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Recensione : Il Gattopardo

Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa racconta il tramonto dell’aristocrazia siciliana tra Risorgimento, potere e cambiamento epocale in Italia.

Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi

Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, edito da Feltrinelli

“Il Gattopardo”, apparso per la prima volta nell’autunno del 1958 a cura di Giorgio Bassani, ruota quasi interamente attorno a un solo personaggio: Fabrizio Salina, il Principe. Ambientato in Sicilia all’epoca del tramonto borbonico, il romanzo racconta di una famiglia della più alta aristocrazia dell’isola, nel momento del trapasso di regime e dell’arrivo di tempi nuovi, dall’anno dell’impresa dei Mille di Giuseppe Garibaldi fino al primo decennio del Novecento; ci offre un’immagine viva della Sicilia, consapevole della problematica storica e politica contemporanea. L’autore ha tratto ispirazione da alcune vicende storiche della sua famiglia, gli aristocratici Tomasi di Lampedusa, e in particolare dalla biografia del bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi – nell’opera, Fabrizio Salina – vissuto durante il Risorgimento.

Potrete leggere passaggi come questi:

Per il Principe (…) il giardino profumato fu causa di cupe associazioni d’idee. “Adesso qui c’è buon odore, ma un mese fa…” Ricordava il ribrezzo che le zaffate dolciastre avevano diffuso in tutta la villa prima che ne venisse rimossa la causa: il cadavere di un giovane soldato del 5° Battaglione Cacciatori che, ferito nella zuffa di San Lorenzo contro le squadre dei ribelli era venuto a morire, solo, sotto un albero di limone. Lo avevano trovato bocconi nel fitto trifoglio, il viso affondato nel sangue e nel vomito, le unghia confitte nella terra, coperto dai formiconi; e di sotto le bandoliere gl’intestini violacei avevano formato pozzanghera. Era stato Russo, il soprastante, a rinvenire quella cosa spezzata, a rivoltarla, a nascondere il volto col suo fazzolettone rosso, a ricacciare con un rametto le viscere dentro lo squarcio del ventre, a coprire poi la ferita con le falde verdi del cappottone; sputando continuamente per lo schifo, non proprio addosso ma assai vicino alla salma. Il tutto con preoccupante perizia. “Il fetore di queste carogne non cessa neppure quando sono morte” diceva. Era stato tutto quanto avesse commemorato quella morte derelitta. (maggio 1860)

Del morto non si era parlato più (…); ed, alla fin dei conti, i soldati sono soldati appunto per morire in difesa del Re. (maggio 1860)
(…) è morto per il Re (…). “Per il Re, che rappresenta l’ordine, la continuità, la decenza, il diritto, l’onore; per il Re che solo difende la Chiesa, che solo impedisce il disfacimento della proprietà, mèta ultima della ‘setta’.” (maggio 1860)
Gran bella cosa la scienza quando non le passa p’a capa di attaccare la religione! (maggio 1860)

(…) andava chiedendosi chi fosse destinato a succedere a questa monarchia che aveva i segni della morte sul volto. Il Piemontese, il cosiddetto Galantuomo che faceva tanto chiasso nella sua piccola capitale fuor di mano? Non sarebbe stato lo stesso? Dialetto piemontese invece che napoletano; e basta. (maggio 1860)
Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. (maggio 1860)

(…) non se ne può più: perquisizioni, interrogatori, scartoffie per ogni cosa, uno sbirro a ogni cantone; un galantuomo non è libero di badare ai fatti propri. Dopo, invece, avremo la libertà, la sicurezza, tasse più leggere, la facilità, il commercio. Tutti staremo meglio: i preti soli ci perderanno. Il Signore protegge i poveretti come me, non loro. (…) Tutto sarà meglio, mi creda, Eccellenza. Gli uomini onesti e abili potranno farsi avanti. Il resto sarà come prima. (maggio 1860)

Il Gesuita (…) ridiventò pungente. “In poche parole voi signori vi mettete d’accordo coi liberali, che dico con i liberali! con i massoni addirittura a nostre spese, a spese della Chiesa. Perché è chiaro che i nostri beni, quei beni che sono il patrimonio dei poveri, saranno arraffati e malamente divisi fra i caporioni più impudenti (…). (maggio 1860)
Per rassicurare la figlia (il Principe, nda) si mise a spiegare la scarsa efficacia dei fucili dell’esercito regio: parlò della mancanza di rigatura delle canne di quegli enormi schioppi e di quanta scarsa forza di penetrazione fossero dotati i proiettili che da essi uscivano; spiegazioni tecniche in mala fede per giunta, che pochi capirono e dalle quali nessuno fu convinto ma che consolarono tutti perché erano riuscite a trasformare la guerra in un pulito diagramma di forze da quel caos estremamente concreto e sudicio che essa in realtà è. (maggio 1860)
Tancredi (…) aveva dinanzi a sé un grande avvenire; egli avrebbe potuto essere l’alfiere di un contrattacco che la nobiltà, sotto mutate uniformi, poteva portare contro il nuovo ordine politico. Per far questo gli mancava soltanto una cosa: i soldi; di questi Tancredi non ne aveva, niente. E per farsi avanti in politica, adesso che il nome avrebbe contato di meno, di soldi ne occorrevano tanti: soldi per comperare i voti, soldi per far favori agli elettori (…). (agosto 1860)

