Il mondo addomesticato – 4. Città

Il mondo addomesticato – 4. Città

Quando sulla Terra scese un’intelligenza a lui superiore, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito…
Non era pronto per due motivi.
Il primo è che, come per Dio, ne parli, lo preghi, ma alla fine dei conti non ci credi mai veramente. E se esistesse e dovessi avere il privilegio di vederlo, te la faresti sotto.
Il secondo motivo è che non si può essere mai pronti per una cosa del genere.
Il magazziniere Federico Tanzi resta prigioniero in una piccola casa diroccata, succube di una delle sfere di luce materializzatesi sulla Terra e delle sue allucinazioni. Nel frattempo…

Puntate precedenti: 1. Pilot / 2. Casa / 3. Libertà

 

Quale animale è più vivo di una città?

La città ha un ventre e delle interiora. Mangia, produce, riproduce, uccide, e poi mangia di nuovo… nei suoi anfratti sotterranei, che siano fognature o canali della metropolitana, che siano gli appartamenti ricolmi di violenza delle famiglie sbagliate, che siano i ristoranti, i bar, i negozi di fiori o le edicole.

La città respira. Ha dei veri e propri organi predisposti a questo. Respira fumo, gas di scarico, elettricità. Come in una mostruosa fotosintesi clorofilliana, inspira ossigeno, espira anidride carbonica, beve e trasuda piogge acide. E il verde dei parchi e delle villette è solo uno specchietto per le allodole, atto a nascondere questo lento processo di combustione macilento.

La città ha una pelle. Una scura e puzzolente pelle di asfalto e cemento, tatuata dalla segnaletica orizzontale, ricolma di cicatrici, deturpata, in balia delle intemperie, spesso derelitta e abbandonata, oppure apparentemente restaurata, a mascherare il marcio che si trova all’interno.

La città ha occhi e orecchie. Vede e ascolta, sa tutto dei microrganismi che le vivono dentro. Ma invece di tentare di espellerli fa di tutto per mantenerli dentro di sé. È come se avesse un sistema di anticorpi che ingloba, anziché immunizzare, che include e sottomette, anziché distruggere. Il risultato è una simbiosi perversa.

La città ha una testa e un pensiero. È la società e il suo contratto civile. Ma è anche la rete neuronale che si forma come un tutt’uno inebetito dai mezzi di comunicazione di massa, dagli antidepressivi, dalle pubblicità e dalle vuote ambizioni.

Eppure, quanto siamo affezionati all’animale mostruoso dentro cui viviamo.

Quanto ci spaventa il pensiero della sua distruzione…

Il giorno in cui sulla Terra divampò la luce, Mara Alberti si trovava nel suo ufficio. Era seduta alla scrivania, intenta a risistemare alcune scartoffie. La donna era giovane, aveva dei lunghi e curati capelli rossi, di un rosso evidentemente non naturale, e degli occhi scuri e profondi. Era senza alcun dubbio una bella donna, nel pieno dei suoi quarant’anni, dalla pelle delicata e dalla corporatura esile che allo stesso tempo però sprigionava un senso di forza che non poteva lasciare indifferenti.

Presa dalla sua attività, ci mise qualche secondo prima di rendersi conto del baccano che proveniva da fuori. Sollevò lo sguardo dai fogli sulla sua scrivania dapprima attirata dalla cagnara che saliva dal cortile sotto il suo ufficio, e solo in un secondo momento notò il lucore proveniente dall’esterno. Il cambio di tonalità della luce, e quei suoni concitati, la portarono ad abbandonare immediatamente l’attività per scrutare fuori dal finestrone.

Si alzò di scatto, in una leggera apprensione. In un primo momento credette si trattasse di un incendio. Si avvicinò piano al vetro e quello che vide la fece indietreggiare atterrita. Il fiato le si fermò in gola. Il suo ufficio si trovava al secondo piano di un ampio capannone in cui il piano terra e il primo piano erano dedicati all’esposizione dei mobili e al magazzino. Non fu facile per lei accettare quello che i suoi occhi trasmettevano al suo cervello: un uomo, sospeso in aria, in quella luce accecante, proprio all’altezza in cui si trovava lei al di là del vetro.

