
Hot Snakes – Jericho Sirens
Velocità, incisività e tantissime ottime melodie, sia di chitarra che di voce, per un disco che stupisce moltissimo, ma non troppo se come detto poc’anzi se ne conoscono i protagonisti.

Velocità, incisività e tantissime ottime melodie, sia di chitarra che di voce, per un disco che stupisce moltissimo, ma non troppo se come detto poc’anzi se ne conoscono i protagonisti.

Il filo conduttore è un groove incessante, una vibrazione nemmeno tanto di sottofondo che ci conduce in un mondo alieno e bellissimo, che dà assuefazione come se fosse un oppiaceo, perché qui dove tanti vedono solo pesantezza, chi ama questo suono trova carica e pace.

Come tante carriere soliste cominciate all’ombra di un gruppo importante ed ingombrante, quella di Albert è cominciata in sordina, ma grazie alla sua solidità e bravura sta acquistando una dimensione notevole, nulla di storico, ma qualcosa di molto ma molto piacevole.

I power duo sono stati forse un po’ inflazionati, specialmente in Italia nell’ultimo periodo, ma in questo caso la qualità è davvero buona.

Il taglio delle loro composizioni è un qualcosa che farà la gioia di chi ama il post punk e la new wave, ma una delle peculiarità notevoli è l’andare sempre oltre, una ricerca costante e pienamente conseguita di un suono personale e maturo.

Non fatevi fuorviare dal fatto che Tedua venga considerato un rapper per ragazzini perché ha parecchio successo fra di loro, perché Tedua è un pittore surrealista che dipinge drill e c’è solo da stare a sentirlo e camminare.

Al ha prodotto un disco più che buono, e come sempre ha saputo incanalare la sua rabbia in un suono acido e debordante, che si insinua sotto pelle come un malware in un compute, e come un trojan si sedimenta piano piano attraverso il suo svolgimento, per poi arrivare alla conquista dell’ospitante.

Il gruppo fa un rapcore notevolmente influenzato dal nu metal, con sprazzi di dancehall ed una solida base pop. Il suono è potente, melodico ed esaltato da una sapiente produzione.

Un disco di esordio di rara profondità, di una forza notevole e dalle molte bellezze, ci si immerge in acque dalle quali si esce che non si è uguali a prima, cambiati da un suono che è una forza soffusa di frequenze tenaci e racconti sussurrati.

Nervoso, cangiante, flessuoso, verde e grigio, blu e bellissimo da esplorare questo è Fleuve, un’opera che ricorda in qualche maniera le prime cose dei connazionali Deus, ovvero un’esplorazione di linguaggi sonori e di somatizzazioni musicali.

Qui tutto è malato, contaminato dal virus dell’umana corruzione: Dio esiste ed è cattivo come nella cosmogonia catara, viviamo in un fluido nero che ricopre tutto e questa musica rappresenta bene la fine dell’illusione.

Facendo un riferimento inusuale per queste latitudini musicali lo spirito dell’ultima opera di Gideon è molto vicino ai Tool, un fare musica in maniera esoterica e contemporaneamente escatologica, un continuo progredire in una ricerca che si chiama vita.