Recensione : Uncle Acid and the Deadbeats – Shapes of midnight

A due anni distanza dall’ardito esperimento del concept album cinematico “Nell’ora blu”, in cui si erano cimentati con la composizione di una ipotetica colonna sonora di un film italiano immaginario ambientato negli anni Settanta (giostrando con elementi di genere polizieschi, gialli, sci-fi, horror, spaghetti western e omaggi al synth-prog. Gobliniano) tornano a pubblicare nuovo materiale gli inglesi Uncle Acid and the Deadbeats, combo hard/heavy/psych rock capitanato dal frontman/chitarrista/tastierista Kevin “Uncle Acid” Starrs, che la scorsa settimana ha dato alle stampe, attraverso la loro etichetta Killer Candy Records, il loro settimo Lp complessivo, “Shapes of midnight“.

Registrato dal vivo su nastro, in soli tre giorni, agli iconici Abbey Road Studios insieme al sound engineer Chris Bolster, e realizzato utilizzando la tecnologia delle console EMI dei Sixties, il disco –  ispirato a un tema horror basato sul racconto breve di Edgar Allan Poe del  1842 “La maschera della morte rossa” e al film omonimo del 1964, interpretato dal maestro dell’orrore Vincent Price – vede la band (e cioè Starrs coadiuvato da Vaughn Stokes alla chitarra e backing vocals, Justin Smith al basso, Jon Rice alla batteria, e la nuova arrivata Rachel Burnett al sax, tastiere e backing vocals) tornare al sound e alle atmosfere esoteriche e immaginario horror stregato (inteso come il “Suspiria” di Argentiana memoria, quando il cinema italiano, a differenza di oggi, aveva idee e segnava epoche con la sua arte) dalla fascinazione per l’occulto – mischiate a un heavy/psych rock influenzato da Black Sabbath, Blue Cheer, Kinks, la teatralità shock rock di Alice Cooper, proto-punk degli Stooges e una spruzzata di heavy metal Ottantiano, il tutto mediato da melodie pop Beatlesiane – che le hanno fatto guadagnare il soprannome di “Evil Beatles”.

Nonostante il peso storico degli studi di registrazione in questione, e attrezzature vintage molto costose, gli Uncle Acid hanno voluto imprimere alla materia sonica l’approccio più grezzo e selvaggio possibile, cercando di far convivere le vecchie tecnologie con i suoni potenti e distorti dell’ensemble, saturando di fuzz l’aria degli studi in cui, nel secolo scorso, Beatles e Pink Floyd hanno inciso (capo)lavori incensati ancora oggi.

Il full length parte subito col botto con “House by the grave“, brano apripista programmatico che presenta vibes à la “In-a-gadda-da-vida” mischiate alle classiche influenze Sabbathiane, fino ad accelerare in una cavalcata hard/psych che fa deragliare l’ascoltatore. La title track sembra tornare alle fragranze delle loro opere precedenti come “Blood lust“, sciorinando un pot-pourri psych/blues che centrifuga Beatles, l’immancabile Sabba Nero e pure i Thin Lizzy. “When evil wakes” è impreziosita dalle tastiere della Burnett e dagli assoli chitarristici, mentre “Don’t let it control you” sguscia via su un indiavolato sentiero desertico post-stoner alla Queens of the Stone Age. In “The other side of the sky” e soprattutto in “Psycho on the loose” emerge una vena heavy metal a metà strada tra i W.A.S.P. e l’Alice Cooper nella sua fase glam della seconda metà degli Eighties; Burnett torna a farsi sentire forte col sax in “I won’t sleep (‘til you’re gone)” e il racconto viene chiuso dall’heavy/blues quadrato e solido (che arriva quasi a lambire territori cari ai Deep Purple) di “Sleep no more” che, tra synth e voci “mostruose”, orchestra un finale ambiguo e minaccioso dell’opera, intrisa di cattive vibrazioni.

Pazienza se questi rumorosi solchi potranno urtare il sensibile e raffinato udito di Damon Albarn (ce ne faremo una ragione, sia noi che gli Uncle Acid and the Deadbeats…) ma questo gruppo, di album in album, continua a evolvere il proprio suono senza stravolgere la propria natura di macchine da riff ostinatamente devota a piaceri analogici.

TRACKLIST

1. House By The Grave
2. Shapes Of Midnight
3. When Evil Wakes
4. Don’t Let It Control You
5. Psycho On The Loose
6. I Won’t Sleep (‘Till You’re Gone)
7. The Other Side Of The Sky
8. Sleep No More

 

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