Il mondo addomesticato – 11. Intervallo


Quando sulla Terra scese un’intelligenza a lui superiore, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito… ma le cose cambiano, l’abitudine, nel tempo, diventa sovrana. Bisogna solo saper aspettare…

Puntate precedenti: 1. Pilot / 2. Casa / 3. Libertà / 4. Città / 5. Natura / 6. Memoria / 7. Comunità / 8. Contratto / 9. Estinzione / 10. Ritorno

 

Nessuno, nel momento in cui guarda qualcosa, sa cosa succede nel resto del mondo.

 

Il ragazzino diede un ultimo sguardo alla città illuminata sotto di sé.

Con fatica era riuscito a salire in cima al palazzo più alto della città e ora poteva abbracciare con lo sguardo le innumerevoli strade e abitazioni sottostanti. Per quanto suo nonno gli avesse proibito quella pratica, non riusciva a tenersene lontano.

Per lui, oramai, quello era quasi un rito vitale.

Il ragazzetto indossava occhialini da aviatore, poggiati sul capo, che afferrò fermamente con entrambe le mani e si sistemò sugli occhi con un gesto perentorio.

Poi tirò un sospiro, proprio mentre una leggero colpo di vento gli scombinò i capelli, abbassò lo sguardo e indossò l’imbracatura di cuoio e legno che fino a qualche secondo prima giaceva ai suoi piedi.

Dalla schiena adesso gli spuntavano ali di legno termo-densificato, più resistenti dei buona parte delle leghe commerciali, ma leggere come culmi cavi di bambù.

Le teneva agganciate al petto, attraverso un accrocchio di cinghie e fibbie e, per quanto sembrassero antiquate nell’aspetto, davano l’impressione di essere alquanto resistenti e sicure. Quando erano aperte, nel loro splendore di cellulosa e fluoro-polimeri, raggiungevano un apertura di un paio di metri e potevano essere controllate facilmente attraverso un sistema di attuatori che partiva dallo zaino e il cui sistema di controllo, di tipo manuale, arrivava alla portata dei palmi del ragazzino passandogli sotto le ascelle.

Così preparato, con l’aspetto di un rapace pronto a spiccare il volo, si lanciò dal cornicione.

Dall’alto, mentre planava, poteva vedere le vie deserte e le piccole case abbandonate. I rifiuti si accumulavano ai lati delle strade: veicoli abbandonati e sciacallati delle loro parti, materie plastiche che formavano mostruose sculture fondendosi nella palta, giocattoli, contenitori metallici, accumuli organici in decomposizione.

Man mano che la sua crociera andava avanti intravide anche qualche persona che ancora passeggiava. Seguendo la sua discesa gli sorrideva e lo salutava con la mano.

Erano soprattutto anziani. Tutti quelli che vivevano in quella parte della città conoscevano bene l’attività di Amane, il nipotino esuberante di Eijiro Yamada, e sapevano anche quanto il nonno, il sindaco di Fukushima, non la tollerasse.
Quella sera fu fortunato; il vento gli permise di planare meglio di molte altre volte e di fare parecchia strada, il palazzo sulla collina distava un paio di chilometri dal centro di Fukushima e raramente riusciva ad arrivarci direttamente in volo.

Quella sera fu sfortunato; riuscì davvero ad arrivare al palazzo e atterrò proprio davanti alla costruzione che, da qualche anno, era adibita a municipio. Il nonno lo aspettava lì fuori.

 

– Disgraziato! – Il palmo della pesante mano del nonno gli fece voltare la testa di novanta gradi, oltre che procurargli un acuto dolore alla mandibola.

Il vecchio uomo, dai radi capelli grigi, i baffi lunghi e il pizzetto, anziché avere il solito volto benigno, sembrava in quel momento particolarmente irritato. Amane capì subito che quel giorno, nonostante l’ottimo vento, non era stata una buona idea volare fino al municipio.

