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Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #45

Per cui ascoltiamo musica e del resto ce ne freghiamo. Consigliamo in questo episodio 45 Moon Mother, Não confundir com, Nightingale Floor, Predatory Void e PVA.

Moon Mother, Não confundir com, Nightingale Floor, Predatory Void e PVA

Avremmo moltissimo a cui pensare, ma preferiamo dedicarci alla ricerca della bellezza, attraverso una manciata di album che crediamo possano essere utilissimi a questa nostra scelta. Avremmo moltissimo anche a cui dedicare il nostro tempo liberato dall’oppressione del lavoro, ma siamo fondamentalmente legati alla nostra indole più pigra. Per cui ascoltiamo musica e del resto ce ne freghiamo. Consigliamo in questo episodio 45 Moon Mother, Não confundir com, Nightingale Floor, Predatory Void e PVA.

Moon Mother :: Meadowlands

Meadowlands, secondo album del duo svedese Moon Mother, è un album che riconcilia con la bellezza. Non abbiamo mai nascosto il nostro amore per il Southern Gothic, e non lo facciamo nemmeno questa volta. Anche se Sara Mehner e Patriec Ahlström sono scandinavi non cambia nulla, il loro modo di intendere la musica è comunque sublime, e il loro un approccio affascinante, da cui è impossibile restare travolti. Frutto di un minimalismo intimista tanto dolce e delicato quanto struggente e – a suo modo – violento, il disco apre tutta una serie di dinamiche che guardano all’intensità come al fulcro di tutto il progetto. In alcuni momenti diventa quasi difficile spiegare l’insieme di sentimenti da cui ci sentiamo pervasi durante l’ascolto.

Per cui decidiamo di rimettere tutto da capo, e reimmergerci nuovamente nel loro caos calmo. Un disco d’atmosfera per cuori che hanno bisogno di sanguinare a lungo. Evocativo, quasi liturgico, sicuramente necessario per esorcizzare quello che ci arreca dolore, e che ci trasforma in quello che non avremmo mai voluto essere, e riportarci laddove possiamo tornare a respirare a pieni polmoni. Il disco riaccende il fuoco che si era spento dentro di noi. Rischiarando il buio che ci aveva avvolto e anestetizzato.

E lo fa mostrandoci un duo di grande talento, capace di farci innamorare sin dalle prime battute. Per poi proseguire, fino all’epilogo, attraverso un percorso fatto di istanti di totale trasporto emotivo. Atmosfere rarefatte che esaltano l’oscurità che pian piano svanisce. Non serve creare un muro di suono per sublimare la nostra necessità di catarsi. Basta l’eleganza e l’intelligenza di un duo che riscrive il paradigma del folk in una chiave che esula dalla provenienza geografica e dalle tradizioni con cui si è cresciuti. Pervaso da una gradevolissima malinconia Meadowlands è il carburante per un cuore stanco che stava perdendo la forza di contrarsi.

Não confundir com :: Cumprir qualquer propósito

Não confundir com è in trio portoghese di musica improvvisata formatosi nel duemilaventuno. Da allora ha iniziato a lavorare con intensità e profitto all’interno di quelle dinamiche che gravitano intorno alle possibilità armoniche, con un approccio che cerca di ampliare al loro massimo utilizzando ogni tipo di linguaggio improvvisato, sonoro e non.

La loro è una strumentazione atipica, come atipico è il loro sound che li porta a spostarsi costantemente tra l’inaspettato e il bizzarro. Cumprir qualquer propósito – traducibile con “raggiungere qualunque scopo – è l’album che permette al trio composto da Nazaré da Silva (voce) João Gato (sax) e Zé Almeida (contrabbasso) di giocare col titolo, andando a sondare l’ignoto.

Il disco, registrato dal vivo al Porta Jazz e al Penhasco di Lisbona nell’estate del duemilaventiquattro, offre sette diverse improvvisazioni dal taglio concettuale decisamente ironico. Sette sollecitazioni di non facile assimilazione, proprio perché figlie dell’idea di musica libera, ma che sapranno, pian piano andare a conquistare tutta la nostra attenzione. Quello del trio è un linguaggio che si caratterizza per il fatto di non essere inquadrabile all’interno dei paradigmi cui siamo soliti pensare, e per il suo mutevole e straniante approccio. Un linguaggio che, insieme alle impro sonore, fa del trio portoghese una realtà interessantissima a cui guardare con curiosità e rispetto.

Un disco che accontenterà un’esigua e ridottissima platea tra tutti coloro che solitamente seguono il nostro spazio, ma che, proprio per il suo cercare di essere libero, e di guardare “oltre”, non potevamo non prendere in considerazione.

Nightingale Floor :: Five Stagings

Five Stagings è l’album di debutto per i Nightingale Floor, quintetto britannico che possiamo ricondurre all’area del Lancashire, nel nord ovest del paese. L’ensemble è dedita ad un’impro di stampo minimalista. Il disco, che esce per la Tombed Visions Records di Manchester, etichetta che guarda alla sperimentazione sonora, raccoglie alcuni tra i risultati delle sperimentazioni sonore che i cinque hanno realizzato negli anni scorsi, e a cui hanno finalmente dato un senso compiuto. Un album tra i più evocativi che ci sia capitato di ascoltare di recente, incentrato sul recitato di Lauren McLean, voce del progetto, ma anche e soprattutto poetessa attiva nella scena punk e sperimentale DIY di Manchester fin dalla propria gioventù.

