Il mondo addomesticato – 5. Natura

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Quando sulla Terra scese un’intelligenza a lui superiore, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito…
Non era pronto per due motivi.
Il primo è che, come per Dio, ne parli, lo preghi, ma alla fine dei conti non ci credi mai veramente. E se esistesse e dovessi avere il privilegio di vederlo, te la faresti sotto.
Il secondo motivo è che non si può essere mai pronti per una cosa del genere.
Il magazziniere Federico Tanzi resta prigioniero in una piccola casa diroccata, succube di una delle sfere di luce materializzatesi sulla Terra e delle sue allucinazioni. Nel frattempo la sua titolare, Mara Alberti, fugge in auto verso la città con l’unico obiettivo di portare in salvo suo figlio.

Puntate precedenti: 1. Pilot / 2. Casa / 3. Libertà / 4. Città

 

Il termine natura ha un duplice significato.
Da una parte quello comune, diffuso, di mondo selvaggio. La natura che non si riesce a vincere, che ha sempre la meglio, che alla fine dei conti predomina sull’artificiale, sul manufatto dell’uomo, su tutto. Dall’altra, quello più filosofico di origine, di appartenenza, e allo stesso tempo di separazione, da ciò che è diverso da sé e dalla propria conformazione.
La natura incontaminata non accetta regole, le sovverte a suo piacimento, si ribella alla regolarizzazione psicotica dell’umano. Esiste sempre qualcosa che sfugge, che non può essere vincolato dalla nostra volontà, che eccede la ragione. Così all’esterno, così all’interno degli individui, di tutti gli individui che fanno parte dell’Universo.
Qualcuno un giorno disse che se una razza aliena arrivasse sulla Terra, avrebbe subito l’impressione che la razza predominante fosse quella delle piante. Niente di sbagliato, in questo. Ma se fosse invece la categorizzazione a essere sbagliata nella sua essenza? Se tutto quello di cui l’uomo parla, per cui l’uomo lotta, non fosse nient’altro che un’unica enorme natura indivisibile? Se dei due significati del termine, insomma, non ce ne fosse che uno solo?

– Luca! – gridò Mara Alberti, spalancando la porta di casa sua. Aveva corso per quasi tutta la città, sconvolta dal panico, tra centinaia di persone spaventate come lei, forse di più. Aveva fatto le scale proiettata completamente in avanti, in quello che sembrava un conato di vita che aveva come unico scopo la salvezza, sua e di suo figlio.

– Luca, presto, dobbiamo andare via… – gridò dalla soglia, ma non riuscì a terminare la frase che il gesto automatico di portarsi la mano alla bocca per reprimere un sussulto di stupore la immobilizzò.

Suo figlio era di fronte a lei, sospeso per aria. Attorno a lui una tenue aura di luce.

– Ciao mamma! – le sorrise il bambino, voltandosi delicatamente dalla sua parte.

– Oh mio Dio, Luca… – la mano nodosa, e allo stesso tempo curata, tremava e le prime lacrime iniziarono a bagnarle le guance.

– Mamma, perché piangi? – il bambino, ora era sul suo fianco destro e la donna non riuscì a trattenere un sussulto di sorpresa. Non c’era stato nessun movimento percepibile.

La luce era scomparsa e solo adesso che il senso della vista aveva smesso di totalizzarle la percezione iniziava a percepire il caos proveniente dall’esterno dell’appartamento. Il rumore delle sirene invadeva l’aria e uno strano odore ferroso andava a gravare sulla già plumbea atmosfera del crepuscolo.

La donna rientrò in sé dopo quel secondo di smarrimento, prese il figlio per mano e attraversò il lungo corridoio della sua casa per raggiungere la camera da letto. Qui, presa dalla frenesia, aprì l’armadio, ne cavò un trolley e lo gettò sul letto, lo aprì e iniziò a riempirlo di indumenti, suoi e del piccolo. Fece tutte queste operazioni senza mai lasciare la manina del bambino, anzi stringendola man mano che la sua agitazione montava.

– Mamma! Mi fai male! – piagnucolò Luca divincolandosi dalla morsa.

– Ascoltami – gli disse la donna sforzandosi di avere un tono controllato. Si abbassò all’altezza del figlio, lo prese delicatamente per le spalle. – Dobbiamo andare via di qua. Sta succedendo qualcosa di brutto…

– Di brutto? – la interruppe il bambino. – Ma che dici, ma’? Non è brutto. È divertente, invece!

– Non interrompermi – Alberti alzò la voce, cercando comunque di continuare a essere accomodante. – Ora raccogliamo un po’ di vestiti e andiamo via. Ci sono queste enormi sfere di luce che stanno arrivando dappertutto e non sappiamo se siano pericolose…

– Ma non sono pericolose, mamma – piagnucolò il bambino cercando di sfuggire alla presa della donna. – Basta, lasciami andare – urlò asciugandosi le lacrime, e con un movimento brusco riuscì a liberarsi da quella debole morsa e fuggì per il corridoio.

– Luca! – gridò la donna. – Cosa fai torna immediatamente qui! – e non esitò a corrergli dietro.

Il bambino aveva già raggiunto la porta d’ingresso. Si voltò per un attimo a guardare indietro la propria genitrice, si girò nuovamente, afferrò la maniglia e aprì la grossa porta blindata che li separava dal pianerottolo. La donna, in tutto questo, era già su di lui, ma quando poté vedere al di là della soglia, non vide quello che si aspettava di vedere, ma una enorme distesa di fiori gialli e rossi e di altri colori, alberi in fiore, un piccolo fiumiciattolo che scorreva sulla sinistra e qualche masso tondeggiante sparso qua e là. Uno stretto sentiero di ciottoli tagliava nel mezzo il paesaggio; non si riusciva a vedere dove esso portava, sembrava perdersi all’orizzonte di quell’oceano dalle molteplici sfumature cromatiche.