Il nonno non aggiunse altro. Il ceffone e l’esclamazione con cui aveva accolto il nipote erano stati eloquenti.

– Vieni dentro. Ho da fare – disse il vecchio voltando le spalle al ragazzino. Questi annuì, anche se il nonno non poteva vederlo, e si sbracò dal suo congegno mentre ancora si reggeva la guancia con la mano sinistra.
Eijiro Yamada, quella sera, non era solo.

Nella piccola stanza, malamente illuminata, che usava come ufficio c’era un’altra persona. Un uomo di mezza età, vestito di bianco. Amane l’aveva visto una decina di volte negli ultimi sette anni, da quando gli uomini di luce erano scesi sulla Terra.

– Dicevamo, Webster-san? – disse il Eijiro con tono formale.

– Mi raccontava che ci sono delle novità, Yamada. – Webster era seduto su una fragile sedia di legno, eppure sembrava essere come sospeso su di essa, leggerissimo. Nonostante la sua chiara provenienza occidentale, parlava un giapponese perfetto. – Allora?

– Stiamo iniziando a subire degli attacchi.

– Attacchi? – Webster non si scompose dalla sua posizione, tuttavia il tono della sua voce ora era particolarmente interessato. – Cosa intende con “attacchi”?

– Il perimetro cittadino non è più sicuro – disse il vecchio. – Sembra come se stia collassando su se stesso. Non so spiegare diversamente. Negli ultimi giorni, intorno a Fukushima, ci sono come dei lampi di luce elettrica che provocano degli squarci momentanei. Delle scariche che rendono quello che uno sta guardando come se fosse filtrato da una patina instabile. Credo che sia solo una questione di tempo, ma qui presto diventerà pericoloso. Ma, del resto, dove potremmo andare?

Webster si toccò il mento con l’indice della mano e rimase in silenzio per qualche secondo. Il nervosismo del vecchio Eijiro era però troppo eloquente per mantenere il silenzio. – Calma, Yamada – gli disse. – Anche il polo canadese e quello sudafricano hanno lo stesso tipo di problema. Dovrò sottoporre la questione ai miei superiori.

Il vecchio si agitò ancora di più. – Sottoporre il problema? Qui è questione di qualche giorno! Qualche settimana e ci ritroveremo pieni di uomini di luce.

– Yamada – Webster assunse un tono accondiscendente, ma si alzò dalla sedia, in una pacifica ostentazione di dominanza. – Io capisco la situazione di Fukushima, e le garantisco che non prenderò sottogamba la sua richiesta, ma lei si rende conto che abbiamo questioni più urgenti da sistemare? Dopo tutto non c’è bisogno che le ricordi della grande fortuna che ha avuto la sua gente a ritrovarsi in questo posto, un luogo protetto.

– Souka – il vecchio annuì, sommesso, condensando la propria rassegnazione in unica parola della propria lingua madre. Poi abbassò il capo in segno di resa, inerme contro un’argomentazione più forte. Per un attimo fece come per voler aggiungere qualcosa, ma Webster lo anticipò.

– Dei cinque poli sparsi per il mondo, solo due possono essere considerati stabili, quello di Brindisi, in Italia, la cui situazione interna è precaria per altri motivi che non le sto qui a spiegare, e quella in Antartide. A Darlington le incursioni da parte dei fuoriusciti si sono fatte di recente sempre più frequenti e, per un periodo, sono riusciti anche in operazioni di sabotaggio. Ora la situazione è sotto controllo, ma la centrale può considerarsi sotto assedio nel vero senso della parola. A Ladysmith le cose sono ancora peggiori. Pensiamo ormai che sia solo questione di tempo perché il primo dei poli della resistenza si spenga definitivamente.

– Ma perché? Come può succedere una cosa del genere?

– Non siamo mai riusciti a capire perché questi particolari luoghi geografici siano riusciti a tenere lontani i fuoriusciti per ben sette anni. Abbiamo provato in tutti i modi a capire cosa li rendesse loro repellenti. Di certo c’è solo la presenza, in ognuno dei luoghi, di impianti o ex impianti di potenza per la generazione elettrica. Ma perché in altre centrali elettriche o nucleari questo non è accaduto?

