Il mondo addomesticato – 7. Comunità

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Quando sulla Terra scese un’intelligenza a lui superiore, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito…
Non era pronto per due motivi.
Il primo è che, come per Dio, ne parli, lo preghi, ma alla fine dei conti non ci credi mai veramente. E se esistesse e dovessi avere il privilegio di vederlo, te la faresti sotto.
Il secondo motivo è che non si può essere mai pronti per una cosa del genere.
Il magazziniere Federico Tanzi resta prigioniero in una piccola casa diroccata, succube di una delle sfere di luce materializzatesi sulla Terra e delle sue allucinazioni. La sua titolare, Mara Alberti, fugge in auto verso la città con l’unico obiettivo di portare in salvo suo figlio. Nel tentativo di fuga la donna e il bambino accedono a quello che sembra un universo parallelo, dove una strana figura gli promette spiegazioni. Una volta fuori dalla fantasmagoria Mara si ritrova, senza il figlio, nella casina dove è rifugiato Federico e gli racconta quello che è accaduto nella Stanza della memoria. Nel frattempo, nella zona industriale, un altro gruppo di persone ha preso una strada diversa…

Puntate precedenti: 1. Pilot / 2. Casa / 3. Libertà / 4. Città / 5. Natura / 6. Memoria

Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente connessi con il resto del mondo.
Non si tratta solo della facilità di comunicazione, né dell’aver rivisto le facce dei vecchi compagni delle elementari.
Non è neanche soltanto la possibilità di farci gli affari del vecchio zio d’America o della bellona dietro la quale sbaviamo.
Internet ci ha portato a creare comunità virtuali con persone lontane anche migliaia di chilometri da noi, e tutto questo ci sembra ormai normale.
Communities, Social networks, Groups, Forums, Chats
Tuttavia il tratto che distingue una vera comunità, definita come l’insieme dei soggetti che interagiscono tra loro più che con collettività diverse, è la specifica identità avvertita dai suoi componenti, l’alto senso di appartenenza, la formazione di rapporti di solidarietà.
Non c’è nulla di social in tutto questo.
Nella società l’individuo vuole far prevalere la sua unicità sul gruppo.
Nella comunità è il gruppo che si definisce e si impone come unitario.
È una questione di volontà.
Quando essa non è calcolo, il legame comunitario è inevitabilmente più forte.
Quando la volontà è razionale, la socialità ha dei fini ben precisi.
E i fini necessitano i mezzi per poterli raggiungere.

Il giorno in cui sulla Terra divampò la luce, Ermanno Truffa si trovava nel capannone del mobilificio in cui lavorava come falegname. Nel marasma che si scatenò immediatamente dopo l’apparizione delle sfere, l’uomo cercò di ridestare quelli che invece di fuggire vennero presi da una improvvisa catatonia.

Avanti, ragazzo! – gridò a Tanzi, il giovane magazziniere, strattonandolo per la maglia. – Non stare a guardare, questo è il finimondo!

Cosa… Cosa diavolo è quella roba?

La realtà sembrava aprirsi e vomitare silenziosamente quelle sfere di luce.

Non ne ho idea, e non voglio stare a guardare…

Ermanno si voltò invece, e vide che molti degli ipnotizzati si erano sollevati da terra di qualche centimetro, con le braccia leggermente divaricate. Erano circondati dal bagliore di quelle sfere, ormai quasi completamente emerse dai buchi immateriali che avevano provocato.

Cosa diavolo fanno? – sussurrò Tanzi.

Lascia perdere e corri, non ti fermare.

All’esterno, nello spiazzo centrale che si trovava sul retro del capannone, i due si ritrovarono insieme a molti dei lavoratori del mobilificio. C’erano anche altre persone, come il meccanico Gino Ravazzi, che aveva l’autofficina lì vicino, e i ragazzi della ditta di distributori automatici che dava sempre su quello spazio.

Ci dev’essere stata un’esplosione nell’officina – esclamò l’uomo agitandosi nella sua larga tuta ingrassata. – Ma non ho sentito nessun rumore, solo una gran luce e sono scappato.

Ma quale esplosione! È così anche da noi – gridò Mara Alberti, la proprietaria del mobilificio.

