Il mondo addomesticato – 6. Memoria

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Quando sulla Terra scese un’intelligenza a lui superiore, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito…
Non era pronto per due motivi.
Il primo è che, come per Dio, ne parli, lo preghi, ma alla fine dei conti non ci credi mai veramente. E se esistesse e dovessi avere il privilegio di vederlo, te la faresti sotto.
Il secondo motivo è che non si può essere mai pronti per una cosa del genere.
Il magazziniere Federico Tanzi resta prigioniero in una piccola casa diroccata, succube di una delle sfere di luce materializzatesi sulla Terra e delle sue allucinazioni. Nel frattempo la sua titolare, Mara Alberti, fugge in auto verso la città con l’unico obiettivo di portare in salvo suo figlio. Nel tentativo di fuga la donna e il bambino accedono a quello che sembra un universo parallelo, dove una strana figura gli promette spiegazioni…

Puntate precedenti: 1. Pilot / 2. Casa / 3. Libertà / 4. Città / 5. Natura

 

Ricordare è importante.
Lo impariamo sin da piccoli. Ricordare per imparare, ricordare per non ripetere gli stessi errori.
Ma se alcune volte non siamo sicuri di quello che viviamo nel presente, come possiamo pretendere che addirittura il passato possa non essere fallace?
Le visioni del passato sono illusorie, forse più di quelle future. Non esistono e non c’è un garante che le sottoscriva per la nostra sicurezza.
Ci piace ricordare quello che ci è utile, ma adesso. Ricordiamo con gioia quello che ci ha reso felici ieri, ma lo ricordiamo adesso e ne gioiamo adesso. Abbiamo paura di un ricordo che ci ha spaventato, ma è un monito per il presente, al me di ieri poco importa.
Cosa siamo prima di nascere, cosa saremo dopo?
Ricordare è importante, ma ancora più importante è cosa ricordare e perché.

 

– Ok, ora fai un bel respiro e tranquillizzati – l’uomo si avvicinò alla donna con cautela, le prese le spalle con entrambe le mani mentre lei si teneva il volto tra le mani in una posa contrita. – È successo anche a me di aprire quella porta e non capire dove mi trovavo. Non si esce di qui, possiamo solo aspettare.

La donna iniziò a sussurrare, poi a parlare, dapprima piano, poi sempre più forte – Mio figlio, Luca… dov’è mio figlio? – fino a urlare disperata in faccia al magazziniere del suo mobilificio, unico riferimento in quell’assurdo sogno che stava vivendo.

– Dove cazzo è mio figlio?!?

Esplose in un pianto tormentato, si accasciò a terra in quella piccola casa diroccata dove da giorni ormai Federico Tanzi non faceva altro che attendere che quella sua situazione si evolvesse in qualche maniera. Di tanto in tanto la sfera appariva, galleggiava per qualche tempo davanti a lui, sembrava rispondergli se l’uomo le parlava, ma la comunicazione era impossibile e non progrediva sotto nessun aspetto. Dopo quella strana danza, la sfera produceva i cubetti rossi che in quei giorni gli facevano da unico nutrimento. Non c’erano dubbi sulla sua condizione di prigionia, e per quanto progettasse di evadere da quelle quattro mura, non c’era altra soluzione che provare ad aprire la porta, e ogni volta che la porta veniva aperta piombava in quella allucinazione geometrica che visse la prima volta. Suo padre però non gli apparve più.

Da quella stessa porta vide quel giorno materializzarsi Mara Alberti, la sua titolare, l’arpia, il boss, la donna che teneva al guinzaglio l’intero mobilificio. Una donna tutta d’un pezzo, afflitta e completamente sconvolta da chissà quale visione. Alberti chiamava il proprio figlio, lo cercava, riapriva la porta per tornare indietro, affondava nella fantasmagoria escheriana che si trovava oltre la soglia, nonostante lui avesse cercato di fermarla, e dopo pochi istanti ritornava lì nella stanza, con il viso sempre più abbattuto e stanco e stupefatto, per poi riprovarci ancora. Dopo la terza volta di quell’andirivieni che durava ogni volta non più di un minuto, Tanzi si rese conto che il tempo oltre la porta doveva scorrere in maniera del tutto diversa. La donna sembrava logorarsi a vista d’occhio man mano che ne entrava e ne usciva, la follia scavava sempre più i suoi occhi e il suo viso. Decise così di fermarla con la forza, cercando di non essere brutale.

La donna accasciata a terra ora singhiozzava, non riusciva a trattenere lo sconforto di aver perduto il figlio e per quanto l’abbraccio fraterno dell’uomo cercasse di consolarla, niente sembrava portarle giovamento. Più volte, durante quel pianto addolorato, cercò di allungare la mano verso la porta, nell’ennesimo tentativo di raggiungere l’esterno e salvare il proprio figlio.

– Non si esce, non si può uscire… – gli sussurrò l’uomo trattenendola da quella spinta disperata. – Ci ho provato più volte, ma è inutile. L’unica cosa che possiamo fare è aspettare che qualcuno venga in nostro soccorso.

– Luca… – biascicò ancora la donna, guardando per la prima volta l’uomo negli occhi, con i suoi arrossati e umidi di pianto. Sembrava finalmente affidarsi a lui.

– Vedrai che starà bene, non preoccuparti. Ora pensiamo a noi, a cercare di sopravvivere.