Il gesto istintivo di portare la mano nodosa alla bocca, nell’intento di trattenere lo stupore, precedette solo di qualche istante la fuga repentina. Mentre scendeva per le scale, vide altre persone che si precipitavano dabbasso, prese dal panico. Giunta al primo piano, si sporse verso l’interno dell’ampio salone esposizioni, e vide due sfere di quella luce accecante e due dipendenti e qualche cliente volteggiare per aria.

– Cosa succede? – gridò Alberti alla donna delle pulizie che stava correndo verso la sua direzione.

– Signora mia. Non lo so… Sembra la fine del mondo! Dobbiamo andare via!

La luce si fece ancora più forte, e un leggero fruscio iniziò a invadere l’aria. Così le due donne, non esitarono a prendere le scale che conducevano fuori dallo stabilimento.

All’esterno c’era un folto gruppo di persone che arrivavano da tutte le direzioni. Convergevano verso lo spiazzo centrale che si trovava sul retro del capannone, al quale avevano accesso anche altre aziende o attività commerciali.

– Ci dev’essere stata un’esplosione nell’officina – esclamò il signor Ravazzi, il proprietario della grossa autofficina che si trovava accanto al mobilificio, agitandosi nella sua larga tuta ingrassata. – Ma non ho sentito nessun rumore, solo una gran luce e sono scappato.

– Ma quale esplosione! È così anche da noi – gridò lei, con un tono acuto che riuscì a superare il vociare sconnesso del gruppo.

Altre ipotesi furono proposte in maniera agitata dagli uomini e dalle donne che erano lì. Ma Alberti, in quel momento fu presa da un solo, devastante pensiero: suo figlio di otto anni era solo a casa, in città. In quel momento il suo istinto la portò a preoccuparsi per la sua incolumità. Si scostò dal capannello di persone che parlavano e urlavano freneticamente in quella situazione irreale, nel tentativo di chiamare il bambino dal proprio cellulare.

– Mamma, che c’è? – rispose il figlio annoiato dall’altra parte del telefono.

– Luca, stai bene?

– Sì, mamma… – sbuffò il bambino. – Non ho la febbre, l’ho misurata poco fa e…

– Non mi interessa della febbre! – gridò la madre, tappandosi l’orecchio con l’indice sinistro. Il baccano intorno a lei aumentò quando altre di quelle bolle di luce inconsistente iniziarono a materializzarsi anche all’aperto. – Non muoverti di là! – gli ordinò, mentre la gente intorno a lei iniziò a correre. E sbigottita da quello che ora vedeva, iniziò a correre anche lei. E sussurrò – Ora mamma torna a casa…

Durante il tragitto per raggiungere il parcheggio anteriore al negozio, dove la sua macchina era parcheggiata, Mara Alberti fece un sforzo sovrumano per non voltarsi a guardare cosa stava accadendo alle sue spalle. Fece uno sforzo altrettanto grande quando, dopo aver aperto la portiera ed essere entrata in macchina, ignorò le richieste di aiuto delle persone che si trovavano a correre lì, proprio in quell’istante. Tra queste c’era anche Bettina, la donna delle pulizie che dapprima implorando, poi battendo sempre più forte il palmo della mano sul finestrino laterale, si appellava alla pietà della sua padrona, la quale, da parte sua, aveva già serrato la chiusura centralizzata e si apprestava a partire.

Le due donne si guardarono negli occhi per un istante. Poi la donna in carriera deglutì e il gioco frizione-acceleratore fu più forte di qualsiasi disperato appiglio Bettina potesse trattenere sull’auto.

Alberti pianse lacrime amare, mentre nello specchietto retrovisore vedeva rimpicciolirsi quella scena perturbante. Quella luce cresceva a vista d’occhio; più si allontanava, più cresceva, mentre gli uomini in fuga o sospesi per aria divenivano sempre più piccoli. E più piccola diventava anche Bettina, con il suo sguardo incredulo fisso sul retro dell’auto, per un secondo ancora, prima di scegliere quale direzione prendere e iniziare a correre.

