Spleen di Baudelaire: testo, analisi e Lo spleen di Parigi – recensione

Il testo di Spleen di Baudelaire con parafrasi e analisi, e la differenza con Lo spleen di Parigi, i poemetti in prosa raccolti nel 1869.
Spleen Baudelaire Testo: Viaggio nell'Abisso dell'Animo Umano

“Spleen” è il titolo di quattro poesie dei Fiori del male (1857), la raccolta con cui Charles Baudelaire ha dato un nome moderno alla noia che schiaccia: la più famosa è quella che comincia con “Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle”, “Quando il cielo basso e pesante grava come un coperchio”. Da non confondere con Lo spleen di Parigi, i cinquanta poemetti in prosa usciti a più riprese su giornali e riviste dal 1855 e raccolti in volume nel 1869, due anni dopo la morte del poeta. Qui trovi il testo della poesia, la parafrasi, l’analisi e, più sotto, il libro in prosa con alcuni dei suoi passaggi.

Spleen di Baudelaire: il testo della poesia

È l’ultima delle quattro poesie intitolate “Spleen” nella sezione Spleen et Idéal dei Fiori del male (numero LXXVIII nell’edizione del 1861). Ecco il testo originale francese.

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits ;

Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l’Espérance, comme une chauve-souris,
S’en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris ;

Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D’une vaste prison imite les barreaux,
Et qu’un peuple muet d’infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

— Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme ; l’Espoir,
Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.

Parafrasi, strofa per strofa

  • Prima strofa: il cielo basso e pesante chiude lo spirito come un coperchio, lo lascia in balia di una noia senza fine; abbraccia tutto l’orizzonte e rovescia sul mondo una luce nera, più triste della notte.
  • Seconda strofa: la terra diventa una cella umida. La Speranza ci sbatte dentro come un pipistrello, urta le pareti con le ali e picchia la testa contro soffitti marci.
  • Terza strofa: la pioggia cade a strisce lunghe e disegna le sbarre di una prigione enorme, mentre un popolo muto di ragni ripugnanti tesse le sue reti dentro il cervello.
  • Quarta strofa: all’improvviso le campane esplodono e lanciano al cielo un urlo orribile, come anime senza patria che si mettono a gemere e non smettono più.
  • Quinta strofa: nell’anima sfilano lenti carri funebri, senza tamburi e senza musica. La Speranza, sconfitta, piange; l’Angoscia, tiranna, pianta la sua bandiera nera sul cranio chinato del poeta.

Analisi: metrica, struttura e immagini

Metrica. Cinque quartine di alessandrini (i versi di dodici sillabe della tradizione francese), con rima alternata ABAB. Nessun verso libero: la forma è classica e chiusa, e proprio questa regolarità rende soffocante quello che racconta.

Struttura. La poesia è un’unica, lunghissima frase. Le prime tre strofe sono subordinate che si aprono tutte con “Quand” e accumulano la pressione: cielo, terra, pioggia. La quarta è la principale e fa esplodere quella pressione nel grido delle campane. La quinta, staccata da un trattino, sposta tutto dentro: il corteo funebre non passa per strada, passa nell’anima.

Immagini. Lo spazio si restringe strofa dopo strofa: prima il cielo, poi una cella, poi le sbarre, infine l’interno del cranio. Espérance, Espoir e Angoisse (due parole per la speranza, una per l’angoscia) sono scritte con la maiuscola: sono personaggi, allegorie che combattono una battaglia e la chiudono con una bandiera piantata sul campo. Vince l’Angoscia.

Spleen Baudelaire Traduzione

Cosa significa “spleen” per Baudelaire

In inglese spleen è la milza, l’organo che la medicina antica legava alla bile nera e quindi alla malinconia. Baudelaire prende la parola e ne fa altro: non la tristezza passeggera, ma una noia assoluta, l’ennui, un disgusto per l’esistenza che paralizza la volontà e soffoca la creazione. Nei Fiori del male lo spleen è il polo opposto dell’Ideale: il poeta oscilla tra i due, e la prima sezione del libro si chiama proprio Spleen et Idéal.