 

Dopo qualche minuto la donna riprese il controllo di sé e iniziò a guardarsi intorno. In silenzio, con gli occhi sbavati di trucco, osservava quei cristalli celesti che ricoprivano le pareti e le superfici. Cercava una spiegazione senza fare domande. Dopo aver visto che la crisi era passata, l’uomo si era allontanato ed era intento a spostare i mobili con l’idea di preparare un angolo confortevole anche per lei; quella stanza era davvero piccola e senza organizzazione avrebbe finito per diventare claustrofobica.

– Forse so cosa sono quei dannati cerchi di luce. – La voce della donna interruppe il silenzio glaciale che aveva seguito la tempesta.

– Le sfere? – domandò Tanzi voltandosi verso di lei.

– Sì, come preferisci chiamarle… – Alberti era in piedi, poggiata con la schiena su una parete vuota, i vestiti lustri, un collant smagliato e un piede scalzo. – Io e Luca siamo stati in un posto, abbiamo incontrato un uomo…

Tanzi le si avvicinò un poco, si sedette per terra. – Racconta – disse.

La donna iniziò a descrivere il posto meraviglioso dove erano stati catapultati lei e il figlio, piuttosto che trovarsi sul pianerottolo del loro appartamento. Descrisse l’uomo vestito di bianco e il loro ingresso in quell’edificio che sembrava provenire da un’altra dimensione.

– Il suo nome era Webster e ci ha condotti in quella che lui chiamava La stanza della memoria. Abbiamo attraversato un lungo corridoio dal pavimento a scacchi, bianco e nero, che sembrava infinito. Poi finalmente siamo arrivati presso una grande tenda color porpora, lui l’ha sollevata e ci siamo trovati in un’enorme sala circolare, illuminata a malapena da luci soffuse.

La donna fece una breve pausa, sospirò, si staccò dalla parete e prendendo coraggio si sedette a gambe incrociate di fronte all’uomo, su quel pavimento impolverato.

– Dentro la Stanza della memoria c’erano tre persone sedute su tre diverse poltrone dalla fattura antica. Tutte e tre avevano il volto in ombra, ma si poteva facilmente distinguerne la corporatura e l’abbigliamento. Uno era un enorme uomo vestito in modo elegante, anche se il doppiopetto azzurro che indossava era letteralmente sul punto di esplodere. Accanto a lui c’era una donna, biondissima, sembrava molto alta, sebbene fosse seduta, e molto magra, anche lei era vestita in maniera elegante. E poi su un’altra poltrona un piccolo uomo incappucciato.

«Dapprima parlarono tra di loro, in una lingua che non riuscivo a comprendere, mi pare fosse russo, ma a questo punto non credo neanche si trattasse di un idioma terrestre. Poi quel Webster, ha iniziato a parlare in inglese, voltandosi verso di me e invitandomi ad avanzare. Cercai di scrutare nella penombra il volto di quelle persone ma non ci riuscii. Ero agitata e mi sembrava di vivere quella scena distaccata dal mio corpo, tremavo senza tremare… non so spiegare. Poi l’uomo grasso parlò “abbiamo bisogno di tuo figlio”, disse con voce impastata. Io cercai subito di rispondere e di ribellarmi, ma immediatamente mi resi conto di essere inerte, come in un sogno. Sai, quando nei sogni vuoi fare qualcosa, pensi di dire qualcosa, ma la tua volontà è come se venisse annientata, e puoi solo assistere a quello che accade? Potevo solo osservare passivamente la scena. Sembrava un film. “Non devi preoccuparti, non accadrà nulla a Luca, né agli altri bambini” disse la donna. E poi aggiunse: “sono necessari alla nostra missione”.

Alberti si fermo, cercò di trattenere un singulto con l’indice della mano destra. Tanzi le carezzò la mano, con l’intento di rincuorarla. Poi la donna si riprese e andò avanti nella narrazione.

– Ma quello che parlò più di tutti fu l’omino incappucciato. “Ci dispiace che ci sia stata questa fuoriuscita”, sì, ha detto proprio così, fuoriuscita. “I suicidi, o rigenerati, come preferisce chiamarli Webster, non hanno rispettato i patti e hanno iniziato a viaggiare attraverso le dimensioni, arrivando, purtroppo, nella vostra. Proprio per questo esistiamo noi, della Stanza della memoria, per prevenire queste fuoriuscite o porvi rimedio”. Poi si alzò e si avvicinò verso di me, ero inquietata da quella figura, eppure non riuscivo a muovermi. L’uomo si sfilò il cappuccio e finalmente riuscii a vederlo in volto. Un volto orribile, grigio, scavato dalle rughe, con una bocca senza labbra. “Mi dispiace, donna”, mi disse con un tono che avrebbe voluto essere conciliante, “ma abbiamo bisogno di ponti per raggiungere i fuoriusciti, e i bambini sono l’unica risorsa che può aiutarci in questo”. Quell’essere fece un gesto con la mano, che interpretai come un saluto, un inchino, insomma l’equivalente di una stretta di mano nei miei confronti. Poi Webster mi prese sottobraccio e mi portò fuori da quella sala. Luca rimase lì, nella Stanza della memoria. Riuscii a voltarmi per un attimo e vidi i tre alzarsi in piedi, circondarlo e accompagnarlo via. In quel momento avrei voluto gridare, ma ero del tutto bloccata. Webster mi condusse verso il portone d’ingresso e alla sua uscita mi sono ritrovata qui. Il resto lo sai.

Alla fine del racconto, il silenzio tra i due durò qualche minuto. Poi l’uomo si alzò, prese un piccolo tovagliolo di carta che si trovava in tasca da quando era giunto lì e lo riempì di cubetti rossi.

– Tieni, mangia qualcosa… – disse porgendo il cibo alieno alla donna. Lei lo guardò titubante. – Non aver paura, è commestibile.

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