Ho visto della gente… – sussurrò un ragazzo in tuta da lavoro. – Sì, insomma, stavano volando!

Mentre la calca aumentava e la confusione si faceva sempre più fitta a causa dell’assurda situazione, altre bolle di quella luce inconsistente iniziarono a materializzarsi all’aperto, il che portò a un’ulteriore rocambolesca fuga.

Ermanno fu uno dei pochi a prendere un’iniziativa decisa. Con un rapido gesto delle mani controllò se avesse con sé le chiavi del furgone aziendale che era parcheggiato a pochi passi. Dopo averle trovate si precipitò a metterlo in moto.

Allora! – urlò da dentro l’abitacolo alla folla smarrita. – Montate dietro, forza, cosa aspettate?

E così Gino e il ragazzo dei distributori aprirono il retro del furgone e riuscirono a farci entrare una decina di persone.

Cosa aspetti, parti! – intimò il meccanico una volta montato accanto al guidatore, ma Ermanno stava cercando con gli occhi nello spiazzo ormai evacuato, sul quale si trovavano i catatonici ancora fluttuanti.

Dov’è Tanzi? – chiese più a se stesso che all’uomo che aveva accanto.

Chi?

Il ragazzo che era con me… dove diavolo è?

Che vuoi che ne sappia? Sarà fuggito. Ora premi su quell’acceleratore e va’ via di qua, prima che iniziamo a galleggiare con tutto il furgone.

Aspetta! – l’uomo fece partire il van ma solo per accostarsi pochi metri più avanti accanto a una donna che correva disperata sul ciglio della strada. – Tirala su! – disse a Gino.

Il meccanico ubbidì, aprì la portiera e fece spazio a Bettina, la donna delle pulizie del mobilificio, dagli enormi occhi spaventati.

Poi il falegname diede un altro breve sguardo nello specchietto retrovisore, quel disgregamento luminoso avanzava. Gli uomini fluttuanti probabilmente erano perduti. Nel premere l’acceleratore e allontanarsi dalla zona industriale sperò che non fosse accaduto lo stesso a Federico.

Il furgone procedette lungo una delle statali principali per una decina di chilometri. Lungo la strada non ci furono particolari problemi. Nessuna traccia di quelle strane luci, solo uno strano addensamento di nubi che non prometteva nulla di buono.

– Quelle nubi non me la raccontano giusta – sussurrò Ermanno.

– Dici che può dipendere da quelle sfere? – chiese il giovane accanto a lui.

– È pomeriggio e non ho mai visto una luce del genere, neanche prima del più forte dei temporali – fece una breve pausa per pescare il pacchetto di sigarette che aveva nel taschino della tuta. Se ne accese una. – Anzi, forse una volta sì. Era durante un’eclissi.

Nella parte anteriore del furgone erano in quattro. Ermanno alla guida, il giovane della ditta di distributori automatici, Vittorio, Gino e Bettina. Dietro di loro un gruppo di persone che si era completamente affidato all’autorità dei più anziani.

– Ehi, guidatore! – esclamò un uomo sulla quarantina attraverso il piccolo spioncino che collegava l’abitacolo di guida con il cassone posteriore. – Che ne pensi di dirci dove stiamo andando? E magari potremmo anche iniziare a pensare di fermarci, che dici? Qui dietro inizia a scarseggiare l’ossigeno.

– Abbi pazienza, Alex – disse Ermanno all’uomo alle sue spalle. – Siamo quasi a Brindisi, mi fermerò non appena mi sentirò fuori pericolo.

– Sei tu il capo, Er, ma qui la gente è insofferente.

– Io non sono il capo proprio di un bel niente – e poi, gridando più forte. – Mi sentite là dietro? Avete capito? Portate pazienza, tra un po’ mi fermo e ci sgranchiamo le gambe. Voglio solo essere sicuro che quelle palle di fuoco siano ben lontane.

Ma proprio al termine di quelle parole, sulla strada, a pochissime decine di metri dal furgone in corsa, si aprì uno squarcio di luce. Fu come un fulmine, ma non cadde dal cielo. Ebbe piuttosto origine proprio lì davanti ai loro occhi. Il vecchio falegname provò a frenare, anche bruscamente, ma la distorsione elettrica era troppo vicina e il furgone non poté che passargli attraverso.

