
La Chooma – Local Spirits
Il disco di debutto dei La Chooma è la colonna sonora di un’Africa sci-fi sospesa tra afrobeat e dub, con un cosmic jazz per niente scontato a fare da collante.

Il disco di debutto dei La Chooma è la colonna sonora di un’Africa sci-fi sospesa tra afrobeat e dub, con un cosmic jazz per niente scontato a fare da collante.

Onda dopo onda, il litorale lungo da Uthrecht fino all’Indonesia su cui passeggia canticchiando Leonard Luka viene sommerso dalla marea di “LAUT”, una distesa di R&B funky e indie soul che non lascia spazio ai cattivi pensieri.

Tra glitch meccanici e improvvisazione, i Move 78 sfidano il confine tra uomo e macchina in un disco complesso, in cui è straordinariamente facile perdersi.

“Welcome Back” è un incantesimo pronunciato a suon di trip hop anni ’90, incanalato dai Fade Evare per chiudere la propria comunità in una bolla di dolce malinconia.

Con “Blood Red Sky”, il super-trio formato degli Orbits trasforma l’angoscia in un’opera electro-jazz stratificata, esplorando il disordine dei sentimenti tra ritmi funky, derive psichedeliche e atmosfere orchestrali.

Cosa fare in una dimensione alternativa da cui non c’è via d’uscita? Nel caso di “Whirlpool / Íða” forse la cosa migliore è perdersi, in compagnia della musica trascendentale di FRUM.

Una rosa del deserto e una ragazza svizzera hanno in comune delle radici ben piantate a terra e dei petali fragili, che MISS C-LINE trasforma nell’unione perfetta di musica classica e neo-soul.

Nel salotto della nonna, Danny Kuttner raccoglie i ricordi e li trasforma in un disco incorporeo, strumento più suo che nostro per guarire il dolore della scomparsa.

“Sumu” è allegria contagiosa, una medicina della felicità distribuita dai Tribeqa per farci guarire dal grigio dell’inverno.

Devra dimostra che non serve la voce per raccontare, ma una storia da voler condividere in musica, mentre ancora si cerca il proprio posto in un’industria che non ha posto per tutti.

I Sūn Byrd portano il soul dal Nord Europa in un album che sa stranamente di Italia, di sud e feste al tramonto.

Un collettivo svedese che fa neo-soul meglio di tanti americani è tutto dire, e i Pink Butter si sforzano di non farcelo notare in un EP che resta umile, senza suonare uguale a nient’altro.