Lo spleen di Parigi: i poemetti in prosa

Le Spleen de Paris, conosciuto anche come Petits poèmes en prose, è un’altra cosa: cinquanta testi brevi in prosa, dove lo spleen scende in strada tra i caffè, i poveri, le vedove e i passanti della Parigi che si trasforma sotto Haussmann. Baudelaire cerca “una prosa poetica, musicale senza ritmo e senza rima”, abbastanza flessibile da seguire i movimenti dell’anima e i sussulti della coscienza.

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • “La tua patria?”

“Ignoro sotto quale latitudine essa sia situata.”

(…)

“L’oro?”

“Lo odio, come tu odi Dio.”

  • Sotto un grande cielo grigio, in una grande pianura polverosa, senza sentieri, senza erba, senza un cardo, senza un’ortica, ho incontrato parecchi uomini che camminavano curvi. Ognuno di loro portava sulla schiena un’enorme Chimera, pesante come un sacco di farina o di carbone, o come l’equipaggiamento di un fante romano. Ma l’animale mostruoso non era un peso inerte; al contrario, avviluppava e opprimeva l’uomo con i suoi muscoli elastici e possenti; si aggrappava con le sue due grandi grinfie al petto della sua cavalcatura; e la sua testa favolosa sormontava la fronte dell’uomo come uno di quegli orrendi cimieri con i quali gli antichi guerrieri cercavano di accrescere il terrore del nemico. Mi rivolsi a uno di quegli uomini e gli chiesi dove andassero in quella guisa. Mi rispose che non ne sapeva nulla, né lui, né gli altri; ma che evidentemente andavano da qualche parte, perché erano spinti da un invincibile bisogno di camminare. Da notare una cosa strana: nessuno di quei viandanti aveva l’aria irritata contro la bestia feroce sospesa al suo collo, e incollata alla sua schiena; si sarebbe detto che ognuno la considerasse una parte di sé. Tutti quei visi affaticati e seri non mostravano traccia alcuna di disperazione; sotto la cupola spleenetica del cielo, i piedi affondati nella polvere di un suolo desolato come il cielo, camminavano con la fisionomia rassegnata di chi è condannato a un’eterna speranza. Il corteo mi passò a fianco, e scomparve nell’atmosfera dell’orizzonte, là dove la superficie rotonda del pianeta si sottrae alla curiosità dello sguardo dell’uomo. Per qualche istante mi ostinai nel voler comprendere questo mistero; ma ben presto l’irresistibile Indifferenza s’abbatté su di me, e io fui oppresso dal suo peso più di quanto non lo fossero loro dal peso delle loro schiaccianti Chimere.
  • Avete scorto qualche volta delle (…) vedove povere? Che portino o no il lutto, è facile riconoscerle. D’altronde, nel lutto del povero c’è sempre qualcosa che fa difetto, un’assenza di armonia che lo rende più desolato. Egli è costretto a lesinare sul proprio dolore. Il ricco porta il suo al gran completo.

 

