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Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #44

Bell Witch & Aerial Ruin, Bloody Head, Diespnea, Jane Weaver e Kröwnn. Questi i suggerimenti per l'episodio numero quarantaquattro di :: acufeni ::

Bell Witch & Aerial Ruin, Bloody Head, Diespnea, Jane Weaver e Kröwnn

Piove noia nelle nostre giornate. E lo fa copiosamente. Forti dell’idea di bagnarci spinti dalla necessità di lavare via il superfluo, abbiamo scelto altri cinque dischi con cui scandire lo scorrere del tempo. Bell Witch & Aerial Ruin, Bloody Head, Diespnea, Jane Weaver e Kröwnn. Questi i suggerimenti per l’episodio numero quarantaquattro di :: acufeni ::

Bell Witch & Aerial Ruin :: Stygian Bough: Volume II

Bell Witch & Aerial Ruin arrivano al loro secondo album collaborativo, e lo fanno andando a sancire un legame che appare ancor più saldo che in passato. Una liaison, la loro, che a prima vista poteva essere inquadrata quantomeno come bizzarra, vista la distanza sonora tra le due band, ma che, poi, invece, nella realtà delle cose appara esattamente come un qualcosa di assolutamente conforme, credibile e di qualità.

Il loro è un mix calibrato che sancisce il connubio tra la pesantezza dei Bell Witch (duo doom di Seattle) e la maestosità del folk più oscuro di Aerial Ruin (progetto solista di Erik Moggridge, da Portland). Il tutto sublimato con un’orchestralità di fondo che già aveva manifestato i propri prodromi nel loro Volume I, uscito esattamente cinque anni fa. La chiave di lettura del disco, ovvero ciò che tiene in piedi il progetto, è da ricercarsi nel gusto per la malinconia, e per la ritualità, di un sentire che guarda alla necessità del dolore come al motore del tutto, in una visione quasi liturgica che avvolge e conquista. Volume II si compone di quattro brani soltanto, tutti ben oltre i dieci minuti di durata, che aprono ad una resa sonora di grande enfasi, in cui il tempo, liberato dal suo naturale incedere, finisce per ritrovarsi sospeso e slegato dal contesto abituale nel quale siamo soliti collocarlo.

Il disco, in altre parole, invita a immergersi in uno stato dell’anima vero e proprio, più che in un contesto sonoro fine a se stesso, legato esclusivamente all’ascolto dei brani. Un disco che guarda all’oscurità, da da ascoltare in religioso silenzio, in attesa della redenzione, del perdono, e della guarigione da tutti i mali che ci attanagliano. Quello di Bell Witch & Aerial Ruin è un album che su può collocare tra tutta un a serie di movimenti in crescendo che guardano alla bellezza e al dolore, con passaggi solenni e toccanti di grande fascino e intensità. Un disco che non disdegna momenti di particolare intimismo e drammaticità, che ci portano in un mondo magico che, con molta probabilità, abbandoneremo con estrema fatica, e, sicuramente, controvoglia.


Bloody Head :: Bend Down And Kiss The Ground

Abbiamo scoperto i Bloody Head con il loro precedente Perpetual Heads del 2024, nonostante fossero on the road già dal 2016. Questo loro ultimo disco (ancora una volta su Wrong Speed Records come il precedente) ne sancisce ulteriormente le qualità in quell’ambito di antagonismo sonoro in cui possiamo far rientrare tutto ciò che rifiuta categoricamente l’allineamento agli standard.

Il disco, che si compone di sole quattro tracce, tutte peraltro più che sufficienti per farci capire quelle che sono le intenzioni del quartetto di Nottingham, UK, spinge in direzione di un post punk tellurico che sposta continuamente l’ago della bilancia, mostrando una grande capacità gestionale, in grado di tenere alta l’attenzione durante l’ascolto. Alcuni lo chiameranno noise rock, altri preferiranno ulteriori terminologie, magari più ricercate, quello che in ogni caso resta è l’impatto sonoro di una band che oltre a non fare sconti a niente e a nessuno, prosegue nel proprio percorso di crescita. Un album selvaggio e rude, in cui la tensione di fondo resta altissima, sublimando un caos che si rivela tale sono a livello concettuale.

