Recensione : Quando Michael Jackson sfidò le multinazionali e i potenti del globo con una canzone profetica e tristemente attuale : vi racconto come è nata “Earth Song”

Vienna, 1 Giugno 1988.
Michael Jackson ha da poco fatto ritorno alla lussuosa suite dell’hotel Marriott dove alloggia.Qualche ora prima si è esibito al Praterstadion (oggi Ernst-Happel-Stadion) davanti a 55.000 fan.
Il suo secondo album da solista, “Bad”, è un successo planetario, il mondo intero è ai suoi piedi.
E’ stanco Michael, l’intensità delle sue performance live e l’attenzione maniacale con la quale cura il processo produttivo di ogni suo lavoro lo hanno reso un’icona in grado di influenzare intere masse, ma lo sottopongono anche a continui stress e impegni asfissianti.
Spalanca l’enorme finestra della stanza imperiale affamato d’aria, davanti al suo sguardo si rivela tutta la maestosità dell’antica capitale dell’impero Asburgico, un museo che sotto il cielo stellato di inizi giugno rivela tutta la sua commuovente bellezza.
Nonostante il successo internazionale che ha riscosso, c’è qualcosa che turba Michael da anni, che lo tiene sveglio durante le notti. Sente una voce nel suo cuore, somiglia a quella di un bambino che ripete sempre la stessa frase:
“Help me”.
In passato aveva udito pronunciare quella richiesta con tono supplichevole, quasi spezzata da un pianto soffocato. Durante gli ultimi anni, con l’aumentare del suo potere, quella voce è diventata un urlo, un’urgenza per la quale Michael è pronto sacrificare il suo regno se fosse necessario.
Seguire quel richiamo lo ha già portato a realizzare delle opere uniche, soltanto qualche anno prima con l’aiuto di Lionel Ritchie e Quincy Jones, è riuscito a riunire sotto il nome di “USA for Africa” un super gruppo di 45 artisti. Dalla sua visione e da quelle inconfondibili voci, nacque “We are the world”, che tradotta vuol dire 100 milioni di dollari donati all’Etiopia, afflitta da una disastrosa carestia in quel 1985.

Soffre Michael, nonostante il suo impegno e il suo contributo economico, il destino del pianeta terra gli appare funesto, le multinazionali continuano ad abbattere senza pietà gli alberi in Amazzonia e il divario tra le classi sociali è purtroppo in continuo aumento.
Mentre ad Hollywood o alla Casa bianca si organizzano sontuosi ricevimenti a base di aragoste e pregiati vini stranieri, milioni di bambini li’ fuori muoiono ancora di fame e di sete.
Non può accettare tutto questo, ancora una volta deve fare qualcosa per risvegliare le coscienze, stavolta tramite un messaggio che riesca finalmente ad aprire gli occhi di chiunque, anche dei signori della guerra e dei presidenti di ogni nazione.
Osserva incantato il profilo della città’, la stessa dove è nato secoli prima un genio come Mozart, che con la sua musica era in grado di far vibrare l’animo umano in inspiegabili modi. La sua mano afferra la penna, il cuore sta dettando le parole, deve soltanto ascoltarle mentre già un’orchestra invisibile suona nella sua testa:

“..What have we done to the world?”
“What we’ve done”
( Cosa abbiamo fatto al mondo? Guarda cosa abbiamo fatto)

E’ appena stata concepita “Earth song”, che vedrà la luce soltanto 7 anni dopo, non prima di un estenuante lavoro, fatto di strofe registrate innumerevoli volte e arrangiamenti modificati. Il testo c’era, ovviamente scritto da lui stesso, liriche profonde, profetiche, la musica da lui ideata le enfatizzava perfettamente fondendo la profondità del blues e la spiritualità del gospel. Mancava qualcosa però per completare il quadro, Michael si struggeva per completare il suo inno, fin quando Bill Ross e la sua orchestra riuscirono a donare alla canzone la giusta sacralità e drammaticità. Lo spirito di Mozart era intervenuto in loro soccorso, il suono degli ottoni aveva donato un’atmosfera da opera semplicemente da brividi.
Gli acuti sulla parte finale, registrati al buio, risuonavano nello studio come un urlo carico di speranza, chi era presente poteva soltanto sentirlo poiché le luci spente ne nascondevano la figura, ma nell’oscurità scesero tantissime lacrime quella notte.
Il videoclip ufficiale, uscito il 7 Novembre 1995, sette anni dopo quella notte di Vienna, è uno struggente capolavoro diretto da Nick Brandt.
All’inizio, il dolce suono del pianoforte introduce lo spettatore in un pianeta ancora vergine e incontaminato, finchè le riprese di quell’Eden vengono sporcate dalle immagini che testimoniano gli sciagurati sfregi commessi dall’essere umano ai danni di Madre Terra.
Michael è vestito di nero, sopra il suo volto e i suoi abiti ci sono fuliggine e cenere, mentre cammina attraverso uno scenario apocalittico.

