Il mondo addomesticato – 3. Libertà


Quando sulla Terra scese un’intelligenza a lui superiore, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito…

Non era pronto per due motivi.

Il primo è che, come per Dio, ne parli, lo preghi, ma alla fine dei conti non ci credi mai veramente. E se esistesse e dovessi avere il privilegio di vederlo, te la faresti sotto.

Il secondo motivo è che non si può essere mai pronti per una cosa del genere.

Puntate precedenti: 1. Pilot / 2. Casa

Quello di libertà è un concetto paradossale.

Lo stato in cui un uomo può agire senza costrizioni o impedimenti. La possibilità di determinarsi secondo un’autonoma scelta dei fini e dei mezzi. Una cosa bella, in fondo.

Quando esiste, però, non esiste più. Perché la libertà, quando si realizza in tutta la sua pienezza per qualcuno, diventa automaticamente prigionia, proibizione, negazione per qualcun altro.

Dire “la mia libertà finisce quando inizia quella degli altri” è una barzelletta moderata, inventata da moderni sociologi e politici, una scorreggia della logica.

Libertà è fare quello che si vuole. Qualsiasi cosa. Non poterla fare è mancanza di libertà.

Allora siamo mai veramente liberi? O piuttosto ci troviamo costantemente nelle condizioni di dover sottostare a una trama di compromessi?

Libertà è partecipazione… magari. Essere liberi implica sempre mettere in cattività qualcun altro.

E per questo c’è chi è libero, e chi no.

 

Tanzi era in piedi nella minuscola struttura fatiscente, un attimo interdetto per quella scomparsa improvvisa. La sfera non era più lì. Ai suoi piedi giacevano solamente quei piccoli cubetti rossi che la creatura aveva preteso mangiasse. Con la punta del piede ne toccò uno, che immediatamente si dissolse in uno sbuffo di polvere.

L’uomo aveva riacquistato un po’ di sicurezza. Gli era chiaro che non aveva senso temere la sfera di luce, qualsiasi cosa essa fosse. Aveva raggiunto la consapevolezza di trovarsi al cospetto di un essere diverso da lui, forse proveniente dallo spazio, o da una dimensione lontana, ma che era innocuo, o almeno lo era stato fino a quel momento. Anzi, aveva in qualche modo provveduto a nutrirlo e a rigenerarlo, ormai non aveva più dubbi a riguardo.

Si sentiva così bene che lo spazio intorno a lui non gli sembrò più così claustrofobico e la poca luce che riusciva a penetrare nella casetta gli diede una tenue speranza di poter uscire, tornare alla vita reale. Per quanto innocuo e gentile fosse stato quell’essere, Tanzi non aveva alcuna intenzione di rimanere lì, in balia di qualcosa di sconosciuto.

 

I raggi del sole cercavano di penetrare all’interno della stanza, ma la penombra era ancora piuttosto estesa. Notò sulle pareti e sui mobili una sorta di patina cristallina, leggermente brillante. Sembrava aumentare a vista d’occhio la sua luminosità. Si avvicinò al banco da lavoro, dove quella materia aliena era più rigogliosa, e vide che era formata da minuscole strutture ottagonali, di colore azzurro, che ricordavano lontanamente un alveare, anche se molto più complesso nell’insieme. Alzò lo sguardo e mentre gli occhi, ancora poco abituati alla fioca luce che filtrava dalla piccola finestra in alto, scrutavano intorno, vide che quelle strutture avevano preso possesso non solo di quasi tutte le superfici, ma ricadevano dal soffitto come filamenti sbrilluccicanti e piccole stalattiti celesti.

Un nuovo moto di stupore lo colse, questa volta quasi incredulo e se possibile un filo scocciato dall’ennesima stranezza che gli stava capitando di vivere. Non si azzardò a toccare quell’escrescenza e si incamminò piuttosto rapidamente verso la porta. In quel momento gli parve un po’ troppo lontana. La sera in cui si rifugiò in quella catapecchia, la stanza era di pochi metri per lato; possibile che ora ci volevano più di dieci passi per raggiungere l’ingresso?

Raggiunse la decrepita porta di legno, la aprì, ma al di là della soglia non trovò la campagna che si sarebbe aspettato, ma un’altra stanza, ricoperta ancora da quei cristalli ottagonali che formavano come un tappeto di ghiaccio sintetico. Qui la loro luminosità era preponderante, ma non accecante come quella della sfera. Sembrava piuttosto pulsare delicatamente, come un essere che respira. Per un momento si sentì frastornato, ma decise comunque di passare in quel nuovo ambiente. Cercò di convincersi che la sera della fuga fosse troppo sconvolto per ricordare bene quali fossero le reali dimensioni di tutta la struttura, e che probabilmente il buio aveva contribuito ad obnubilargli ancora di più le già distorte facoltà sensoriali.

Camminò per qualche secondo su quello che era un vero e proprio pavimento psichedelico, quando iniziò a percepire una perturbante deformità nelle forma delle pareti. Con il passare dei secondi, la stanza assunse l’aspetto di un’enorme quanto insensata dimora. Sembrava progettata da un architetto malato di mente. Lo spazio interno ora era chiaramente più esteso di quanto non avesse percepito entrandovi, ed era comunque assolutamente impossibile che fosse contenuto nella casina in cui era entrato a rifugiarsi.