Il disegno di fondo è chiarissimo, e, anche se spesso declinato in modo troppo simile, arriva a colpire laddove il quartetto individua quelli che sono i nostri punti deboli. Uno snervante e inquietante concentrato di rumore prestato alla musica, da cui filtra tutta la nostra nauseata inquietudine che non siamo più in grado di contenere e dissimulare. Un passo avanti rispetto al disco precedente, che sancisce il tentativo di snellire le composizioni, in vista di una migliore assimilazione, anche – e crediamo soprattutto – guardando a chi con un certo tipo di sonorità non flirta in modo regolare e costante. C’è tanto del male di vivere che i Bloody Heads si portano dietro. Ma c’è soprattutto la voglia di andare a cercare quel qualcosa che possa farci male ancora una volta. Un album incisivo, costruito con intelligenza, che si caratterizza per una maggiore facilità di approccio, grazie ad un minimalismo sonoro mirato. Un disco che altro non è che un percorso tortuoso che abbiamo intrapreso pur senza sapere dove ci avrebbe portato.

 

Diespnea :: Radici

A distanza di sei anni dal debutto con la Naturmacht Productions con quel Pneuma che li aveva consegnati alla notorietà, i Diespnea interrompono il loro silenzio. Li ritroviamo infatti oggi nuovamente sugli scudi con Radici, il loro secondo album, uscito a Febbraio per la Code666.

Il duo prosegue nel suo percorso di avanguardia sonora consacrato alla sperimentazione che li ha portati alla creazione di un proprio sound che partendo dal black metal di stampo classico finisce per incanalarsi in una reinterpretazione “mediterranea” del genere, impreziosita dal cantato in lingua madre. L’elemento che rende vincente la loro proposta è proprio da ricercare nella loro voglia di distaccarsi dei cliché, e dagli stereotipi di un approccio sonoro che riporta sempre e comunque al nord del continente.

I Diespnea invece credono di essere in grado di proporre una rilettura altrettanto malvagia del genere, che si esalta proprio nel momento in cui viene contaminato con tutte quelle influenze sia sonore che concettuali, legate alla tradizione e alla cultura del sud del nostro paese. Sono queste le radici che richiamano il titolo e che ci fanno capire le intenzioni della band. Ma non solo, i Diespnea ci tengono a sottolineare come le radici debbano anche essere viste come un qualcosa che “non serva solo ad ancorarli alla terra, ma che, nell’oscurità si proietti in cerca dei suoi simili”. Il disco mantiene quel legame con le origini del black metal soltanto per quello che riguarda la scelta di restare selvaggi e grezzi, liberando il fuoco interiore senza dover ricorrere ad eccessive intrusioni tecnologiche che possano andare a spegnere l’ardore e la forza devastante che li caratterizza.

Un album visionario, che mostra una band che sembra avere le idee chiarissime sul proprio presente, e su quello che andrà a ricercare nel futuro più prossimo. La speranza è che possano osare ancor di più di quanto non abbiano fatto finora. Il contesto quotidiano in cui risiedono ha molto da offrire loro, speriamo che siano in grado di cogliere le sollecitazioni e di riuscire a tradurle in musica senza perdere impatto, originalità e potenza.

Jane Weaver :: The Fallen By Watchbird

In occasione del suo quindicesimo anniversario, The Fallen By Watch Bird viene ripubblicato in un’edizione speciale ampliata con il bonus disc di The Watchbird Alluminate. Quello di Jane Weaver è un mondo incantato in cui la magia sembra essere il collante di tutte le creature che vi abitano, qui esaltato dalla versione in doppio CD e in doppio 12″, ricca di collaborazioni da parte di uno stuolo di ospiti che contribuiscono ad elevare lo standard qualitativo della proposta.