Il disco racconta un immaginario atmosferico dal carattere onirico in cui ognuno potrà trovare il proprio posto, e poter assaporare la quiete derivante dal distacco dalla frenesia contemporanea. Un isolamento individuabile come elemento funzionale al recupero della nostra energia interiore.

Per un risveglio che sia sovrapponibile ad una rilettura delle nostre segrete stanze. Lauren è accompagnata da sax, tastiera, trombone, archi e violoncello, per una collage sonoro di altissimo livello che riscopre l’idea del lavoro collettivo come massima espressione da un punto di vista creativo. Un disco che riesce ad essere quasi contemporaneamente sia narcotico che psicotropo, attraverso un connubio di elementi tra loro solo apparentemente contrastanti. Five Stagings è sostanzialmente un disco che guarda al calore prima ancora che a tutto il resto in modo costante, avvolgente, attraverso un approccio dilatato che sublima il silenzio e i riverberi che echeggiano nell’etere.

Un disco che dovrebbe riportare la pace al centro del nostro esistere, scuotendo l’apatia che ci ha pervaso e a cui ci siamo abituati. Un album che necessita di ripetuti ascolti, non tanto per poter essere apprezzato a pieno, ma perché è talmente bello e seducente che un ascolto solo non rende giustizia alla nostra sete di bellezza.

Predatory Void :: Atoned In Metamorphosis (EP)

Dopo Seven Keys to the Discomfort of Being uscito nel 2023 il quintetto belga dei Predatory Void torna con questo EP a quattro pezzi che ce li mostra in pieno controllo di tutte quelle che sono le loro intenzioni sonore e non. Il disco infatti sembra funzionare proprio perché riesce ad amalgamare tutte le dinamiche di cui è composto, senza sbilanciarsi in una sola direzione.

Nato come un tentativo di alienare la pandemia e il collasso sociale che si è portata dietro, il progetto ha poi preso vita propria, modellando il proprio approccio con grande intelligenza sonora. Che si tratti di un qualcosa di intrigante e ricco di potenziale ce lo testimonia il fatto che ad oggi la band ha realizzato due album, uno con la Century Media e uno con la Pelagic, etichette che non sono proprio le ultime arrivate. Il disco guarda alla dissonanza come principale obiettivo, e lo fa con un sound che funziona proprio quando vuole risultare fastidioso con il suo carico di idiosincrasia portato all’eccesso. Atoned In Metamorphosis è un buon esempio di come si possa riuscire a pensare la musica cercando di andare verso l’esaltazione dell’oscurità.

La loro voglia di aggressività emerge nitidamente, in modo praticamente costante e soffocante. La cosa che colpisce maggiormente di tutto questo è come il quintetto riesca ad orchestrare il proprio assalto senza mai metterci nelle condizioni di intuire quello che sta per accadere durante l’ascolto. Un disco inquietante che non lascia mai trasparire alcun tipo di speranza o di luce. Crudo e diretto, colpisce duramente e ripetutamente, anche se – come detto – si tratta solo di quattro brani per un totale di nemmeno quindici minuti.

Se queste sono le premesse per quello che sarà il prossimo album possiamo pensare di doverci attendere un qualcosa di estremamente interessante. Anche perché la band fa parte della Church of Ra, il collettivo sonoro nordeuropeo che comprende membri di Amenra, Oathbringer e Crossbringer, tra gli altri. Ci sono insomma tutti i presupposti per dar vita ad un percorso che possa intrigare e non poco.

PVA :: No More Like This

Secondo album per i PVA, enigmatico ed ecelettico trio londinese dedito alla sperimentazione in ambito elettronico. No More Like This è, come detto, il loro ritorno, a distanza di quattro anni dal precedente Blush, ma è, soprattutto, l’occasione per loro di andare ad allargare sia il proprio campo di azione, che la platea a cui rivolgere le proprie idee. Rispetto al debutto il disco guarda a soluzioni che cercano di esulare da quell’oscurità fumosa che caratterizzava Blush.

C’è infatti una maggiore ricerca, che non possiamo non paragonare al passaggio, in ambito televisivo, tra il bianco e nero al colore, del secolo scorso. E, se vogliamo restare in ambito cromatico, sentiamo di dover aggiungere come No More Like This sia un qualcosa che rischia di portare la saturazione del colore agli eccessi. Starà poi a noi capire se tutte queste dinamiche siano un qualcosa che possa farci apprezzare il loro lavoro, o se, forse, il buon vecchio bianco e nero, sia ancora oggi, il nostro mondo ideale. In ogni caso, l’album è un passaggio doveroso, da vedere come parte di quel percorso che guarda “oltre”, e che, al tempo stesso prova a cancellare il passato in un colpo solo, non prima però, di averlo depredato di tutte quelle soluzioni che possano essere congeniali alla loro idea di “nuovo che avanza”. No More Like This è un album che possiamo pensare al tempo stesso come caldo e accogliente, ma anche glaciale e claustrofobico.

Un disco intimista e ipnotico, che crediamo assolutamente perfetto per provare a lenire la psicosi derivante dalla desolazione gentrificata delle nostre città. Muovendosi in una molteplicità di direzioni, non tutte immediatamente assimilabili, ma, alla lunga in grado di conquistarci, l’album guarda, da un punto di vista concettuale, all’inclusione delle minoranze, all’identità sessuale e alla discriminazione, in ogni sua forma. Tematiche che solitamente associamo ad un approccio più energicamente indirizzato verso il punk, ma che ritroviamo qui con piacere. Alla fine, quindi, ciò che conta è il messaggio e non come lo veicoliamo.

 

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