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Columns

Il nostro modo di dire la nostra: pensieri spesso sconclusionati, ma veri che emozionano.

Path Of Sorrow - Fearytales - death

Path Of Sorrow – Fearytales

Se questo album fosse stato pubblicato da una band svedese un po’ di anni fa, i Path Of Sorrow sarebbero comparsi sulle copertine delle riviste di settore al fianco di At The Gates, In Flames, Dark Tranquillity, ecc. tutto qui … e non è poco.

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Vanexa - Too Heavy To Fly - metal

Vanexa – Too Heavy To Fly

I nuovi Vanexa, a giudicare da questo lavoro, appaiono tutto fuorché che un gruppo con quarant’anni di musica metal sul groppone.

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KING CRIMSON - 5/11/2016 Milano - Live Report

KING CRIMSON – 5/11/2016 Milano

Sono passati ben tredici anni dall’ultima apparizione dei King Crimson in Italia, occasione in cui toccarono anche la mia città, Genova; stranamente, nonostante l’evento riguardasse una delle band che hanno segnato indelebilmente i miei gusti musicali, possiedo solo ricordi sbiaditi di quella serata, sintomo del fatto che, all’epoca, la fredda e chirurgica precisione esibita da Fripp e soci non riuscì a rendere memorabile l’evento. Così, al momento di partire per Milano, recarmi nuovamente a vedere i King Crimson sembra più un doveroso rito che non la finalizzazione di un qualcosa atteso da tempo, forse anche perché condizionato dall’ascolto di un album come Radical Action (sul quale mi ero espresso in questa sede qualche settimana fa), capace di trasmettermi solo a intermittenza le emozioni che cerco da sempre nella musica, pur con la riproposizione di gran parte dei brani storici. Dopo aver preso posto nell’accogliente sede milanese del concerto, il Teatro degli Arcimboldi, la prima prova da superare per gli spettatori è quella di scendere a patti con l’idiosincrasia frippiana verso qualsiasi dispositivo audio o fotografico: una richiesta che ai più credo appaia bizzarra, se non addirittura fuori dal tempo e frutto dei capricci e delle bizzarrie di una vecchia star (chi era a Genova nel 2003 ricorderà il nostro avvolto per l’intero concerto da una luce violetta che ne celava di fatto le sembianze …), ma che, ripensandoci, finisce invece per rendere a tutti un gran bel servizio. Infatti, oggi sembra impensabile partecipare ad un qualsiasi evento senza riprenderne o fotografarne diversi momenti, quasi che chiedessimo alla memoria del supporto tecnologico di sostituirsi alla nostra; in realtà, non credo sia un caso se i concerti che meglio ricordo sono proprio quelli che vidi quando la parola cellulare evocava solo l’immagine di furgoni blu o celesti … Obbligati, quindi, obtorto collo, a guardare direttamente ciò che avviene sul palco anziché tramite il display di un tablet o di uno smartphone (pena il cazziatone preventivo dei solerti addetti), gli spettatori possono godersi senza distrazione alcuna circa tre ore di musica che dimostreranno come il vero extraterrestre, “l’uomo che cadde sulla terra”, risponda al nome di Robert Fripp, con tutto il rispetto per il compianto Bowie. Quella dei King Crimson è appunto arte aliena perché inimitabile in ciascuna delle diverse sembianze che il musicista inglese ha voluto donare alla sua creatura e, sabato scorso, persino chi l’ha sempre ritenuta una snobistica e fredda espressione di pura tecnica sarebbe stato costretto a ricredersi. L’uomo sembrerebbe