Peter Edward Clarke, in arte universalmente noto come BUDGIE, è stato il batterista di uno dei più iconici e amati progetti musicali dell’era post-punk: Siouxsie and The Banshees.
Entrato nel 1979 nella line-up di Siouxsie Sioux come sostituto temporaneo del batterista originario Kenny Morris, finì quasi subito per diventare titolare quando Morris dichiarò di uscire definitivamente dai giochi, restando così nei Banshees fino allo scioglimento ufficiale nel 1996.
Prima di allora la militanza nei Big In Japan, negli Spitifire Boys e nelle Slit. Attraversando dunque in prima persona la folgorante esperienza del punk britannico negli anni di maggior fermento. Istrionico, ironico, dotato di uno stile tutto personale che svariati colleghi gli hanno sempre riconosciuto come unico, ha profondamente caratterizzato il sound dei Banshees per l’intera produzione discografica e nelle centinaia di concerti tenuti nell’arco di oltre vent’anni.
Parallelamente, dal 1981, è stato fondatore e membro attivo del side-project The Creatures in coppia con Susan Ballion-Siouxsie, sposata poi nel 1991. In tempi pù recenti l’amicizia con Lol Tolhurst (co-fondatore ed ex-tastierista di The Cure, da noi intervistato nel 2021) ha generato il seguitissimo podcast Curious Creatures dedicato alla musica degli anni ’80, nonché il progetto discografico Los Angeles curato insieme a Jacknife Lee, noto produttore e mixer editor di artisti come U2, R.E.M. The Killers, Editors, Kasabian e molti altri.
Il Deca ha intervistato Budgie in exclusva per IYE percorrendo a tutto campo la carriera di un vero protagonista della scena rock alternativa degli ultimi cinquant’anni.
Intervista a Budgie
Deca – Ciao, Budgie. Un caloroso benvenuto, seppur virtuale, in Italia! Proprio la scorsa settimana stavo riascoltando – per l’ennesima volta – Juju, il mio album preferito dell’intera discografia di Siouxsie. Ogni volta mi stupisce constatare come, ancora oggi, il tuo stile in questi brani suoni così attuale, così contemporaneo. Sembra roba creata appena un paio d’anni fa. Forse è merito della profonda influenza che avete esercitato nel corso degli ultimi quattro decenni sulla scena indie e non solo quella. D’altronde, ne sei certamente consapevole: il podcast che curi insieme al tuo amico Lol Tolhurst, Curious Creatures, esplora proprio l’eredità duratura del post-punk e la sua rilevanza odierna. Non a caso, molte band del nuovo millennio continuano a trarre ispirazione dai lavori più significativi di quel periodo.
Budgie – Juju Continua a sorprendermi a ogni ascolto. Anche se so che parte di quel materiale era stato rodato durante i soundcheck (suonavamo sempre dal vivo, e molto spesso in Italia!). Vedi, Voodoo Dolly per esempio ha sempre avuto una vita propria, mentre Monitor è nata direttamente in studio. Il sound cupo e l’atmosfera minacciosa di Nightshift, nella versione in studio, riescono a esprimere una profondità intensa pur mantenendo una dinamica contenuta. Dal vivo diventava fragorosa, ma nella sua veste originale in studio conserva una qualità senza tempo; forse è proprio questo il segreto della longevità di Juju: non suona mai come qualcosa di “legato a un’epoca specifica”.

Deca – Come mia abitudine, quando parlo con un protagonista di quegli anni, mi piace citare qualche aneddoto della mia giovinezza. Ricordo che nel 1983 lessi su una rivista una recensione di Feast – il primo album del tuo progetto parallelo, The Creatures – in cui il giornalista scriveva più o meno: “Nell’orbita di Siouxsie e dei The Cure, questi artisti pubblicano dischi con la stessa frequenza con cui le persone normali vanno a pisciare”. Era un modo ironico per sottolineare una verità di fondo. Forse, all’epoca, non eravamo in grado di cogliere appieno quel grande fermento e le sue conseguenze. Tra il 1977 e il 1984 sono successe tantissime cose. Io oggi sono sicuro che quel tipo di iper-produzione fosse un fatto inevitabile. E per di più la qualità di quei dischi era mediamente elevata: basti pensare, appunto, a The Glove e ai The Creatures.