Con un gesto secco della mano destra la donna si asciugò le lacrime. La sua priorità di madre aveva avuto il sopravvento su tutto, sul suo lavoro e sulla sua pietà. Non che fosse mai stata, nella sua vita, una donna dal cuore grande… tuttavia in quel momento tragico, l’aver abbandonato i suoi simili a un destino avverso, per quanto sconosciuto, avrebbe turbato anche il peggiore degli egotici. Ma ora il suo pensiero era solo per il piccolo Luca.

Percorse la strada provinciale che portava in città. Molti avevano avuto la stessa idea, e nel giro di pochi minuti la frenesia di qualcuno dei fuggitivi in auto provocò un incidente a catena che immediatamente diede vita a una lunga coda. Quando la donna fu costretta a fermare la sua corsa, mancavano pochi chilometri all’ingresso della città, quindi senza perdere tempo scese dall’auto, si tolse le scarpe coi tacchi che aveva ai piedi e iniziò a correre in quella direzione.

La lunga corsa che la donna fece per raggiungere casa sua durò circa trenta minuti. Fu una corsa non solitaria, ma di un grosso numero di persone che si muovevano insieme per qualche tempo, poi prendevano strade diverse per aggiungersi ad altre provenienti da altre direzioni. Viste dall’altro davano vita a un fluire dinamico, come quello di un fiume che ha origine in un unico punto e scorrendo passa per uno schema intricato di canali e canalini, fino a irrorare una vasta area. Insieme a quel torrente la donna attraversò tutta la città vecchia, svicolando tra le piccole palazzine tra gli sguardi incuriositi dei passanti, molti dei quali, temendo si trattasse di un attacco terroristico, iniziarono a correre anch’essi nella direzione che portava verso il centro della città.

– La luce, la luce – gridava qualcuno a quelli che domandavano cosa stesse succedendo. Altri invocavano la fine del mondo, altri ancora sostenevano che la grande industria locale fosse esplosa e che le radiazioni avevano ricoperto ormai l’aria della periferia e presto si sarebbero abbattute in città.

La donna raggiunse finalmente il centro, e la sua corsa procedeva sostenuta anche tra gli alti palazzi. Il sole era ormai tramontato e le luci degli ultimi negozi aperti davano alle strade quella tonalità di giallo urbano tipico delle città di media grandezza. Solo che invece che essere tutto immobile e quasi deserto come di solito a quell’ora, la confusione e la calca erano devastanti. La donna dovette sgomitare per farsi largo tra la folla.

Le auto sulla carreggiata, pronte a fuggire chissà dove, avevano creato un ingorgo e molte strombazzavano senza tregua. Iniziarono a verificarsi piccoli episodi di violenza gratuita, la tensione era elevata e le forze dell’ordine, di numero assai contenuto, non riuscirono a calmare quella massa di persone scalmanate. Il precario equilibrio vitale urbano era stato alterato.

Alberti, giunse a casa sua, e solo in quell’istante sentì la stanchezza del suo corpo poco allenato a sforzi del genere. Ma questo non la fermò. Pochi piani a piedi per raggiungere la sua abitazione, frutto di tanti sacrifici, suoi e del suo ex-marito.

– Luca! – gridò, spalancando la porta. – Luca, presto, dobbiamo andare via…

Non riuscì a terminare la frase che ancora una volta il gesto automatico di portarsi la mano alla bocca per reprimere un sussulto di stupore la immobilizzò.

Suo figlio era di fronte a lei, sospeso per aria. Attorno a lui una tenue aura di luce.

– Ciao mamma! – le sorrise il bambino…

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Stefano Spataro
Stefano Spataro
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Stefano Spataro (23 settembre 1985) ha una laurea in filosofia, un dottorato in Storia della Scienza e un box pieno di libri e fumetti. Attualmente è collaboratore scientifico dell'Edizione Nazionale delle Opere di Antonio Vallisneri, con la quale sta per uscire un volume da lui curato. Ha diverse pubblicazioni alle spalle, quasi tutte di carattere storico-scientifico. Nel 2015 decide di dedicarsi anche alla scrittura di genere, in particolare fantascientifico. Ha di recente terminato un romanzo e pubblicato qualche racconto. Collabora con diverse webzine per le quali realizza recensioni e articoli sulla letteratura di genere. È anche un musicista attivo da quasi dieci anni nel panorama underground italiano, sia con diverse band che in solo.

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