aver fatto pace con il mondo e forse con sé stesso, visto che non ha lesinato un solo cavallo di battaglia, affidando ai fiati del sempreverde Mel Collins il compito di riscaldarne le note, anche se, come vedremo, tale scelta racchiude anche qualche controindicazione; nulla a che vedere, quindi, con quanto accadde nella serata del Carlo Felice, in cui venne perfidamente offerta al pubblico la sola produzione più recente, relegando ai bis tre brani ottantiani (Three Of A Perfect Pair, Frame By Frame ed Elephant Talk) e gettando in pasto ad un famelico pubblico di nostalgici il contentino finale di Red, quale briciola dei capolavori del passato. Con un quarto d’ora di ritardo rispetto all’orario previsto si parte, e l’incipit di Larks’ Tongues in Aspic Part I è una sferzata emotiva violenta, quasi stordente per quanto inattesa: la bizzarra band che si esibisce sul palco, composta da una linea di tre batteristi piazzati in prima fila con alle spalle un quartetto di eleganti signori dall’età media piuttosto elevata, è in realtà un orologio di alta precisione in cui tutto funziona alla perfezione, anche in quelle parti che parrebbero frutto di improvvisazioni e che, invece, sono esito di una meticolosità certosina oltre che di un talento superiore. Pictures Of A City è la conferma che questo viaggio a ritroso è appena iniziato e Dawn Song, frammento di Prince Rupert Awakes, rafforza la sensazione che questa volta nulla o quasi della produzione passata verrà lasciato indietro. Red è il secondo momento topico, e qui devo ribadire l’impressione avuta ascoltando il live, ovvero che l’inserimento dei fiati in un brano così asciutto e squadrato lascia più di una perplessità. Poco male, quando una band subito dopo può offrire un‘altra pietra miliare come Cirkus, traccia d’apertura di un disco magnifico, anche se un po’ sottovalutato rispetto agli altri, quale Lizard. In questo caso, come in Dawn Song, Jakko Jakszyk fatica il giusto nel riprodurre le tonalità di Gordon Haskell, che era già di suo un cantante molto atipico, ma tutto sommato ne esce piuttosto bene, mentre Mel Collins può sfogare le sue doti senza apparire troppo invadente. L’ascolto delle prime note dell’ossessivo giro di chitarra di Fracture fa compiere a molti un altro salto sulla poltroncina: sia Lizard che Starless And Bible Black erano stati del tutto ignorati in Radical Action, per cui si immaginava che avvenisse altrettanto in quest’occasione: qui, oltre alla velocità sempre innaturale delle dita di Fripp, si fanno apprezzare le tre piovre in prima fila (da sinistra verso destra, guardando il palco: lo storico Pat Mastelotto, Jeremy Stacey, subentrato a Bill Rieflin e alle prese anche con le tastiere, e Gavin Harrison, protagonista in passato con gli ottimi Porcupine Tree). Epitaph, subito dopo, riporta a quelle atmosfere, definibili in maniera più appropriata come progressive, che ammantavano l’intero album d’esordio, mentre, dopo uno dei molti intermezzi strumentali di gran pregio, l’andamento beffardo e più catchy di Easy Money si prende giustamente la scena: qui va detto che, nonostante le mie perplessità, Jakszyk regge bene il confronto con un brano cantato originariamente da John Wetton, pur possedendo una timbrica decisamente diversa. Ancora altre tracce di destrezza esecutiva preludono, prima, al percussivo crescendo di The Talking Drum e, dopo, alla spettacolare seconda metà di Larks’ Tongues In Aspic. Si conclude così la prima parte dello show