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Recensione : Bonner Kramer and Thurston Moore – They came like swallows

Due amici, ancor prima di essere noti esponenti del mondo alternative rock (e sperimentale) come il cantante/chitarrista Thurston Moore e il producer e polistrumentista newyorchese Mark “Bonner” Kramer (tra i fautori della creazione del sound etereo slowcore/dream pop di band come i Galaxie 500 e dei Low, oltre a collaborazioni con John Zorn, Half Japanese, White Zombie, Daniel Johnston e altri, nonché fondatore della label indipendente Shimmy-Disc) si sono ritrovati, qualche anno fa, a Miami, a casa dell’ex (?) voce e chitarra/frontman dei Sonic Youth (oltre ad aver creato e/o preso parte a innumerevoli altri progetti) dopo essersi conosciuti a New York agli albori degli Eighties – prima di intraprendere avventure di vita diverse.

I due musicisti, da diverso tempo, avevano in animo di collaborare insieme per registrare musica, e l’occasione si è finalmente presentata in Florida, dove, nell’appartamento di Moore, era stato allestito una postazione di registrazione mobile, e i nostri hanno sviluppato alcune idee da cui partire (iniziando dalla cover di un brano dei Joy Division, “Insight“, poi inclusa in questo album collaborativo) per poi lanciarsi a comporre gran parte del materiale sul momento e all’insegna dell’improvviszione sperimentale e del “buona la prima”.

Il risultato di queste intense sessioni creative è racchiuso tra i solchi di “They came like swallows“, disco (uscito su Silver Current Records) che presenta, in copertina, una didascalia pesante come un macigno: “Seven requiems for the children of Gaza“, e infatti l’opera nasce con un’idea trasfomatasi in un preciso obiettivo concordato da Kramer e Moore: quello di concepire i brani come se fossero inni di preghiera rivolti alle anime straziate dalla guerra delle famiglie palestinesi (dal 2023 strette nella morsa letale di un genocidio territoriale ed etnico perpetrato ai loro danni, nella striscia di Gaza, dalla brutalità suprematista del colonialismo israeliano e dal loro progetto imperialista espansionista della “Grande Israele”, che sta causando decine di migliaia di morti e una lunghissima scia di distruzione nelle terre della Palestina storica) offrendo la propria arte come forma di attivismo sonoro ed energia benefica per provare a ridare bellezza e una flebile speranza a quel che resta della dignità umana, musica dell’anima come auspicio per qualsiasi possibilità di un pianeta in pace.

Sette brani – escluso, chiaramente, il rifacimento cantato di “Insight” dei Joy Division, posto in chiusura del long playing – dai toni cupi e severi, in cui il duo sceglie di non usare parole o slogan ridondanti, lasciando che a parlare siano esclusivamente le note e gli strumenti, per raccontare un dramma umanitario che ci fa sentire tutti emotivamente indignati e impotenti, soprattuto davanti alle immagini e alle cifre spaventose sul numero dei bambini trucidati dall’esercito invasore (e ricordiamo che Thurston è un convinto sostenitore della causa palestinese, ha aderito alla campagna internazionale BDS di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele per le sue pratiche di apartheid, ed è tra i firmatari dell’iniziativa di Musicians for Palestine in appello a Live Nation per il boicottaggio dei concerti degli artisti in Israele).

L’opera, ricalcando uno stile minimalista che si riallaccia allo spirito di altri album collaborativi del passato (come “Church of Anthrax” di John Cale e Terry Riley) disegna paesaggi sonori che si stagliano tra composizioni avanguardiste, progressive ambient e il noise rock sperimentale a cui da anni ci ha abituati Moore coi suoi lavori solisti. “Urn burial” squarcia l’etere con un organo vorticoso e chitarre dissonanti che cavalcano percussioni tribali, lasciando nell’ascoltatore un senso di inquietudine e straniamento; “The redness in the west” è caratterizzato da archi solenni, tra violoncelli e viole di Kramer che si sfidano e si struggono per stare al passo con le distorsioni chitarristiche di Moore; “The third migration” è un ciclone elettrico che Kramer prova a smorzare attraverso le note di un piano; la title track (parafrasando lo stesso titolo di un romanzo dello scrittore William Maxwell, il cui protagonista era un bambino che vive il dramma dell’epidemia dell’influenza “spagnola” che nel 1918 causò milioni di morti, e forse il parallelo è voluto con gli occhi dei protagonisti che, oggi, interpretano l’angoscia del descrivere l’epidemia di violenza cieca e bruta esercitata da esseri umani contro altri esseri umani, che sta devastando un popolo) è il brano in cui le fragranze “Sonic Moore” si impongono maggiormente sull’improvvisazione e le svisate d’organo; “The living theater” è caos calmo in cui si avverte un costante senso di minaccia sonora trattenuta dall’esplodere; “The oceans are crying” è un altro esempio di incontro/scontro tra la tensione noise di Moore e la produzione atmosferica Krameriana; chiude “Insight” (estratta ed elaborata da quel monolite del post-punk e pietra miliare della storia del rock ‘n’ roll tutto, “Unknown pleasures“) con la sua coda malinconica che trasuda una solenne grazia interiore e si ammanta di struggente bellezza nel cantato a due voci, con quell’ “I’m not afraid anymore” ripetuto dai due come un mantra per esorcizzare la banalità del Male che in questi tempi sta distruggendo il nostro pianeta.

Vecchi amici che si ritrovano e si divertono a suonare, senza pensarci troppo e solo per il gusto di farlo, nonostante la gravità morale dell’idea di fondo che sorregge la materia sonora: è questa l’essenza che permea “They came like swallows“, raggiungendo un equilibrio tra arrangiamenti meticolosi e sanguigna irruenza chitarristica, e riservando un’attenzione particolare per la melodia e la struttura delle composizioni, al punto che ogni confine netto tra brano e improvvisazione risulta sfumato. Free Palestine!

TRACKLIST

1. Urn Burial
2. The Redness In The West
3. The Third Migration
4. They Came Like Swallows
5. The Living Theater
6. The Oceans Are Crying
7. Insight

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