– Visto, mamma – disse il bambino prendendo la donna per mano e tirandola verso quel prato meraviglioso. – Non c’è nulla di cui aver paura, vieni.

Alberti rimase senza parole, assorbita in una vera e propria estasi dissociativa. Una piccola lacrima le solcò la guancia destra, ma questa volta non era paura, né apprensione. No, questa volta la causa era lo stupore scatenato da quello scenario stupefacente, come se stesse provando la sindrome di Stendhal verso quell’opera d’arte naturale.

Il bambino e la donna, ormai completamente ipnotizzata da ciò che la circondava, presero il sentiero e si inoltrarono all’interno del prato. Alle loro spalle, la porta sembrava essere piantata al suolo. Tutt’intorno a essa c’era solo la campagna, nel suo interno, tra gli stipiti, invece si poteva ancora scorgere l’appartamento cittadino.

– Dove mi stai portando? – chiese la donna con un tono della voce meditabondo. Aveva perso ogni tipo di ansia e la domanda sembrò uscirle dalla bocca in modo automatico, non come se le interessasse davvero saperlo.

– Non so bene, mamma – rispose il piccolo Luca, ancora con la mano in quella della madre. – Ora chiediamo al signor Webster, dovrebbe essere da queste parti.

– Il signor…? – la donna fece per allungare una mano verso un fiore che sembrava avvicinarsi a sua volta verso di lei.

– Fossi in te non lo toccherei – intimò una voce maschile con un vago accento straniero.

La donna si voltò e vide un uomo alto, magro, con dei folti capelli grigi e una mascella piuttosto spigolosa. Era un uomo sulla cinquantina, aveva l’aria austera ed era vestito in modo bizzarro: una camicia bianchissima, senza bottoni, con un colletto alto e chiuso sul davanti, inserita in un paio di pantaloni anch’essi bianchi, di uno strano materiale che ricordava la plastica.

– Signor Webster! – esclamò il bambino strattonando la madre per portarla al cospetto dell’uomo. La donna non oppose resistenza, se non per l’inerzia del suo peso. – Mamma, questo è il signor Webster. Signor Webster, questa è la mia mamma!

– Perché non posso toccare quel fiore? – chiese la donna, senza presentarsi e senza degnare neanche di uno sguardo l’uomo davanti a sé. Le interessava solo quello che aveva intorno.

L’uomo, per tutta risposta, quasi come se fosse consapevole della situazione, non rispose alla donna, ma rivolgendosi al bambino disse – Seguitemi, la mamma forse non si sente molto bene, ma c’è un posto dove possiamo stare tranquilli e parlare.

– Uh, va bene! – rispose Luca gioviale, e tirò più forte la madre, totalmente noncurante di non aver ricevuto risposta.

I tre camminarono per qualche minuto lungo il sentiero che costeggiava il ruscello. Di tanto in tanto lungo la loro strada si trovavano alcuni edifici dall’aria antica, abbandonati e consumati dal tempo. Su di essi il muschio faceva da padrone, dando al grigio chiaro della pietra con cui erano costruiti una tonalità di verde smeraldo. La luce era forte come la luce del giorno e il cielo era di un azzurro vivissimo, tuttavia non c’era traccia del sole. Era come se il pittore che aveva eseguito quel magico quadro si fosse dimenticato di mettercelo.Alla fine del percorso giunsero al cospetto di una costruzione molto più grande e dall’aspetto monolitico. L’edificio poteva essere alto una ventina di metri e la facciata larga quaranta. Due torrioni sui lati e una balconata sul fronte erano gli unici vezzi che erano stati dati a quello che sarebbe sembrato altrimenti solo un enorme parallelepipedo scolpito nella pietra. L’ingresso era composto da un enorme portellone di legno e si trovava al termine di una scalinata dai gradini larghi e bassi, che terminava su uno spiazzo ovale, sempre in pietra, al quale accedevano i sentieri come quelli su cui i tre stavano procedendo.

– Oh! – esclamarono in coro madre e figlio. Non si poteva rimanere indifferenti dinnanzi a quella struttura imponente e ferma.

Webster invitò i due a procedere oltre e a salire le scale e i due lo seguirono. Ai lati del portale c’erano due uomini più giovani di Webster, vestiti come Webster, ma con l’unica differenza che indossavano degli strani copricapi piatti e di colore rosso porpora. A un cenno di Webster i due si voltarono e, ognuno dalla propria parte, lavorarono a un meccanismo che doveva provvedere evidentemente all’apertura dell’enorme cancello.

E infatti il portale si aprì, con un clangore che lasciò dietro di sé una profondissima eco.

– Seguitemi e non abbiate paura – disse Webster anticipandoli ed entrando verso l’interno. Poi, tenendo loro le spalle, si rivolse in particolare alla donna. – Vedrai che una volta dentro ti sentirai meglio. Purtroppo l’aria qui fuori ha una composizione un po’ particolare e agli esseri umani della vostra epoca non sembra giovare molto in termini di raziocinio. I bambini tuttavia sembrano esserne immuni.

Dopo aver detto ciò il terzetto attraversò la soglia, valicando quello che poteva essere il limite verso un’altra dimensione.

 

 

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