Budgie – Con Feast The Creatures avevano spinto l’etica del lavoro spontaneo in studio verso un altro estremo. Non c’era tempo per fare delle jam o sviluppare un’idea: avevamo registrato, mixato e prodotto l’album tutto in due settimane, foto di copertina incluse. Mentre aspettavamo che Severin e Smith finissero Blue Sunshine, The Creatures registravano la cover di Right Now di Mel Tormé e il brano sul lato B (Weathercade) ottenendo il miglior piazzamento in classifica dai tempi di Hong Kong Garden. Sì, in quei tempi lontani sapevamo essere rapidi ed efficaci!!
Deca – Parlando della musica dei Banshees, ho spesso letto o sentito dire che avevate un sound con una vena “tribale”. Credo che ciò fosse dovuto soprattutto al tuo stile batteristico con un approccio creativo molto personale, basata su un uso cospicuo di tom e non limitata ai soliti tempi quadrati cassa-rullante. E in parte anche a una certa tecnica vocale utilizzata da Susan. Ad esempio in un brano che amo molto, Cascade, hai costruito l’ossatura del pezzo su tom gravi e cassa: meno charleston, più tamburi dal suono profondo. Lo stesso accade in Standing There dei The Creatures (dove suoni con grande foga dei timpani imponenti). Era uno stile batteristico non raro nella scena post-punk; penso ai Killing Joke, ai Bauhaus e anche a qualcosa dei Cure. Sei d’accordo con l’etichetta “tribale”? Il vostro sound richiamava in qualche modo culture primitive?
Budgie – La prima volta che ho sentito parlare di “batteria tribale” è stato nei film western hollywoodiani: erano i tamburi dei nativi americani, usati per danze di guerra, rituali di guarigione o comunicazioni. In seguito, ho ritrovato sonorità simili sul lato B di Witch Queen of New Orleans dei Redbone: il brano Chant 13th Hour si apre proprio con quel tipo di percussioni cinematografiche, canti e sonagli alle caviglie; per poi trasformarsi in un esercizio in stile “finto-funk”, completo di sedicesimi al charleston e quel tipico suono dei tom anni ’70 che ricordava delle scatole di cartone. Un suono da cui ho fatto di tutto per allontanarmi! Volevo che i miei tom risuonassero come gabbie per uccelli, semmai!
Deca – Nocturne è un vero capolavoro nella storia della musica dal vivo. Rappresenta un capitolo fondamentale nella discografia dei Banshees, oltre a essere uno degli album dal vivo più significativi di quegli anni. È suonato con grande intensità e pathos, con una formazione che considero un equilibrio perfetto per il vostro stile, ormai giunto a maturazione. La versione audiovisiva di quel concerto alla Royal Albert Hall (su videocassetta) ha accompagnato costantemente i nostri pomeriggi invernali a casa. Noi, giovani fan della scena dark, ne eravamo entusiasti. Che mi dici di quell’esperienza?
Budgie – Io avrei voluto avere un filmato di Rockin’ the Fillmore degli Humble Pie. Era l’album che ascoltavo per conto mio ogni sabato sera, quando la mia famiglia era fuori casa; per me quella è stata l’unica, vera esperienza giovanile di un concerto dal vivo. Mi sorprende constatare quanto questi ascolti giovanili abbiano influenzato il mio modo di suonare. Non si tratta tanto dello stile batteristico in sé – oggi so bene che si trattava di un approccio da autodidatta, con una conoscenza limitata dei rudimenti della batteria – ma il disco possiede le stesse qualità che tu attribuisci a Nocturne: intensità, pathos, una potenza incredibile con ampi sbalzi dinamici. E, proprio come nel caso di Siouxsie, Steve Marriott offriva un’interpretazione vocale appassionata dall’inizio alla fine. Il mio brano preferito su Nocturne è Pulled to Bits, nella sua rielaborazione con batteria e chitarra a pieno regime; adoravo suonare la batteria seguendo i testi onomatopeici e lo stile di Siouxsie. In questo senso, il mio modo di suonare deve più a Jerry Shirley degli Humble Pie che a qualsiasi influenza tribale.
