Dopo quindici anni, gli Orange tornano con un garage rock breve, nervoso e solare: due minuti e ventuno di inaccessibile giovinezza.
C’è sempre qualcosa di sospetto nei ritorni. Soprattutto quando avvengono dopo quindici anni. Il rischio è quello della fotografia ritoccata: la band che rientra in scena lucidando il proprio passato, cercando di farlo sembrare ancora presente. Oppure, al contrario, quello dell’aggiornamento forzato, del tentativo un po’ imbarazzato di dimostrare che si è rimasti al passo. Gli Orange, con “Grow Up”, sembrano evitare entrambe le trappole. Non tornano per spiegare chi erano. Tornano come se avessero lasciato la macchina accesa fuori da un bar e fossero semplicemente rientrati a prendere le chiavi.
Il nuovo singolo, pubblicato da Waddafuzz Records e prodotto da Ivan Rossi, dura appena due minuti e ventuno secondi. È poco, ma è anche la sua misura esatta. Non c’è un’introduzione che prepara il terreno, non c’è un grande gesto programmatico, non c’è la solennità del rientro. “Grow Up” parte con l’urgenza delle cose che non hanno voglia di farsi autorizzare. Chitarre garage, andamento secco, voce ruvida, una melodia che si infila subito nel pezzo e ci resta appiccicata sopra come il sale sulla pelle a fine giornata.
Gli Orange sono il progetto di Francesco Mandelli ed Enrico Buttafuoco, tornati dopo una lunga assenza discografica. Tra il 2007 e il 2013 avevano attraversato i club italiani con due dischi, “Certosa” del 2009 e “Rock Your Mocassins”del 2011, portandosi dietro un’idea di rock fatta di garage, indie, sudore e una certa imperfezione ostinata. In “Grow Up”quella matrice c’è ancora, ma non viene trattata come una reliquia. Il suono è più nitido rispetto al passato, meno impastato, ma non per questo addomesticato. È come se qualcuno avesse aperto le finestre della solita sala prove senza togliere l’odore degli amplificatori.
Il brano vive in quel punto preciso in cui una canzone sembra sul punto di sfasciarsi e invece trova una forma. Ha la sfrontatezza delle cose semplici, ma non la pigrizia delle cose facili. La batteria tiene il passo, le chitarre spingono senza cercare pose eroiche, la voce resta dentro una specie di entusiasmo scorticato. Poi arriva l’organo di Alberto Bazzoli dei Baustelle, e il pezzo cambia temperatura. Non diventa più elegante: diventa più mobile. Prende una luce da garage sixties, da festa improvvisata, da provinciale sabato pomeriggio che all’improvviso decide di comportarsi come una scena di un film americano senza budget.
È qui che “Grow Up” funziona meglio, nella fisicità. È una canzone da movimento, non da contemplazione. Fa venire voglia di uscire, di camminare più veloce, di guidare senza una destinazione troppo seria. Ha qualcosa di estivo senza essere balneare, di adolescenziale senza essere infantile. Non racconta il ritorno come un evento, ma come una ripartenza minima ma non diventa retorica ed efficace a far superare l’idea di un semplice esercizio di stile.
Anche il titolo, “Grow Up”, sembra giocare con una contraddizione. “Cresci”, certo. Ma il pezzo sembra rispondere: va bene, però non adesso. O almeno non nel modo in cui ce lo hanno spiegato. Qui crescere non significa diventare composti, rinunciare al rumore, mettere in ordine gli strumenti e il curriculum. Significa forse sapere cosa togliere. Sapere che una canzone di due minuti può dire più di un ritorno annunciato con troppa enfasi. Sapere che il garage rock, quando funziona, non deve sembrare importante: deve sembrare necessario.
Gli Orange non provano a reinventarsi, e forse è proprio questo a rendere credibile il loro ritorno. “Grow Up” non ha l’aria di un manifesto, né quella di un’operazione nostalgia. È un singolo diretto, sporco quanto basta, melodico senza diventare educato, costruito su un’energia che non chiede di essere spiegata. Arriva, ti prende per il colletto, ti fa battere il piede e se ne va prima che tu possa decidere se è una cosa intelligente o solo molto divertente.
Dopo quindici anni, era facile tornare con un pezzo carico di intenzioni. Gli Orange fanno qualcosa di più utile: tornano con una canzone. E per due minuti e ventuno, mentre l’organo spinge, le chitarre corrono e tutto sembra andare verso un mare qualunque, crescere può aspettare.
“Grow Up” – ascolto su Spotify