(…) che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà d’ingannare sé stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri? (novembre 1860)
I fratelli Schirò e l’erbuario già sentivano il morso della fiscalità; per i primi vi erano stati contributi straordinari e centesimali addizionali; per l’altro una sconvolgente sorpresa: era stato chiamato in Municipio dove gli avevano detto che, se non avesse pagato venti lire ogni anno, non gli sarebbe più stato consentito di vendere i suoi semplici. “Ma io questa senna, questo stramonio, queste erbe sante fatte dal Signore me le vado a raccogliere con le mie mani sulle montagne, pioggia o sereno, nei giorni e nelle notti prescritte! me le essicco al sole che è di tutti e le metto in polvere da me col mortaio che era di mio nonno! Che c’entrate voi del Municipio? perché dovrei pagarvi venti lire? così per la vostra bella faccia?” (febbraio 1861)
Questi nobili poi (…). Un ceto difficile da sopprimere perché in fondo si rinnova continuamente e perché quando occorre sa morire bene, cioè sa gettare un seme al momento della fine. Guardate la Francia: si son fatti massacrare con eleganza e adesso son lì come prima, dico come prima perché non sono i latifondi e i diritti feudali a fare il nobile, ma le differenze. Adesso mi dicono che a Parigi vi sono dei conti polacchi che le insurrezioni e il despotismo hanno costretto all’esilio e alla miseria; fanno i fiaccherai (vetturini pubblici delle carrozze a cavalli, nda) ma guardano i loro clienti borghesi con tale cipiglio che i poveretti salgono in vettura, senza saper perché, con l’aria umile di cani in chiesa. E vi dirò pure se, come tante volte è avvenuto, questa classe dovesse scomparire, se ne costituirebbe subito un’altra equivalente, con gli stessi pregi e gli stesi difetti: non sarebbe più basata sul sangue forse, ma che so io… sull’anzianità di presenza in un luogo o su pretesa miglior conoscenza di qualche testo presunto sacro. (febbraio 1861)

“Ci vedremo domani e allora mi dirai come il principe di Salina ha sopportato la rivoluzione.” “Ve lo dico subito in quattro parole: dice che non c’è stata nessuna rivoluzione e che tutto continuerà come prima.” (febbraio 1861)

I gran signori era riservati e incomprensibili, i contadini espliciti e chiari (…).(febbraio 1861)
Palermo in quel momento attraversava uno dei suoi intermittenti periodi di mondanità, i balli infuriavano. Dopo la venuta dei Piemontesi, dopo il fattaccio di Aspromonte, fugati gli spettri di espropria e di violenze, le duecento persone che componevano “il mondo” non si stancavano d’incontrarsi, sempre gli stessi, per congratularsi di esistere ancora. (novembre 1862)
I palermitani sono dopo tutto degli italiani, sensibili quindi quanti altri mai al fascino della bellezza ed al prestigio del denaro (…). (novembre 1862)

(…) qui da noi, in Italia non si esagera mai in fatto di sentimentalismi e sbaciucchiamenti; sono gli argomenti politici più efficaci che abbiamo. (novembre 1862)
Lei non è stato sul continente dopo la fondazione del Regno? Fortunato lei. Non è un bello spettacolo. Mai siamo stati tanto divisi come da quando siamo uniti. Torino non vuol cessare di essere capitale, Milano trova la nostra amministrazione inferiore a quella austriaca, Firenze ha paura che le portino via le opere d’arte, Napoli piange per le industrie che perde, e qui, qui in Sicilia sta covando qualche grosso, irrazionale guaio… Per il momento (…) delle camicie rosse non si parla più, ma se ne riparlerà. Quando saranno scomparse queste ne verranno altre di diverso colore; e poi di nuovo rosse. E come andrà a finire? (novembre 1862)

(…) faceva parte di quelle schiere di cattolici che sono persuasi di possedere le verità religiose più a fonde del Papa (…). (maggio 1910)
(…) la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l’opportunismo, la carità, tutte le passioni le buone quanto le cattive si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso. (maggio 1910)

Cos’altro aggiungere? Scritto tra la fine del 1954 e il 1957, il manoscritto fu presentato all’inizio agli editori Einaudi e Arnoldo Mondadori che ne rifiutarono la pubblicazione; privo di alcuni capitoli, il testo fu dato in lettura a Elio Vittorini, allora consulente letterario per Mondadori e curatore di una collana per Einaudi, che lo bocciò per entrambe le case editrici. La sua opinione negativa fu ribadita anche successivamente, quando “Il Gattopardo” divenne un caso letterario internazionale. La pubblicazione avvenne postuma, un anno dopo la morte dell’autore. Nel 1959 ricevette il premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre centomila copie vendute.

Marco Sommariva
Marco Sommariva – scrittore genovese

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