Deca – Come ben sai, qualche anno fa ho intervistato il tuo amico Lol Tolhurst. Parlando dello spartiacque rappresentato dalla cultura punk tra gli eccessi del prog-rock e l’essenzialità della new wave, Lol ha espresso un concetto davvero interessante e sacrosanto riguardo al virtuosismo e allo stile personale: “Sono gli errori che commetti a definire il tuo sound. Nel nostro caso, sono stati proprio i nostri limiti a renderci ciò che siamo”. Qual è la tua opinione in merito? (Ti anticipo che io sono d’accordo con Lol).
Budgie – Sono d’accordo anch’io con Lol: i limiti tecnici costituiscono spesso il nucleo del sound e dello stile di una band. Un fattore determinante, nell’era della registrazione analogica (pre-digitale), era la necessità di realizzare un’esecuzione completa del brano, dall’inizio alla fine, senza commettere errori. L’overdubbing (sovraincisione) significava che la batteria veniva esaminata con estrema attenzione per far sì che fosse “perfetta”. Tuttavia, gli errori o le imperfezioni venivano accettati di buon grado se il “feeling” era quello giusto! Se una registrazione dell’intera band, con la voce incisa dal vivo, possedeva quella qualità magica, allora non c’erano errori, ma solo versioni alternative!!! Ti faccio un esempio: Monitor 🙂
Deca – Negli anni ’70, nel pieno fervore del punk, hai fatto parte di altre band di rilievo: The Slits, Big in Japan e The Spitfire Boys. Come accennavo, è stato un periodo di grande fermento; la scena rock’n’roll brulicava di musicisti e cantanti di ogni tipo. Raccontaci qualche aneddoto interessante o curioso di quegli anni. A proposito, con gli Spitfire Boys eri noto come “Blister”, non come “Budgie”!
Budgie – Con gli Spitfire Boys presi il nome di “Blister” perché avevo sempre le dita piene di vesciche. Inoltre, era un modo per nascondere i nostri veri nomi ed evitare di essere scoperti dal DHSS, l’ente che ci erogava un sussidio settimanale, visto che non avevamo un vero lavoro! L’esperienza con le Slits arrivò inaspettata. Avevo visto le Slits suonare diverse volte e adoravo il modo frenetico in cui Palmolive suonava la batteria! A volte i brani si interrompevano a metà, dando luogo a un breve battibecco tra Ari e Palmolive, prima di riprendere. Per puro caso, mi ritrovai al centro della scena londinese del 1979. In breve tempo iniziai ad aiutare l’ex bassista dei Sex Pistols, Glen Matlock, a registrare nuovi brani. Finimmo per suonare insieme con i chitarristi Steve New (Rich Kids) e Danny Kustow (Tom Robinson Band) sotto il nome di The Jimmy Norton Explosion. Solo in quell’anno 6 concerti e persino una sessione per John Peel, poi un tour con i Clash e, naturalmente, la cura degli arrangiamenti e la registrazione dell’album Cut delle Slits. Il 1979 è stato un anno vorticoso che mi ha cambiato la vita.
Deca – Susan “Siouxsie” Ballion gode ancora di grande popolarità qui in Italia. A trent’anni dai vostri ultimi grandi dischi classici e dal culmine della vostra notorietà, vedo ancora molti fan sfegatati, ragazze dallo stile “dark” con il tipico trucco di Siouxsie… Insomma, rimane un’artista di culto. Credo però che non sia solo una questione di look. Tu sei stato il suo batterista per anni e anche suo marito! La conosci a fondo. Cosa puoi dirci di questa forza che caratterizza la personalità di Siouxsie?