e, visto che la speaker, in sede di presentazione, l’aveva definito “primo set”, volendola leggere in maniera tennistica si può dire che i King Crimson abbiano inflitto all’ipotetico avversario al di là della rete un bel 6-0 … Dopo una tale scorpacciata di pezzi storici, al rientro la band fa subito intendere, con Fairy Dust, che in questa sessione dell’esibizione verranno proposti meno brani “monumento”, anche se dopo l’evocativa Peace, è la delirante Indiscipline ad infiammare nuovamente il teatro, rivelandosi non solo una gradita apertura alla trilogia ottantiana ma offrendo al trio di percussionisti un terreno ideale per esibire la loro sopraffina tecnica. L’inconfondibile melodia di In The Court Of The Crimson King si palesa senza preavviso, facendo temere una imminente conclusione della serata, visto che nell’immaginario collettivo il brano manifesto della band sarebbe potuto essere posizionato in coda allo show. Così con è, per fortuna, e si prosegue con un mix tra la produzione più recente e quella storica un po’ meno incisiva (Letters e Sailor’s Tail, che facevano parte di Islands, gran disco, per carità, ma a mio avviso il più debole della prima parte dell’epopea crimsoniana), il che fa leggermente scemare la tensione emotiva in questa fase del concerto, fino ad arrivare alla convincente doppietta di inediti in studio  Radical Action / Level Five, dall’impostazione non dissimile da quella che Fripp introdusse con Discipline. Si creano così tutti i presupposti per arrivare all’autentica esplosione emotiva costituita da Starless, un brano capace di provocare quel turbamento che è prerogativa solo delle opere destinante all’immortalità: l’assimilazione della melodia prodotta dal peculiare tocco chitarristico di Fripp è un qualcosa che segna la linea di demarcazione tra l’uomo ed il bruto e, insomma, per farla breve, è impossibile non commuoversi nell’ascoltare per la prima volta dal vivo un simile capolavoro. Fine del secondo set (conclusosi stavolta con un punteggio meno netto ma con un ultimo game memorabile …) e ritorno sul palco dei nostri per un bis il cui titolo era già scolpito nella pietra: 21st Century Schizoid Man, un brano profetico che, a 47 anni di distanza, ribadisce una volta di più la visionarietà del talento frippiano: del resto qui si parla di qualcuno che, con il senno di poi, tra pause prolungate, decisioni apparentemente illogiche e repentine infatuazioni mistico-filosofiche, ha forse prodotto meno di quanto avrebbe potuto fare, riuscendo ugualmente ad imprimere il suo geniale marchio sull’arte musicale della seconda metà del novecento. Il momento in cui Tony Levin (a proposito, sempre un piacere per occhi e orecchie vederlo alle prese con il suo stick) imbraccia la macchina fotografica è il segnale stabilito per il libero scatenamento dei flash degli smartphone, oltre che il momento in cui si realizza la fine definitiva di queste tre ore di magia; la sensazione è quella d’aver assistito ad un evento in cui i primi a divertirsi siano stati proprio i musicisti, cosa non del tutto scontata in simili frangenti e conditio sine qua non per il completo coinvolgimento degli spettatori. Considerazioni finali: Fripp si avvia alla settantina, io ho scollinato il mezzo secolo già da un po’ e tutto ciò che mi sta attorno (affetti, amici, animali e cose) porta impresso il segno inesorabile del tempo che scorre. Così, poter assistere ancora una volta ad un concerto dei King Crimson si rivela in fondo

