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Recensione : Pasolini su Pasolini di Pier Paolo Pasolini e Jon Halliday

Le conversazioni fra il giornalista e storico inglese Jon Halliday e Pier Paolo Pasolini sono state realizzate nel 1968.

Pasolini su Pasolini di Pier Paolo Pasolini e Jon Halliday

Pasolini su Pasolini di Pier Paolo Pasolini e Jon Halliday, edito da Guanda

Le conversazioni fra il giornalista e storico inglese Jon Halliday e Pier Paolo Pasolini sono state realizzate nel 1968. La ricchezza della personalità dell’intervistato, la curiosità dell’intervistatore e la varietà d’interessi di entrambi fanno sì che le conversazioni non vertano solo sul cinema, ma affrontino anche la vita di Pasolini toccando argomenti che hanno sempre destato in lui interesse e passione, come la religione e il rapporto fra Chiesa e cultura in Italia. Un libro che mette a fuoco problemi ancora attuali nel nostro Paese.

Potrete leggere passaggi come questi:

Avevo sempre pensato di odiare mio padre, ma in realtà non era così; avevo con lui un rapporto conflittuale, nei suoi confronti ero in uno stato di tensione permanente e addirittura violenta. Per questo c’erano molti motivi. Il principale: che era prepotente, egoista, egocentrico, tirannico e autoritario, anche se allo stesso tempo straordinariamente ingenuo. Inoltre, era un militare, un ufficiale, e pertanto nazionalista; aveva simpatie per il fascismo, e questa era un’altra ragione obiettiva che giustificava pienamente lo scontro.
(…) il fascismo era ostile per ragioni ideologiche ai dialetti in quanto costituivano una forma di vita reale che voleva nascondere.
Mio padre non era religioso e non credeva in Dio, ma essendo nazionalista e fascista era, naturalmente, attaccato alle convenienze, e ci portava a messa la domenica per ragioni “sociali”.
Non mi piace il cattolicesimo perché non mi piacciono le istituzioni in generale. D’altra parte, penso che sarebbe retorico dichiararmi cristiano – anche se, come ha detto Croce, nessun italiano può non dirsi cristiano, culturalmente parlando. Ma tutto questo è ovvio, e le banalità mi irritano.

Nell’immediato dopoguerra i braccianti erano impegnati in una massiccia lotta contro i grandi proprietari terrieri del Friuli. Per la prima volta in vita mia, mi trovai, fisicamente, del tutto impreparato, e questo perché il mio antifascismo era puramente estetico e culturale, non politico. Per la prima volta mi trovai di fronte alla lotta di classe, e non ebbi esitazioni: mi schierai subito con i braccianti. I braccianti portavano sciarpe rosse al collo, e da quel momento abbracciai il comunismo, così, emotivamente. Poi lessi Marx e alcuni dei pensatori marxisti.
(…) ogni italiano è marxista, così come ogni italiano è cattolico. Il prete intelligente analizza sempre la società in termini marxisti, lo fa perfino il Papa. Una frase usata da Paolo VI che misi nel mio Uccellacci e uccellini fu creduta da tutti una frase di Marx. Il marxismo è parte della cultura italiana.
Il moralismo è una malattia tipica di parte della sinistra italiana, che ha immesso atteggiamenti moralistici del tutto borghesi nell’ideologia marxista, o quanto meno comunista.
Quando si nasce nella piccola borghesia, si pensa che l’intero mondo sia uguale all’ambiente in cui si vive. Non appena giunsi a vedere un altro tipo di mondo, naturalmente il mio fu messo in crisi.
Si dice che gli italiani non siano razzisti, ma io credo che sia una grossa bugia.
(…) la famiglia è il nido della convenzione, certo.
(…) fondamentalmente la famiglia è un’istituzione preindustriale. Le società industrialmente avanzate stanno cominciando a non aver più bisogno della famiglia. Questa è un nucleo di conservazione in una società agricola, ma oggi credo che in America, per esempio, cominci ad avere sempre meno importanza.
(…) in Italia nessuno legge il Vangelo, proprio nessuno.
(…) non sono un credente. Non credo che Cristo sia il figlio di Dio.

(…) la sensazione suscitata dal Vangelo alla prima lettura (…) è rivoluzionaria. Cristo che si aggira per la Palestina è veramente un turbine rivoluzionario: uno che si avvicina a un paio di persone e dice: “Gettate le vostre reti, seguitemi e vi farò pescatori di uomini” è assolutamente un rivoluzionario.
Un’epoca storica, l’epoca della Resistenza, delle grandi speranze nel comunismo, della lotta di classe, è finita. Quello che abbiamo adesso è il boom economico, lo stato del benessere, e l’industrializzazione, che usa il Sud come riserva di manodopera a buon mercato e incomincia perfino a industrializzarlo. Vi è stato un vero cambiamento che ha coinciso grosso modo con la morte di Togliatti. È stata una semplice coincidenza, da un punto di vista cronologico (…).
Non è (…) tanto il fatto che la crudeltà della vita produce delitti, quanto che questi delitti sono commessi perché la gente non si sforza di capire la storia, la vita e la realtà.
(…) il mio odio per la borghesia è in realtà una specie di ripugnanza fisica verso la volgarità piccoloborghese, la volgarità delle “buone maniere” ipocrite, e così via. Forse soprattutto perché trovo insopportabile la grettezza intellettuale di questa gente.

Che cosa significa per me un processo? Se mi mettono in carcere non me ne importa affatto. È una cosa di cui non mi curo. Per me non fa nessuna differenza, nemmeno dal punto di vista economico. Se finirò in prigione, avrò modo di leggere tutti i libri che altrimenti non sarei mai riuscito a leggere.

Cos’altro aggiungere? Il sottoproletariato e le situazioni socialmente più derelitte sono sempre state al centro dell’attenzione di Pasolini, alla continua ricerca di un essere umano puro, non condizionato dai vincoli della società borghese da lui tanto disprezzata, ancora in contatto con la dimensione più autentica delle relazioni. Autentica nella sua drammatica e primitiva semplicità di soddisfazione di bisogni, di elementare contatto umano, per un ritorno all’immediatezza.

Marco Sommariva
Marco Sommariva – scrittore genovese

 

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