parte degli informatori erano ragazzini, monelli (…) e Johnny si persuase che, tutto sommato, essi erano i più attendibili: avevano un occhio profondamente acuto e selettivo, familiarità con i mezzi e le caratteristiche della guerra moderna e possibilità di accostare impunemente gli eventuali raggruppamenti fascisti. Preti a parte, naturalmente. I preti costituivano la fonte più cauta e più precisa (…).
I fascisti sono un di più. Ci ammazza da solo il freddo.
– Fascisti? – Sono passati ieri mattina e ripassati ieri pomeriggio. (…) Mi hanno portato via tutti i polli e conigli, il vitello e il porcellino. E col fucile mi hanno ucciso il cane che di loro non voleva saperne.
Le spie. Esistono le spie. Non ci avevo mai creduto, nemmeno nei romanzi e nel cine. Ma esistono. Vorrei scoprirne una e sta certo che qualunque morte le facessi fare non ne sarei soddisfatto. E tu sai che io non sono sanguinario, Johnny. Tu che ne dici, Johnny? M’hai seguito nel mio discorso? – L’aveva seguito, ma non aveva potuto rispondere, tutto posseduto dall’immaginario di quello che avrebbe fatto a una spia.