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In Flames - Battles - metal

In Flames – Battles

Battles è un album apprezzabile se degli In Flames preferite questa versione americanizzata e commerciale, se invece siete amanti del Gothenburg sound rivolgete le vostre orecchie altrove, il gruppo di Colony e Clayman non esiste più.

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Carved - Kyrie Eleison - death

Carved – Kyrie Eleison

Un’ora di musica non è poco di questi tempi, ma la qualità è talmente alta che arrivare all’epilogo è un attimo e la voglia di ricominciare il viaggio insieme al protagonista è tanta.

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LECTERN

iye Siete già da molti anni in attività e, dopo soli tre ep licenziati, negli ultimi due anni siete esplosi con un paio di album fenomenali come Fratricidal Concelebration e Precept Of Delator! Fabio “Hey, grazie per i complimenti! Mi fanno davvero molto piacere! Sì è almeno dal 2012, che i Lectern hanno ritrovato, e direi finalmente, una continuità come band, quindi, anche a livello discografico. Siamo stati fermi per molto tempo, adesso ho trovato i ragazzi giusti, che sono la miglior benzina nel motore che i Lectern abbiano mai avuto fino ad ora! Prima, e agli esordi, era molto più complicato anche solo provare, c’era chi aveva più band e cose simili. Quindi scrivere ed arrangiare nuovi brani era un processo a dir poco pachidermico, come solo pensarli di andare a registrare! Spesso, mi sono fidato della gente sbagliata, che credevo adatta alla band mentre non faceva altro che remarmi contro, e tramare addirittura alle mie spalle. Avevo dei sospetti, che ho poi scoperto in seguito rivelarsi esatti e fondati!”. iye L’ultimo lavoro si può considerare un concept incentrato sull’eterna lotta tra bene e male, volete spiegarlo ai lettori di Metaleyes? Fabio “Direi proprio di sì. In realtà, la storia che ho ideato è quella del sottrarre a Dio il segreto dell’onnipotenza! Bilocazione e miracoli maligni: davvero mi sono spinto molto oltre, anche stavolta, riguardo al concept del disco e dei testi. I demoni spiano le schiere del Bene per scovarlo, ed essendoci riusciti, sulla copertina si vede che sul trono siede il Demonio che, sotto pelle, rivela le facezie di Dio! Una trasformazione dal Bene al Male! Se guardi il simbolo del Tao cinese, che mi ha sempre affascinato, riscontri che in ognuno c’è l’altro! Ultimamente sentiamo parlare del male della Chiesa! Ma la Chiesa è il Male!”. Marco “Non lo affronta solo a livello concettuale ma anche, a livello ben più pratico. Esempio ne è la canzone Palpation Of Sacramentarian. Senza contare che i concetti di Bene e Male sono strettamente soggettivi, sta a noi decidere quale lato sia quello buono durante l’ascolto”. iye Il vostro è un death metal dall’approccio old school che richiama la scena statunitense ed in particolare i Morbid Angel, siete d’accordo? Fabio “Assolutamente sì sulla definizione sul death metal a stelle e strisce, sui Morbid Angel no! Li adoro, ma sono troppo lenti per accostarli ai Lectern! Noi non abbiamo e mai avremo, la componente slow and doom metal!”. Pietro “Old school americano in generale con ottime influenze del death metal floridiano. Ma oltre a questo, anche un death metal moderno”. Marco “Senza dubbio, ma le influenze thrash metal non mancano di certo, e nemmeno quelle black metal. Tanto quanto basta per creare un sound che sembri old school, ma senza esserne completamente fedeli”. iye Il vostro sound, brutale, oscuro e cattivissimo, è valorizzato da un’ottima tecnica strumentale e i brani mantengono una forma canzone che, nel genere, non è così facile da riscontrare: il vostro segreto? Fabio “Grazie ancora per il tuo commento a dir poco lusinghiero! Comunque, non siamo un gruppo di technical death metal, non ci riguardano quegli ambiti, anche se vogliamo migliorare, e se proprio dovessimo rientrare nella categoria, ben venga! Io al basso non valgo un emerito cazzo, lo suono per riempire, mi diverte e mi aiuta nel concentrarmi meglio sul vomitare i miei testi senza pietà! Nel death metal il basso non conta, nelle band old school sono pochi i bassisti che sanno davvero suonarlo decentemente! Prendi il signor Tony Choi degli Atheist ad esempio, o il maestro assoluto Steve Di Giorgio! Lo sconfinamento sul tecnico, mi piaceva quando, nel 1991, i Death con Human, o i Pestilence con Testimony Of The Ancients, che altro non era se non un Consuming Impulse meno grezzo, avevano ancora una conformazione compositiva abbastanza classica e standard. Basti ricordare che questi ultimi andarono in tour con i Monstrosity quell’anno! Già i Death con Individual Thought Patterns ed i Pestilence con Spheres, erano entrati nel technical progressive death metal! Una sorta di Dream Theater di Images And Words, Awake e When Dream And Day Unite aumentati, per quei tempi, che rileggevano in chiave Rush la musica più estrema del pianeta! Il jazz entrava nel death metal ed anche la lezione, data dai Metallica con …And Justice For All, trovava seguito e veniva incattivita. Ma a tratti, era tecnica troppo fine a se stessa, sembravano esercizi matematici, fatti attraverso degli strumenti musicali! Poi sono arrivati i Meshuggah ed i Fear Factory, e la degenerazione è proseguita con chitarre a sette e otto corde, l’industrial, il nu metal o il djent, che dal death metal hanno ripreso il detuning delle accordature ad esempio. Il sound del nuovo disco l’ho curato io personalmente, volevo che le chitarre fossero un qualcosa il più vicino possibile ad un’esplosione nucleare! Il segreto mi chiedi? Semplice! L’odio per Cristo, un dio senza credenti!”