
Ideogram – Cerbero, Rozzano – 31/01/2015
Il report della serata dedicata alla presentazione del disco d’esordio degli Ideogram
Stefano Cavanna scrive per In Your Eyes Ezine dal 2011 ed è uno dei recensori metal di riferimento della testata. La sua formazione di ascoltatore, da figlio degli anni Sessanta, parte dal progressive rock per poi virare verso sonorità più cupe: la scoperta della darkwave e del gothic rock, e soprattutto l'ascolto di Forest of Equilibrium dei Cathedral, lo conducono verso gli abissi del doom. Da lì un percorso senza ritorno tra le atmosfere funeree di Anathema, My Dying Bride, Shape of Despair e Skepticism.
Questa passione si è concretizzata nel libro Il Suono del Dolore – Trent'anni di Funeral Doom, pubblicato da Tsunami Edizioni nel 2023. Insieme ad Alberto Centenari ha dato vita a MetalEyes, la costola di iyezine dedicata alla musica metal, che continua a portare avanti.

Il report della serata dedicata alla presentazione del disco d’esordio degli Ideogram

Tirando le somme, la sensazione è che gli Shallow Rivers abbiano sentito la necessità di inasprire ulteriormente il proprio sound, rendendolo sicuramente più cupo ma facendogli perdere parzialmente quell’afflato melodico che aveva reso il lavoro precedente qualcosa di molto vicino ad un capolavoro.

Lavoro decisamente stimolante, “Moons Of Jupiter” si rivela qualcosa in più del “solito” post metal.

“Persistent Murmur of Words of Wrath” è un lavoro che non deluderà affatto chi predilige la freschezza compositiva rispetto all’esibizione della mera tecnica strumentale.

Mezz’ora di buonissimo postmetal-posthardcore, dalle importanti sfumature sludge: pesante il giusto, quindi, per essere apprezzato da chi predilige sonorità più corpose ma con un occhio sempre attento a dotare ogni brano di una propria identità melodica

Mezz’ora di musica di ottima fattura che, per assurdo, non placa ma rende ancor più impellente il desiderio di ascoltare un nuovo full length da parte degli Evadne.

Il terzo album dei lucani Warnungstraum non è certo il classico lavoro che può essere liquidato sbrigativamente, anche alla luce della decisa svolta stilistica che la band ha impresso al proprio sound.

Gli undici brani in scaletta scorrono molto piacevolmente esibendo un’anima elettronica che non chiude del tutto la porta alla base metallica della band.

Il death doom degli Woccon appare piuttosto peculiare nel suo incedere, proprio per i suoi tempi mai eccessivamente rallentati ed un mood molto meno cupo rispetto alla media.

Il quinto album degli Ecnephias può e deve essere quello della definitiva consacrazione, in grado di rompere le catene che imprigionano nel nostro paese, tranne rarissime eccezioni, chiunque provi a proporre musica dalle radici ben piantate nel metal.

La band romana, con questa sua ultima fatica discografica, riprende saldamente in mano le redini del doom tricolore: difficile pensare oggi di poter fare meglio, per chi si muove nel solco tracciato dai maestri del genere nel secolo scorso.

L’Ep scorre in maniera oltremodo piacevole, collocando Luna tra i prospetti da tenere sotto stretta osservazione nel prossimo futuro