Un disco che non può prescindere dal suo lato più orientato a sperimentare la psichedelia più atmosferica, quella per intenderci legata ad un certo modo di pensare il suono in totale libertà in voga negli anni sessanta e settanta. E che riproposta oggi non sfigura assolutamente.

L’album è un viaggio in continuo cambiamento, a cui la polistrumentista britannica ci invita a prendere parte. Un viaggio che ci porta a toccare luoghi indefiniti cullati da una ricerca sonora volta a coinvolgere la mente di chi ha il coraggio di salire a bordo, e di salpare verso l’infinito e l’oscuro. Il suo è una sorta di folk psichedelico acido, sognante, delicato e caldissimo, che non può che catturare i nostri sensi, costringendoci ad abbandonarci all’eternità di un mondo tanto alieno quanto alienante. The Fallen By Watchbird è un disco che cerca di rompere i limiti, già peraltro abbastanza logori, della nostra sanità mentale, invitandoci a pensare in modo realmente libero da preconcetti. Ispirato agli incubi infantili che la cultura popolare britannica degli anni ’70 creava e riproponeva per ogni sua generazione, l’album ha un forte potere evocativo, con cui mira a rischiarare le oscure nubi con una forza che sa essere dirompente, ma anche estremamente delicata, soprattutto nel momento in cui riesce ad insinuarsi in noi, nei nostri sensi, nei nostri pensieri. Al di là del suo valore celebrativo legato alla ricorrenza, il disco è un ottimo album, sotto ogni punto di vista.

 

Kröwnn :: Santa Somnia

Il percorso dei veneziani Kröwnn li porta a Santa Somnia, il loro quarto album, realizzato ad inizio anno insieme alla Subsound Records a distanza di ben sette anni dal precedente Bluedeep. L’album può esser visto come un tentativo di cambiare in corsa il percorso intrapreso dalla band nel lontano 2012, spostandolo verso un qualcosa che possa andare ad alienarsi rispetto agli standard abituali dei Kröwnn che rischiavano di adagiarsi su un qualcosa di ormai prevedibile, soprattutto per chi li ascolta e li segue dagli esordi.

Concettualmente l’album è orientato verso un immaginario oscuro caratterizzato dall’assenza di sonno e dalla perdita dell’innocenza. Un concept album a tutti gli effetti che sottolinea l’importanza comunicativa del quartetto, concentrato su un approccio multidisciplinare che prova a raccontare la mente umana da dentro, nel momento in cui il delirio per la privazione del sonno la annienta e la fa deragliare. Da un punto di vista invece strettamente sonoro, Santa Somnia è un album orchestrato con intelligenza, in modo da risultare molto meno immediato in fase di presentazione e di assimilazione.

L’idea della contaminazione è quindi ancora una volta quella che potrebbe rivelarsi vincente, per loro, e per tutte le band che, come loro, sentono la necessità di ritagliarsi uno spazio quanto più personale possibile, cercando al tempo stesso di essere immediatamente riconoscibili. Ovviamente il sound non poteva essere stravolto in modo totale, per cui si respira comunque quell’aria che ci avvicina a un certo tipo di pesantezza opprimente di stampo britannico mai eccessivamente frenetica.

Possiamo vederlo come un disco di passaggio verso un domani in grado di consegnarci una band consapevole del potenziale a sua disposizione, e perfettamente calata in un contesto di alienazione sonora dai cliché del metal. Il cambio, se mai ci sarà non potrà prescindere da un percorso graduale che possa permettere di assorbire gli urti inevitabili a cui si andrà incontro. Comunque sia, restando sul disco, e sul piacere dell’ascolto, Santa Somnia ha a disposizione una pluralità di soluzioni in grado di catturare la nostra attenzione e imprigionarci per tutta la sua durata.

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