Camminò e camminò ancora, in una sorta di delirio febbricitante. Si slanciò in avanti, quasi correndo, e aprì un’altra porta, identica a quella di ingresso, ed entrò in una stanza vuota. Non c’era nulla sul pavimento, ma quando alzò gli occhi rimase a bocca aperta: era la stessa stanzina da contadino in cui si era rannicchiato, e tutti i mobili, gli utensili, il piccolo finestrino, si trovavano esattamente nella loro posizione, ma a testa in giù, penzolanti da quello che era, dal suo punto di vista, il soffitto.

In un moto di vertigine, ondeggiò un paio di volte su se stesso, rischiando di rimettere. Poi, preso dal panico iniziò a correre, aprì altre porte e superò altre stanze in una maratona dell’assurdo. Alcune erano camere sofisticatissime, dove gli pareva di scendere a testa in giù su scale contorte, o di risalire infiniti pavimenti sempre più ricurvi, o di saltare enormi lampadari dall’estetica retrò, o di attraversare specchi d’epoca con la superficie riflettente fluida. All’apice della tensione, decise di fermarsi, di dare fine a quella fuga labirintica che era convinto l’avrebbe fatto impazzire da un momento all’altro. Si accovacciò, si prese la testa tra le mani e cercò di calmarsi, nel vano tentativo di terminare quell’incubo.

– Non ti crucciare – gli disse una voce sopra di lui.

Tanzi alzò la testa, liberandola dalla trappola delle dita che ormai la stringevano. Quella voce umana gli sembrò ancora più aliena in quel contesto così perdutamente visionario. Eppure allo stesso tempo suonava familiare.

L’uomo che era in piedi davanti a lui indossava un abito nero e una camicia bianca, ingiallita dal tempo e dalla naftalina. Era impacciatamene elegante, come una persona di campagna quando indossa il vestito per un matrimonio. I capelli folti, bianchi, sovrastavano il volto duro e rugoso, di un anziano uomo sorridente.

– Papà? – sussurrò Tanzi, alzandosi in piedi, gli occhi ricolmi di lacrime.

– Sei sempre stato prigioniero del tempo, figlio mio. Ricordo che da quando eri un bambino rincorrevi l’attimo pur di liberarti immediatamente dai doveri e guadagnare sempre più momenti liberi per giocare. Contavi persino i secondi quando ti lavavi i piedi, la sera, prima di andare a letto, cercando di stabilire ogni giorno un record diverso.

– Ma tu, come puoi sapere…?

L’uomo lo ignorò, distogliendo lo sguardo e avvicinandosi lentamente alle stalattiti azzurre che scendevano lungo la parete dell’ennesima porta di quella architettura folle.

– Quando eri piccolo lo facevi per la smania di doverti divertire, ti liberavi dai compiti il più presto possibile – continuò. – “Prima il dovere, poi il piacere”, ti dissi una volta, e ricordo che da quel giorno sei sempre stato una piccola vittima della fretta, dell’ansia, dello scrollarsi via il prima possibile le incombenze più fastidiose, per poterti finalmente dedicare a te, alienandoti dal mondo intero. Avrei dovuto tacere, quel giorno. – L’uomo fece una pausa, allungò le dita nodose verso i cristalli. Poi continuò – Cosa è stato dopo? All’Università? La tua mania di possedere il tempo si è trasformata in una volontà di controllo e di organizzazione che è sfociata in un livello di stress incontenibile. Sempre a correre, sempre a mangiare l’attimo, a risolvere gli adempimenti più fastidiosi prima, finché non ti è rimasto che progetti incompiuti, sogni senza sostanza… problemi che ti hanno affogato.

Dopo il primo secondo di meraviglia, Tanzi aveva già compreso che quello non era il suo defunto padre, quanto piuttosto una proiezione della sua mente allucinatoria. Il contadino che aveva contribuito a metterlo al mondo, anche ammettendo che potesse tornare dall’aldilà, non avrebbe mai avuto una proprietà di linguaggio tale da formulare quei concetti così contorti. Si preparò quindi ad affrontare al meglio quella situazione.

– Tu non sei mio padre – disse. – Tu sei un’altra di queste allucinazioni del cazzo!

– Guardati… una laurea in sociologia, un dottorato di ricerca… e fai il magazziniere.

– Tu non hai mai saputo cosa fosse la sociologia, papà… Non riuscivi neanche a pronunciarne correttamente il nome. Tu non sei mio padre, sono io che ti creo… probabilmente a causa di questa merda che cresce sui muri.

– Liberati dal tempo, figlio mio – continuò il vecchio. – Il tempo non esiste, ma solo lo spazio. Questo lo sai meglio di me.

Un battito di ciglia, e Tanzi si ritrovò a cadere in un vortice asimmetrico di immagini scomposte e innaturali; la sua percezione degli eventi sembrò accelerare spasmodicamente. Poi tutto si fermò, e in un gesto automatico l’uomo varcò la soglia di un’ultima camera, ancora una volta costruita su linee paradossali. Lì ritrovò la sfera luminosa che emanava ancora quel ronzio.

Mhhhmhmmhhh Mhhhmhm Mhhhhmhmmhhh

Si sentì sollevare da terra, come gli uomini nella zona industriale, il giorno prima.

Mhhhmhmmhhh Mhhhmhm Mhhhhmhmmhhh

Un altro battito di ciglia. Aprì gli occhi ed era di nuovo nell’angolo dello stanzino, con le dimensioni che questa volta rispettavano la geometria euclidea. Solo una cosa era rimasta uguale rispetto al lungo miraggio che aveva appena vissuto: quell’azzurra e smagliante proliferazione cristallina.

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