Budgie – Siouxsie aveva ben poca ambizione di diventare una star: non le importava nulla dell’industria musicale. Dava sempre il 100% in studio e il 200% durante le esibizioni dal vivo. Sembrava determinata a preservare quell’aura di mistero che circondava anche i suoi idoli, uomini e donne che fossero. Smentiva deliberatamente ogni aspettativa su chi o cosa dovesse essere, opponendosi con sdegno a qualsiasi tentativo di analisi.

Deca – Quando vi siete resi conto che lo scioglimento era nell’aria? Nel 1995 è uscito l’ultimo album ufficiale a nome Siouxsie and the Banshees: The Rapture. Non è forse uno dei vostri lavori più celebrati, se paragonato a Juju o Kaleidoscope. Eppure, credo che sia stato solo teoricamente il vostro capitolo conclusivo. In realtà, il fuoco dei Banshees non si è mai spento, dato che siete stati coinvolti in molti altri progetti, ricchi di ottime idee. Come scrisse qualcuno anni fa, The Creatures ne hanno rappresentato, per così dire, una sorta di costola.
Budgie – Col senno di poi potrà sembrare strano, ma la band rischiò di finire già dopo Peepshow! Durante il tour statunitense di Peepshow (1988-89), Siouxsie e Severin ebbero un litigio furibondo e non si parlarono per quasi due anni. The Creatures hanno mantenuto vivo lo slancio creativo con Boomerang, andando in tournée nel 1990 per la prima volta come duo. Riformare il gruppo per Superstition fu un processo lento e difficile, ma riuscimmo a reinventarci e a ritrovare slancio grazie al nostro più grande successo negli Stati Uniti (Kiss Them For Me) e alla nostra partecipazione alla prima edizione del Lollapalooza; nato allora come festival itinerante. Un tour che a causa di eccessi ed esaurimento rischiò di farci chiudere di nuovo i battenti. Tuttavia, i primi segnali di un cambiamento nella nostra fortuna emersero durante la fase di scrittura di The Rapture. Col senno di poi, oggi riusciamo a coglierli chiaramente: il crescente predominio della scena dance, l’aumento dei costi per le esibizioni dal vivo e il calo delle vendite. Di per sé questi fattori non sarebbero stati insormontabili, ma si aggiunse un ostacolo più cinico, proveniente dall’industria discografica. A causa dell’aumento dei costi di registrazione e di una quota di profitti sempre più favorevole agli artisti, i nostri contratti – come quelli di molti altri – erano diventati meno redditizi per le major. Le etichette tagliarono il cordone ombelicale: ci ritrovammo, di fatto, senza un contratto discografico. Siouxsie ed io ci trasferimmo in Francia, investendo ogni nostra risorsa per diventare autosufficienti e creare uno spazio in cui la band potesse scrivere e registrare. Eppure, The Rapture fu pubblicato senza un’adeguata promozione e, al termine del tour, l’avventura dei Banshees poteva dirsi conclusa. Però The Creatures continuarono per ben altri dieci anni!
Deca – Nei Banshees hai condiviso il tuo percorso artistico con due dei chitarristi più celebri e originali dell’intera scena post-punk: John McGeoch e Robert Smith. In quegli anni, i Banshees rappresentavano uno straordinario crocevia di stili ed esperienze. John proveniva dai Magazine (una grande band che adoro davvero) e Robert dai Cure. Com’era suonare con loro?
