My little brother just discovered Rock & Roll, There’s a noise in his head, and he’s out of control.
Dicevano Gli Art Brut.
Che il rock stia tornando tra la Gen Z è una narrativa affascinante, ma forse un po’ troppo Social per essere presa alla lettera. Più che un vero “ritorno”, potrebbe trattarsi di una serie di fenomeni paralleli che, messi insieme, danno l’impressione di qualcosa di più grande e coerente di quanto non sia davvero. La tentazione di leggere questo momento come un revival strutturale dice probabilmente tanto del nostro bisogno di ciclicità culturale quanto della realtà dei fatti.
Partiamo dalla presunta “fame di autenticità”. È vero: molta musica contemporanea è iper-prodotta, levigata, ottimizzata per funzionare bene sulle piattaforme. Ma siamo sicuri che il rock rappresenti davvero un’alternativa così pura? Gran parte di quello che oggi viene percepito come “grezzo” o “umano” è a sua volta il risultato di precise scelte estetiche, spesso altrettanto costruite. L’idea che il rock attuale sia più autentico di altri generi rischia di essere una proiezione romantica, più che un dato oggettivo. Anche l’imperfezione può essere progettata a tavolino, e i loosers ringraziano.
La questione generazionale poi è meno lineare di quanto sembri. È vero che i social appiattiscono il tempo e rendono conviventi epoche diverse, ma questo non significa necessariamente che i giovani stiano riscoprendo il rock in modo consapevole o profondo. Più spesso si tratta di un consumo frammentato, decontestualizzato, dove una canzone funziona perché si adatta a un video o a un mood, non perché rappresenti un genere o una tradizione. In questo senso, parlare di “revival” potrebbe essere fuorviante: non c’è un ritorno organico, ma una circolazione continua e superficiale di contenuti.
TikTok, in particolare, è meno una macchina del tempo e più una centrifuga. È vero che può riportare in auge brani del passato, ma lo fa spesso riducendoli a pochi secondi iconici, scollegati dal resto. Un riff, un ritornello, una frase: elementi che diventano virali non perché rappresentino il rock, ma perché funzionano nel linguaggio della piattaforma. Il rischio è che il genere venga smontato e riutilizzato come semplice materia prima emotiva, perdendo gran parte della sua identità originale. Più che una rinascita, è una ricombinazione.
Anche le nuove band “rock” meritano uno sguardo un po’ meno entusiasta. La loro forza sta senza dubbio nella contaminazione, ma è proprio questa ibridazione a rendere difficile definirle davvero parte di un ritorno del rock. Se un progetto mescola metal, elettronica, pop e influenze urbane, ha ancora senso incasellarlo dentro una narrativa di revival? Oppure stiamo semplicemente assistendo a una dissoluzione dei generi, in cui il rock è uno degli ingredienti possibili, ma non più il centro? Non si vuole delegittimare questo percorso evolutivo della musica, sia inteso, però viene bollato come rock anche qualcosa per cui non c’è più la fantasia di trovargli un nome, se sia davvero necessario farlo… Il fatto è che il rock ha già una forma definita come strategia di marketing basata su più di 50 anni di storia, già pronto, già vendibile.
Il ritorno del vinile (che se ne sta già andando perchè costa troppo): I numeri sono in crescita, ma vanno letti con cautela. Una parte consistente degli acquirenti non possiede nemmeno un giradischi, e molti dischi vengono comprati come oggetti da collezione o elementi estetici. Più che un ritorno all’ascolto consapevole, potrebbe essere una forma di consumo simbolico, dove il valore sta nell’oggetto e in ciò che rappresenta, più che nell’esperienza sonora in sé, anzi, forse è da molto tempo che si riduce a questo. Il vinile, insomma, come lifestyle più che come pratica.
Infine, la retorica della “scoperta dal basso” e del passaparola convive, non senza contraddizioni, con un ecosistema dominato dagli algoritmi. È vero che le community contano, ma operano comunque all’interno di piattaforme che indirizzano, filtrano e amplificano contenuti secondo logiche opache. Anche il passaparola digitale, in fondo, è spesso mediato e guidato. L’idea di una riscoperta autenticamente spontanea rischia di essere un po’ idealizzata. Ma i giovani non condividono le playlist come noi ci facevamo le compilation sulle TDK?
Alla fine, più che un ritorno del rock, quello che stiamo vedendo potrebbe essere qualcosa di più ambiguo: una riappropriazione parziale, intermittente, spesso superficiale, inserita in un flusso continuo di contenuti dove tutto coesiste e nulla domina davvero. Il rock non torna come movimento compatto, né come linguaggio centrale. Riappare, piuttosto, a frammenti, citato, campionato, reinterpretato, dentro un ecosistema che ha smesso da tempo di funzionare per generi puri. E forse la vera domanda non è se il rock sia tornato, ma se abbia ancora senso aspettarsi che torni nel modo in cui lo immaginiamo. Lo so, è triste.