. Pietro ” L’album è stato creato canzone per canzone, e penso che il sound si mantenga, anche grazie all’impegno che abbiamo dato tutti e tre insieme”. Marco” Non mi considero un batterista tecnico, e penso che mai lo sarò. Penso stia tutto, comunque, nella dedizione allo strumento e alla dose massiccia di musica alla quale siamo da sempre esposti ogni giorno. Da qui poi parte l’esperienza condivisa insieme e la consapevolezza delle potenzialità reciproche, che ci portano a creare qualcosa che sappiamo già che suonato tutti assieme, risulterà devastante”. Fabio “In poche parole, ci interessa essere brutali e basta, non puoi essere entrambe le cose! Il veleno è più importante di quanto si possa saper suonare, se non lo fai con passione, e senza il sangue negli occhi, come puoi pensare di definirlo death metal anche un po’?”. iye Giuseppe Orlando, come nel precedente lavoro, si è occupato della produzione, e Precept Of Delator esce come un’opera dal taglio internazionale e professionale sotto tutti i punti di vista: che traguardi vi siete posti a lavoro finito? Fabio “Lui è il nostro produttore. Punto! Giuseppe è il quinto elemento dei Lectern, nell’ombra come Satana! Lui ci guida in studio, ed ogni volta ci rende dei musicisti e dei ragazzi migliori! In poche parole, quell’uomo spacca il culo a tutti dietro al mixer, è a dir poco una furia! E’ un metronomo umano, ad ogni errore, si registra di nuovo! Lo facciamo incazzare come un professore del liceo, ogni volta! E se Scott Burns se n’era andato io ne ho trovato il rimpiazzo! Un altro aspetto fondamentale, è stato secondo me, il cambio di etichetta. Via Nocturna non ha nulla a che vedere proprio, con Sliptrick Records. Adesso siamo sotto gli occhi di tutti, con una promozione migliore e capillare!”. Pietro “Sicuramente migliore del precedente. Un’ampia sponsorizzazione e lavorare sodo per suonare quest’album in vari posti e far conoscere a tutti la nostra potenza”. Marco “Io avevo già scritto tre video diversi e steso un piano promozionale, che attualmente sta dando i frutti sperati. In una settimana siamo finiti a girare cinque video di cui uno già uscito, Precept of Delator, un altro in arrivo a dicembre e altri tre in fase di montaggio, sempre curato da me. Volevamo che questo album fosse notato, che ci portasse alle orecchie di tanti nuovi fan. E sfruttando tutti i media che abbiamo potuto, ci stiamo riuscendo alla grande”. iye La Capitale è covo di una scena estrema di assoluto valore e nel death metal sta regalando band e opere di altissimo livello, ma in generale è tutto il paese che ormai può guardare le scene d’oltralpe direttamente negli occhi: voi che ne pensate? Fabio “Non c’è dubbio! Ormai in Italia passa almeno l’ottanta percento del metal su scala mondiale, ed il novanta del death metal! Gruppi chiamati nei maggiori festival estremi, per restare nel nostro ambito, costantemente in tour europeo ed americano! Qualche nome? Deceptionist, Hideous Divinity, Corpsefucking Art, Dr. Gore, Helslave, Degenerhate, Airlines Of Terror, Devangelic, Bloodtruth, Blasphemer, Electrocution, Profanal, Antropofagus e tutti gli altri che non ho nominato, ovviamente!”. iye Quali sono i piani dei Lectern per il 2017, ormai alle porte? Fabio “Concerti, festival, magari un tour vero e proprio, provare come dei forsennati e comporre nuove tracce!”. Pietro “Molti concerti e forse anche qualche canzone nuova, o album, se ne abbiamo le capacità ed il tempo per fare tutto il lavoro necessario”. Marco “Non abbiamo smesso comunque di scrivere nuovo materiale, stiamo già componendo. Stiamo anche creando una nuova sinergia con il neo entrato Gabriele, che sarà fondamentale per l’anno a venire. Ci stiamo preparando a dei concerti all’estero e ad un probabile mini tour con una band giapponese chiamata Defiled, che si è dimostrata interessata e entusiasta di condividere il palco con noi”. Fabio Bava: vocals, bass Pietro Sabato: guitar Gabriele Cruz: guitar Marco Valentine: drums www.lectern.in www.facebook.com/lectern666 www.reverbnation.com/lectern www.myspace.com/lecternband www.metal-archives.com/bands/lectern www.twitter.com/lectern666 www.instagram.com/lectern666 lectern@mail.com Discografia: Bisbetical (1999) Salvific Of Perhaps Lambent (2010) Lectern (2013) Fratricidal Concelebration (2015) Precept Of Delator (2016)