“Ti sei mai fermato per notare tutti i bambini morti a causa della guerra?
Ti sei mai fermato per notare questa terra piangente, queste coste in lacrime?”

L’intensità della canzone cresce, il regista ci porta in Jugoslavia tra le vittime della guerra e i superstiti che vagano tra le macerie, anche in Amazzonia dove le popolazioni indigene piangono i loro fratelli alberi decapitati in nome del profitto. Troppi animali sono diventati gli innocenti martiri di questo diabolico piano, il loro habitat naturale viene sconvolto dalla brama di denaro dell’essere umano, che abbatte foreste millenarie senza alcun rimorso, che uccide creature indifese senza pietà, che incatena esseri nati liberi per intrattenere un pubblico pagante. La sua malvagità non risparmia neanche gli oceani e i mari, minaccia di estinguere i mammiferi e i pesci che vengono trucidati in massa.
Il ricordo dei giorni in cui sembrava possibile la pace, quando l’uomo era capace di convivere in armonia con l’ambiente che lo ospitava sembrano lontani, eppure sono ancora vivi nei cuori degli umili, che adesso supplicano inginocchiati mentre affondando le mani nella terra. Hanno lo sguardo rivolto verso il cielo, il corpo stretto al suolo dove hanno mosso i primi passi, il luogo che li ha osservati crescere con lo sguardo premuroso di una madre.
Improvvisamente, una bufera incontenibile soffia i suoi venti sul pianeta, rimarginandone le profonde ferite. Dove c’era morte torna la vita, il dolore fa spazio ad una nuova speranza che avvolge il mondo. Michael accoglie la tempesta a braccia aperte, si aggrappa al tronco di due alberi mentre urla:

“ Che ne è dei mari?
I Cieli stanno cadendo. Non posso neanche respirare
Che ne è della terra che sanguina?
E’ il grembo del nostro pianeta”

Non resiste alla forza degli elementi, è lui che sembra scatenarla con la sua voce per ricordarci che non c’è molto tempo, non possiamo rinnegare il legame profondo che ci rende responsabili delle azioni che compiano durante il nostro passaggio sulla terra.
Qualche giorno fa stavo vedendo una vecchia intervista che qualcuno fece a Bob Marley poco dopo l’uscita di “War”. Con la sua profonda saggezza, Bob affermava che molti si sbagliano quando credono che il genere umano abbia il potere di distruggere il mondo.
Con i suoi sporchi metodi, con la sua famelica economia, l’uomo potrà annientare soltanto se stesso.
Questo pianeta c’era prima del nostro arrivo e continuerà ad esserci, il nostro unico dovere è consegnarlo alle future generazioni in condizioni migliori di come lo abbiamo trovato noi.

A volte riusciva ad udire un timido “Grazie”, pronunciato dalla medesima voce che implorava aiuto poco tempo prima, squarciando i silenzi della sua solitudine.
Tramite il suo innato amore per la vita, Michael Jackson ha mostrato a tanti potenti che un vero re sa come prendersi cura del suo regno, la sua filantropia ha portato aiuti concreti a tante persone in difficoltà, si stima che tra donazioni ufficiali e anonime, abbia donato oltre 500 milioni di dollari in beneficienza.
Fu memorabile la sua esibizione ai Brit award del 1996, quando alla fine di “Earth song” si spogliò di un abito scuro per scoprire un candido vestito simile ad una tunica. C’è addirittura chi lo criticò per aver assunto delle sembianze messianiche. Personalmente vedo nel suo gesto un desiderio di purificazione, di scrollarsi di dosso lo sporco che ha visto e percepito con la sua sensibilità. Non mi vergogno di confessare che, anni dopo, come le persone che quella notte erano presenti mentre veniva ultimata “Earth song”, ho versato lacrime ascoltando la sua voce e guardando le immagini del video ufficiale.

Credo che la bellissima musica che ci ha lasciato non sia la sua unica eredità, la sua fame di vita ha alimentato il suo incredibile talento, la sua passione è stata un esempio raro di empatia e amore verso il prossimo. Suppongo di sapere perché Michael amasse cosi’ tanto i bambini e gli animali, i loro cuori puri erano gli unici capaci di parlare al suo. Proteggendo loro difendeva anche la sua innocenza rubata, era capace di illuminare gli altri anche se spesso si sentiva smarrito nelle tenebre.
Anche se ne parlo con tanta passione, riesco a vedere l’uomo oltre il mito, proprio per questo riesco ad apprezzare l’impronta indelebile che ha lasciato nel mondo, nonostante le barriere e le calunnie che furono create per sabotare la sua missione . Con un’altra sua stupenda canzone, “Heal the world”, ci avevi implorati di guarire il mondo. Forse è arrivato davvero il momento di rivoluzionare il nostro rapporto con il pianeta dove viviamo.
Spero che dopo la lettura di questo racconto, uscendo dalle vostre case, possiate soffermarvi su quanta bellezza merita di essere difesa.
Chiudi gli occhi, respira forte, aprili di nuovo.
Forse riuscirai a sentire anche tu la “Canzone della terra” vibrare nell’atmosfera.

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