– Diamine! – gridò Gino, e alla sua imprecazione fecero eco le urla degli uomini sballonzolati nel retro, a causa della brusca frenata.

Una volta superato quello strano lampo di luce perpetuo, Ermanno continuò a frenare e accostò alla meno peggio sulla destra della carreggiata. La sua fronte era imperlata di sudore e si prese qualche attimo prima di scendere dal veicolo.

– Aspetta! – gridò il meccanico. – Vengo con te.

Una volta giù, i due uomini furono presi dallo stupore.

– Oh, porca vacca! Guarda che roba! – esclamò il meccanico.

La carrozzeria del furgone aveva cambiato colore, passando dal giallo smorto al nero carbonizzato. Sembrava essere stata folgorata. Tutt’intorno, piccole scariche elettriche creavano ancora minuscoli flash sulle parti metalliche della carrozzeria.

– Ehi! Tutto bene lì dietro? – gridò Ermanno rivolto al gruppo nel retro.

– Tutto ok! – rispose Alessandro Venturi. – Ma cosa diavolo sta succedendo lì fuori.

– Niente di che, non abbiate paura. Ora cerchiamo un posto dove sistemarci. – Poi annuendo verso il meccanico – Attento a dove metti le mani – aprì la portiera assicurandosi di toccare solo la maniglia di plastica. – Andiamo via di qui.

Dopo una manciata di minuti il furgone arrivò nei pressi di una enorme centrale elettrica.

Uno strano fenomeno attirò subito l’attenzione del guidatore: l’unica parte di cielo non coperta dalle nubi era quella sopra di essa. La vista era incredibile, un vero e proprio squarcio paradisiaco che permetteva il passaggio dei raggi del sole attraverso una coltre grigia. La centrale si estendeva per parecchi chilometri quadrati, quindi era letteralmente impossibile non notare quel buco sopra di loro.

– Ci fermiamo qui – disse Ermanno, frenando di fronte al grande cancello della recinzione.

– Qui? – domandò stupito Gino. – Non è meglio arrivare in città e chiedere aiuto?

– Ermanno ha ragione – intervenne Vittorio, slacciandosi la cintura e seguendo il vecchio falegname che nel frattempo era già uscito dall’abitacolo. – Hai visto il cielo? È l’unica parte sgombra da mezzora a questa parte.

Dal retro uscirono le altre persone. Alessandro in testa a tutti, con un cellulare in mano.

– Prima che questo affare smettesse di funzionare del tutto ho letto un po’ di notizie. La situazione è un disastro, le città sono invase da quelle strane sfere elettriche e le persone sono in tilt. Addirittura qualcuno parla di invasione aliena.

– Invasione aliena? – esclamò il meccanico portandosi le mani di grasso al volto.

Ermanno lanciò un’occhiata eloquente a Vittorio e ad Alessando, e subito i tre si diedero da fare per tranquillizzare le quattro donne che si trovavano sul retro.

Ripresosi dalla sua momentanea perplessità, anche Gino si mise all’opera, si avvicinò al cancello automatico e diede un’occhiata all’interno. La centrale sembrava deserta, ma il cancello era chiuso. Recuperò un paio di arnesi dalla sua borsa sul furgone e, con un’agilità piuttosto stravagante per la sua mole, scavalcò il recinto portandosi dall’altra parte dell’entrata. Due minuti più tardi chiedeva aiuto per poter trascinare a mano l’enorme pezzo di lamiera ormai libero dal meccanismo elettronico e far entrare il furgone.

Gli uomini ebbero appena il tempo di portare dentro il furgone e rifugiarsi all’interno della centrale, che le nubi iniziarono ad addensarsi sempre più velocemente. Quasi come fosse una conseguenza necessaria a ciò, tutt’intorno alla centrale apparirono le sfere di luce, che, stranamente, sembravano tenersi a una distanza di sicurezza dall’edificio dove gli uomini erano rifugiati.

– Spuntano come funghi – sussurrò Alex.

– Già – annuì Ermanno avvicinandosi pericolosamente al recinto, dal suo interno, continuando a osservare quelle enormi bolle. – Ma sono convinto che qui saremo al sicuro.

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