The Bad Plug – Farm House – recensione

Una filastrocca per bambini diventa una favola urbana fra synth-punk e istinti animali.

Coccodrilli, serpenti, scimmie e aquile. Tutto questo e molto altro abita la città dei The Bad Plug. Ognuno col suo vizio, con il solo istinto di sopravvivere a tutti i costi.

Il secondo singolo Farm House, che anticipa il primo EP Plugology, in uscita per Wild Honey Records il 27 novembre, è una filastrocca per bambini. Presa, smontata e ricomposta. Prende così vita una storia surreale di vita metropolitana, dove gli animali conservano nomi e sembianze, ma le loro abitudini assomigliano pericolosamente alle nostre.

Nati all’interno di un umido box auto a Milano, Francesco Zoppis (voce  chitarra), Edoardo Sechi (sintetizzatore) e Andrea Spinozzi (batteria) hanno tracciato fin da subito il loro percorso: un intretto di synth-punk, garage e rock’n’roll tra EP autoprodotti, cassette e concerti. Canzoni che parlano di una Milano deformata, popolata da ossessioni, desideri e personaggi grotteschi. Un ambiente in cui gli animali di Farm House possono sentirsi permettamente a casa.

Il titolo del nuovo EP incrocia Fun House degli Stooges e Animal Farm di George Orwell. Due riferimento che non lasciano dubbi sulle coordinate del brano: rock’n’roll più fisico e un bestiario attraverso cui osservare i comportamenti umani. La filastrocca moderna è tenuta assieme da un giro di basso synth ossessivo, un muro di chitarre e una batteria pestata. La ripetizione non è casuale: trascina il racconto dentro un paesaggio sempre più oscuro e assurdo. Qui, ogni animale ha imparato fin troppo bene come si sta al mondo.

Un singolo che morde, un EP che promette di divorare tutto.

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