Un lavoro meraviglioso di un artista che con la sua parabola musicale sta esplorando luoghi e textures elettroniche oniriche e speciali, il tutto con un ritmo solo suo.
“Chromaverse (and human structures)” su Broque è il nuovo lavoro di Emmanuel De La Paix, visionario produttore e musicista francese che non sbaglia un’uscita. Quattordici tracce profondamente connesse fra di loro, quasi un’ora di ascolto continuo, produzione fra l’analogico e il digitale, titoli delle tracce come fossero numeri di stanze, spazi liminali persi nella rete neurale, un suono ambient elettronico molto espanso che spazia in molti sottogeneri, un’opera di grande efficacia che si situa fa veglia e sogno, fra realtà e altre dimensioni.
Emmanuel riesce a produrre un’opera di assoluto valore, uno spaziare fra Boards Of Canada, Autechre e Sigur Rós, un elettronica totale, ambientale ed onirica, un suono che massaggia i nostri pensieri. In ogni traccia c’è un percorso particolare, un pattern ritmico che si forma e poi si dissolve per lasciare spazio ad un altro, in un continuum che non finisce mai, un’esplorazione di uno spazio e al contempo la scoperta dello stesso spazio rovesciato. Nella musica di questo disco si trova una certa pace ascoltando ritmi liminali, interstizi sottratti all’accelerazione costante alla quale siamo coinvolti, in questa gara verso il baratro.
Qui non esiste vuoto, ci sono solo suoni ed architetture costruite dall’uomo, voci che ci parlano da anima ad anima, e il silicio diventa un rifugio dove costruire qualcosa che si rifletta altrove. L’etichetta tedesca Broque ci ha sempre abituati a lavori di qualità, e questo è una delle loro migliori uscite, potentissima nel suo essere un dolce abbandono a spazi che l’uomo ha costruito e di cui ha poi perso possesso, e che vivono di vita loro, proprio come queste composizioni. Gli spazi liminali sono un concetto che prima di questo lavoro è rimasto abbastanza esterno all’elettronica, ma questa musica e quel concetto si sposano benissimo, e qui c’è anche un ampio respiro cinematografico, questo disco potrebbe benissimo essere una colonna sonora di un film, o meglio di un viaggio in un luogo conosciuto.
Sintetizzatori, droni, voci che si rincorrono su spazi diversi, trasformazioni lente, natura che diventa umana, e l’umano che diventa altro, perché quello è il nostro destino. La masterizzazione di Birgir Jón Birgirsson, che ha già lavorato con i Sigur Rós, è davvero un valore aggiunto. Un lavoro meraviglioso di un artista che con la sua parabola musicale sta esplorando luoghi e textures elettroniche oniriche e speciali, il tutto con un ritmo solo suo.










