Chris Desjardins è stata (e resta) una figura di spicco della scena punk di Los Angeles. Frontman, scrittore, critico, producer, attore e film maker californiano, debuttò con la sua band, i Flesh Eaters, nel 1980 con “No Questions Asked“, album dinamitardo sparato a tutta velocità, con liriche taglienti ma anche impregnate di poesia apocalittica, raggiungendo il culmine creativo l’anno successivo con “A Minute to Pray, A Second to Die“, disco diventato una pietra miliare del punk statunitense, prima dello scioglimento avvenuto nel 1983 (col nostro che proseguì nel suo percorso formando i Divine Horsemen, progetto più orientato verso sonorità alternative/folk/roots, anch’essi sciolti e poi riformatisi recentemente) seguito poi da una reunion nel decennio successivo, fino all’inatteso ritorno nel 2019 con l’Lp “I used to be pretty“.
Dopo due album post-reunion coi Divine Horsemen, “Hot Rise of an Ice Cream Phoenix” (2021) e “Bitter End to a Sweet Night” (2023) Chris D. aveva lavorato a otto pezzi inizialmente concepiti come materiale per un eventuale terzo full lenght, ma l’impossibilità della cantante (ed ex consorte di Desjardins) Julie Christensen di registrare Los Angeles hanno spinto Chris ad andare avanti per altre strade e continuare a pubblicare musica col moniker Poison Fang Society, nuovo progetto in cui il songwriter nativo di Riverside ha coinvolto anche Larry Schemel alla chitarra, Sharif Dumani al basso/piano/organo e Johnny Ray alla batteria.
Il quartetto, il mese scorso, ha pubblicato (tramite In The Red Records, una label, una garanzia) “Courtroom Wedding“, disco d’esordio che, in parte, recupera le sonorità energiche e sanguigne dei primi anni dei Flesh Eaters. Il long playing è stato registrato in presa diretta con un registratore a bobina a 16 tracce nella loro sala prove, con una produzione poco curata, con l’intento di far suonare i brani nella maniera più viscerale possibile, poco levigati, come se fossero stati buttati lì e volutamente lasciati in formato demo.
Sebbene la voce di Desjardins non sia più quella di una volta – il singer ha abbondantemente superato le settanta primavere – non sono certo venute meno la grinta e l’urgenza espressiva, unite alla sua poetica beat/noir che si fonde insieme a un blues/punk scheletrico. La Stoogesiana “Mesquite bed” deflagra all’inizio del platter, in un rock ‘n’ roll senza fronzoli che incendia anche “End weeping“, mentre la title track è un lo-fi blues psichedelico strascicato à la Brian Jonestown Massacre. “Backwards heart” è una ballad sui generis come poteva esserlo “Messin’ With The Kid” dei Saints, la rabbiosa “Goddamn Thieving Shame” esterna disgusto per la deplorevole svolta a destra degli Stati Uniti e sfancula la galassia reazionaria “M.A.G.A.” Trumpiana; solido grezzume da sala prove tra birrozze e fumi vari permea “Passport to shame“, rovente boogie blueseggiante saltella in “Cellars to weep” e il finale cadenzato e graffiante di “Sex Kitten” è una variazione ispirata su uno dei temi preferiti di Chris.
L’ugola aspra e alcoolica di Desjardins torna disperatamente a ringhiare, e “Courtroom wedding” si rivela come una delle sorprese più eccitanti del 2026 in materia di rock ‘n’ roll.
TRACKLIST
1. Mesquite Bed
2 . Courtroom Wedding
3. End Weeping
4. Backwards Heart
5. Goddamn Thieving Shame
6. Passport to Shame
7. Cellars to Weep
8. Sex Kitten