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Argonauta Records – Skulls from the Sky

M Ciao Gero, ci racconti qualcosa della serata di domenica ? Ciao Massimo, domenica sarà una data importante, l’inaugurazione di questi nuovi eventi denominati Skulls from the Sky. L’idea è quella di organizzare eventi satellite a quello che è l’appuntamento annuale dell’Argonauta Fest in primavera. L’occasione era propizia, in quanto gli svedesi Suma, fuori ora su Argonauta con il loro nuovo album, erano pronti per il loro tour europeo, così li abbiamo invitati a questo evento “apripista”, sarà la loro unica data italiana e presenteranno per intero il loro album. E poi il contorno non sarà da meno con i Nibiru pronti a mettere su un nuovo rituale live, gli Infection Code sempre sul pezzo a devastare tutto con il loro noisecore d’assalto, e poi i “miei” Varego con i quali suoneremo tutto il nostro CD dalla prima all’ultima canzone. M Cosa ti aspetti da una serata come questa? Mi aspetto al solito un bel riscontro da parte di chi ci segue tutti i giorni e che permette ad Argonauta Records di crescere di anno in anno, tutti coloro che comprano i nostri cd in sostanza, senza questi ragazzi Argonauta non sarebbe ciò che è oggi. M Puoi fare un bilancio dell’ Argonauta Records fino a qui ? Argonauta vive un periodo intensissimo di uscite, contatti, collaborazioni e quant’altro. Sono particolarmente soddisfatto di come si sono mosse e si stanno muovendo le cose. In giro c’è un forte interesse per le nostre uscite e soprattutto in ambito internazionale si iniziano ad avere riscontri importanti. In pochi anni siamo arrivati a oltre 50 uscite, vantando collaborazioni importanti con moltissime realtà, giovani e meno giovani con cui siamo sempre in stretto contatto. Ci sono tanti obiettivi da raggiungere ben definiti in agenda e altri ancora da definire. Il 2017 poi sarà un anno molto particolare, che segnerà già il nostro quinto anno di attività (la prima uscita Argonauta risale infatti a Settembre 2012). M Come è nata la collaborazione con i Suma ? Come nella maggior parte dei casi, è stata una cosa molto semplice, una collaborazione tra gentlemen, se mi passi il termine. Sono da tempo fan della band e quando mi è capitata l’occasione, l’ho presa al volo ristampando il loro precedente album Ashes. Le cose sono andate talmente bene che con i Suma abbiamo rinnovato l’accordo, “vincendo” la concorrenza di alcune label blasonate, ed oggi eccoci qui a promuovere e distribuire il loro attesissimo album dopo ben sei anni di silenzio. M Farete altri festival del genere? Sicuramente sì, non posso al momento anticiparti nulla, ma stiamo già lavorando al nuovo Skulls from the Sky che si terrà nei prossimi mesi.

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