Perché, se la questione è relativa a qualche tipo di fenomeno ad altra energia, non abbiamo assistito ad un ritiro dei fuoriusciti durante il picco di attività solare dello scorso anno? Perché in prossimità di altri impianti, ben più grandi di quelli che si trovano qui, non si è manifestato un simile effetto protettivo? Non abbiamo ancora queste risposte e, seppure abbiamo provato anche a creare noi dei poli artificiali, questo genere di ricerca non ha portato a nessun risultato distinguibile da un frusciante rumore bianco di fondo.

Il vecchio chiuse gli occhi. Il suo volto rugoso illuminato dalla tenue luce gli dava un’aria serena, anche se nel suo spirito si stava scatenando un uragano di emozioni. – Mi sta dicendo, Webster-san, che la mia popolazione ha i giorni contati, e che io non posso fare nulla per garantirle il futuro? Che sono come un albero di fronte a uno tsunami?

– Non ho detto questo – rispose Webster.

Il vecchio lo interruppe sollevando una mano e aprendo i suoi profondi occhi neri. – Lei mi sta dicendo, che dopo aver contribuito al progetto con tutti i miei bambini, senza grandi risultati a quanto pare, ora dovrei uscire lì in piazza e dire ai mie cittadini che è solo questione di tempo, che gli uomini di luce sono li fuori e diventeranno i nostri padroni da un giorno all’altro?

Il confronto stava iniziando a salire di tono. Se ne accorse persino Amane, che spiava i due da dietro l’arco della stanza.

– Yamada-san, non deve fraintendere le mie parole – disse Webster, calmo, ma con tono fermo. – I pochi privilegiati che vivono nei poli spesso non si rendono conto che lì fuori la maggior parte delle persone è già prigioniera. Già da sette anni. C’è un intero mondo addomesticato là fuori e, per quanto le sia grato per i sacrifici richiesti a lei e al suo popolo, ci tengo a ricordarle che io sono qui per aiutarvi. Io sono qui per aiutarci tutti.

Eijiro Yamada parve un attimo rientrare in sé, ma Webster non riuscì a capire se fossero state le sue parole o la sua indole nipponica a calmarlo.

– Devo mostrarle una cosa – disse il vecchio. Poi, gridando, chiamò il nipotino.

 

Yamada, Webster e il piccolo Amane erano all’interno di un grande silo della centrale nucleare. Un enorme vetro separava la stanza dove si trovavano loro da un’altra, più piccola e fortemente illuminata di bianco. Le pareti erano rivestite di un materiale dall’aspetto poroso e un diafano fumo bianco avvolgeva l’intero volume.

– Dove l’avete trovato? – chiese Webster con gli occhi puntati all’interno della cella. Era forse la prima volta che Yamada lo sentiva realmente turbato per qualcosa, eppure i controlli in quei sette anni erano stati periodici.

– È riuscito a entrare da uno di quei buchi di cui le ho parlato – Eijiro guardava anch’egli tra il fumo. Di tanto in tanto, questo si diradava per poi ricompattarsi in una fitta nube grazie a un getto che, costantemente, ne produceva un altro. – Non gli è andata troppo bene però.

– Lo vedo – annuì Webster.

Nei pochi istanti in cui la nebbiolina lasciava intravedere l’interno della cella, faceva capolino una creatura. Sembrava un uomo, o meglio, il tronco di un uomo, privato completamente della gamba destra e di buona parte del braccio. Chiamarlo uomo tuttavia non sarebbe stato corretto. Non aveva né volto, né peli, né qualsiasi altra caratteristica espressiva dell’anatomia umana, solo il contorno liscio delle membra che gli davano più l’aspetto di un modello umano, ma non di una persona. Sembrava un manichino, uno di quelli stilizzati, che si muoveva e riluceva.

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