  • Proprio davanti a noi, sul marciapiede, stava ritto un brav’uomo di una quarantina d’anni, con il volto affaticato, con la barba grigiastra, con un bambino tenuto per mano, e un altro piccino, troppo debole per camminare, sul braccio. Assolveva il compito di una bambinaia e faceva godere ai suoi figli l’aria della sera. Tutti stracciati. Quei tre volti erano straordinariamente seri, e quei sei occhi contemplavano con fissità il nuovo caffè con una uguale ammirazione, ma leggermente differenziata per età. Gli occhi del padre dicevano: “Quanto è bello! Quanto è bello! Si direbbe che tutto l’oro dei poveri sia venuto a posarsi su quei muri.” Gli occhi del ragazzino: “Quanto è bello! Quanto è bello! Ma è una casa in cui può entrare soltanto della gente che non è come noi.” Quanto agli occhi del più piccino, erano troppo affascinati per esprimere altro che non fosse una gioia stupefatta e profonda. Gli chansonniers dicono che il piacere rende l’anima buona e intenerisce il cuore. La canzone aveva ragione quella sera, per quanto mi riguardava. Non ero solo intenerito da quella famiglia d’occhi, ma mi sentivo anche un poco vergognoso dei nostri bicchieri e delle nostre caraffe, tanto più grandi della nostra sete. Volgevo il mio sguardo verso il vostro, caro amore, per leggervi il mio pensiero; sprofondavo nei vostri occhi tanto belli, e così stranamente dolci, nei vostri occhi verdi, abitati dal Capriccio e ispirati dalla Luna, quando voi mi diceste: “Quelli lì mi sono insopportabili con i loro occhi spalancati come porte cocchiere! Non potreste chiedere al caposala di allontanarli di lì?” È tanto difficile intendersi, angelo mio, e il pensiero è così incomunicabile, anche tra persone che si amano!

 

  • Il commissario (…) mi guardò di traverso e mi disse: ‘Ecco una losca faccenda!’ mosso senza dubbio da un desiderio inveterato e dall’abitudine professionale d’intimidire a caso colpevoli o innocenti.

 

  • Bisogna sempre essere ebbri. Ecco tutto: è l’unica questione. Per non sentire l’orribile fardello del tempo che spezza le vostre spalle e vi piega verso terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Di che? Di vino, di poesia, di virtù, a vostro piacimento. Ma ubriacatevi. E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fossato, nella cupa solitudine della vostra camera, vi risvegliate, essendo già l’ebbrezza scomparsa o diminuita, chiedete al vento, all’onda, alla stella, all’uccello, all’orologio, a tutto ciò che fugge a tutto ciò che geme, a tutto ciò che rotola, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, l’onda, la stella, l’uccello, l’orologio, vi risponderanno: “È l’ora di ubriacarsi! per non essere schiavi martirizzati dal Tempo, ubriacatevi; ubriacatevi senza posa! Di vino, di poesia, o di virtù, a vostro piacimento.”

Cos’altro aggiungere?

Ha detto Baudelaire di questo suo lavoro:

“Questi sono i nuovi fiori del male, ma con più libertà, molti più dettagli, e molta più satira.”

 

 

Lo spleen in musica

Da Baudelaire passa una linea che arriva dritta alla musica più scura. Léo Ferré ha messo in musica i Fiori del male già nel 1957; Diamanda Galás ha fatto delle Litanie di Satana uno dei suoi lavori più estremi. E anche dove non c’è un testo di Baudelaire, la stessa aria pesa sulle atmosfere di Joy Division (“Atmosphere”) e dei Cure di Disintegration, o sui muri di suono di Swans e Chelsea Wolfe: il cielo come coperchio, la noia come prigione.

Lo spleen oggi

La noia che non si scioglie, la sensazione di essere chiusi dentro qualcosa senza sapere cosa: oggi la chiamiamo in altri modi, ma è la stessa. Rileggere “Spleen” funziona ancora perché non consola. Descrive, con una precisione quasi clinica, come ci si sente quando il cielo è basso.

Per Baudelaire, “spleen” non è solo malinconia, ma un profondo senso di disgusto e noia esistenziale verso la vita moderna, un’angoscia che soffoca l’ispirazione e paralizza l’animo, spingendolo a cercare rifugio nell’arte e nell’artificiale.

Difficile sceglierne solo una, ma “L’albatro” è sicuramente tra le più celebri e amate di Baudelaire. La poesia, con l’immagine del grande uccello marino, diventa metafora del poeta maledetto, incompreso e deriso dalla società borghese.

“I fiori del male” scandalizzò la società del tempo per la sua spudoratezza nel trattare temi tabù come sesso, morte, satanismo e la critica feroce alla morale borghese, tutto espresso con uno stile innovativo e provocatorio.

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