Budgie – Suonare con John McGeoch era un sogno. John era una sorta di telepate musicale. Non ricordo molte discussioni su cosa suonare: semplicemente suonavamo. «Finché riesco a vedere il tuo piede sinistro sul pedale dell’hi-hat!» diceva John «so di potermi sentire libero di suonare.» Riponevamo una fiducia assoluta, quasi tacita, nella capacità reciproca di sostenerci, risponderci e inventare, costantemente e in un istante. Con Robert Smith, quello stesso rapporto di fiducia si è sviluppato durante il tour di Join Hands, organizzato in fretta e furia: certe sere il pubblico conosceva i brani meglio di noi! Durante la registrazione di Hyaena inizialmente Robert non voleva suonare la chitarra. Così, con il solo ausilio di tastiere e batteria, io e lui abbiamo elaborato le basi di Swimming Horses e Take Me Back. In seguito, Robert è tornato a ricoprire il ruolo di chitarrista, secondo il suo stile del tutto peculiare, ma è stato proprio in Take Me Back che ho percepito quella magica sintonia musicale.
Deca – Parlando ancora di look – perché il look è stato un elemento importante nella scena musicale pop, in quegli anni – con i Banshees vestivi abiti più “rock” rispetto al resto della band. Siouxsie era un mix di gitano, dandy, orientale, gotico. Una sorta di Exotic-Dark Lady. Steve Severin è stato quasi sempre un dandy. Tu invece indossavi spesso magliette e canotte. Non è così comodo suonare la batteria vestendosi in abito e cravatta, lo so. Ma… forse questa è stata un’eredità della tua militanza in tanti dei primi gruppi punk. Hai preservato uno spirito da artista punk più duraturo? Oh! Magari sto dicendo delle stronzate..!!
Budgie – Faccio sempre una smorfia quando vedo le foto della band scattate prima di salire sul palco: ho suonato indossando calze da ballo e stivali da boxe Lonsdale, con una maglietta lunga simile a una gonna e una fascia per capelli! A mia discolpa sottolineo che la fascia doveva tenere le cuffie a posto! Durante il tour di Juju, avevamo rimosso dal palco tutti gli arredi tradizionali del rock & roll. Tutte le luci, i monitor e gli armadietti degli amplificatori erano nascosti sotto la piattaforma del palco, rispettivamente sotto fogli di perspex e griglie metalliche. Per quanto riguarda l’abbigliamento in quel periodo, mi piacevano i jeans di pelle, le magliette invecchiate e gli stivali da motociclista, ma quando iniziai a pensare di avere “un sacco di soldi”, cominciai ad avere un debole per gli abiti di seta grezza, per Jean Paul Gaultier, Vivienne Westwood e qualsiasi cosa di Scott Crolla. Molto post post punk!
Deca – Per concludere, che mi dici del podcast Curious Creatures? Lo trovo un progetto davvero interessante, ricco di contenuti, immagini, emozioni. Hai avuto un’idea fantastica. Penso che ogni vero artista iconico della sua generazione dovrebbe fare qualcosa di simile. Continuando a mantenere un contatto con vecchi e nuovi fans. Dà senso a ciò che era stato fatto allora. Il vostro patrimonio culturale è molto importante, oggi. E ti ringrazio per questo. Senza di voi, ragazzi, non sarei il musicista che sono diventato.
Budgie – Lol e io abbiamo alzato il livello per il nostro podcast. Ci siamo sintonizzati su molti altri podcast guidando lungo strade di montagna e nel deserto mentre ci preparavamo a registrare il nostro album con Jacknife Lee. Sapevamo di volere un editing di qualità per un ascolto migliore e un sound design creativo per creare l’atmosfera. Alla fine abbiamo combinato le trame sonore dell’album magistralmente curato da Dan Didier dei September Club.
Deca – Grazie, Budgie. È stato un vero piacere incontrarti e parlare di un passato che non muore mai. Ti porto i saluti dei tuoi fan italiani.
Budgie – Grazie a te, grazie a voi tutti! Vi auguro un grande successo con In Your Eyes. E per dirla con le parole di Mister Spock di Star Trek: «Possa ognuno di noi vivere a lungo e prosperare!»










