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Recensione : Neurosis – An Undying Love For A Burning World

Una delle sorprese più inaspettate e gradite del 2026 può certamente essere considerata il ritorno discografico dei Neurosis, veterana post-metal/sludge/avant-garde band californiana che, a dieci anni di distanza dall’ultimo studio album, “Fires within fires“, ha pubblicato, un po’ come un fulmine a ciel sereno e senza annunci in pompa magna con mesi/anni di anticipo, un nuovo disco – il loro tredidcesimo complessivo – “An undying love for a burning world“, uscito sulla loro label indipendente Neurot recordings.

L’ensemble, formatosi a Oakland nell’ormai lontano 1985, era partito da sonorità hardcore punk per poi rallentare ed evolvere, di album in album, il proprio sound, dando vita, negli anni, a vari avvicendamenti nella sua line up, e di sicuro quello più forte e doloroso ha riguardato l’estromissione dal gruppo del cantante/chitarrista e membro fondatore Scott Kelly, fuoriuscito nel 2022 dopo che quest’ultimo aveva ammesso in pubblico, tramite un post sui social network, di aver causato violenze domestiche alla sua famiglia, un addio che lo aveva spinto a ritirarsi a vita privata, abbandonando il mondo della musica e, nel contempo, aveva reso incerto il futuro del percorso del combo statunitense.

Ma lo iato si è interrotto quest’anno con l’uscita repentina di questo nuovo lavoro sulla lunga distanza (arrivato nel giorno del solstizio di primavera, quasi a volerlo celebrare simbolicamente come una rinascita e un nuovo inizio per i nostri) che ha visto l’ingresso in formazione del cantante/chitarrista (e membro fondatore degli Isis) Aaron Turner a dare manforte al chitarrista/vocalist Steve Von Till, al bassista/vocalist Dave Edwardson, al batterista Jason Roeder e a Noah Landis ai synth/samples. Il quintetto ci ha tenuto a farci sapere che non si tratta di una reunion, perché i Neurosis non si sono mai sciolti.

Registrato insieme a Scott Evans agli Studio Litho di Seattle, “An undying love for a burning world” è il primo Lp dei Neurosis, dal 1996 (“Through silver in blood“) a oggi, a non essere prodotto da Steve Albini (buonanima) ed è un’opera imponente e complessa, heavy e cerebrale, che necessita di tempo e tanti ascolti per essere assimilata e messa a fuoco in ogni sua sfumatura. Anche le tematiche liriche riflettono l’essenza elaborata e tormentata della creatura sonica, affrontando problematiche attuali dell’esistenza moderna quali isolamento, confusione esistenziale, ansia e collasso ambientale, confrontandosi con verità scomode alla ricerca della catarsi emotiva e di un senso, riflettendo su un mondo sempre più frammentato e dilaniato dalla natura malvagia dell’essere umano che sta distruggendo un intero pianeta a causa della sua illimitata, irrazionale ingordigia di denaro e potere.

Turner diventa il nuovo fulcro spirituale intorno al quale il gruppo può fare affidamento per riannodare i fili col proprio passato, eliminandone il marcio. Un massiccio e ipnotico muro di suono si staglia su strutture di brani articolati che si reggono su riff lenti, densi e pesanti, con la band in tensione che accumula energia nervosa per poi rilasciarla attraverso le scariche di una sezione ritmica tellurica, mentre le incursioni elettroniche contribuiscono a rendere l’atmosfera del full length ancora più spettrale e catastrofica come i tempi in cui stiamo vivendo e navigando attraverso la follia di una società malata.

Neurosis - An Undying Love For A Burning World Neurisis

Se alla agitata “We are torn wide open” spetta il compito di fungere da apripista, declamato come una sorta di manifesto programmatico dell’opera – che ci ricorda che l’umanità è allo sbando e ha smarrito il senso di solidarietà, l’empatia, la voglia di lottare e l’uso della ragione, causando sofferenza, dolore e morte in tutto il globo terracqueo con la propria furia autodistruttiva – i growl potenti e ispirati di Turner e il suo cantato a rotta di collo à la Phil Anselmo rinvigoriscono e rigenerano il cammino della band. “Seething and Scattered” si strugge sotto un tappeto trance plasmato dai sintetizzatori e sequencer di Noah Landis, nel consueto stile di accumulo e rilascio di tensione emotiva, un crescendo fatto di feedback e batteria. “In the Waiting Hours” parte da una melodia malinconica per poi sfociare in una tempesta sludge metal, mentre “Untethered” è un trionfo di blues/metal psichedelico che si sforza di predicare la solidarietà verso il prossimo, in un universo che ormai sembra conoscere solo la guerra come mezzo di risoluzione dei problemi tra le persone e i popoli. Detto di “First red rays” (con le sue atmosfere cosmiche PinkFloydiane trasfigurate) “Blind” (che combina immaginari Lovecraftiani con un doom metal disperato) e i riff sludge/industrial schiaccianti e il feeling horrorifico di “Mirror deep“, il climax viene raggiunto nella conclusiva e lunghissima “Last light“, tra le urla di Turner su un iniziale beat dal sapore industrial, prima dell’esplosione di chitarre e batteria, con Roeder che, memore della sua esperienza con gli Sleep, detta i tempi e fa colare il ritmo con sagacia, il tutto corredato da saliscendi strumentali, riff assassini da film horror e maligni breakdown noise.

I lavori di questo gruppo non sono mai banali e richiedono un ascolto attento e non superficiale per essere capiti e interiorizzati, ma fareste meglio a maneggiare con cautela la materia sonica di questi solchi, perché potreste essere sovrastati dalla mastodontica bellezza di un’ora di musica che fa ripartire la parabola dei Neurosis, scandendo nuove pagine di storia da scrivere, per restare umani in mezzo al buio dell’Inferno in Terra, mentre tutto intorno brucia e il narcisismo patologico di pochi avidi potenti causa violenze efferate, milioni di morti, corpi martoriati, coscienze e territori devastati.

TRACKLIST

1. We Are Torn Wide Open
2. Mirror Deep
3. First Red Rays
4. Blind
5. Seething and Scattered
6. Untethered
7. In the Waiting Hours
8. Last Light

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