Il mondo addomesticato – 1. Pilot

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Come ve la immaginate un’invasione aliena?
La letteratura, il cinema, i fumetti ci hanno riempito la testa di immagini, di possibilità, di ipotesi.
Enormi astronavi che scendono sulla terra, oppure cilindri metallici contenenti esseri pronti a pilotare giganteschi tripodi per lo sterminio della razza umana, oppure ancora dischi volanti innocui che sia adagiano silenziosamente sul nostro pianeta, pronti a occuparlo, ma non con la violenza.
Dove pende l’ago della vostra personalissima bilancia?
Invasioni, colonizzazioni, guerre, oppure tentativi di comunicazione pacifica?
Visitatori affamati di carne umana, oppure popolazioni disperate in fuga dal loro pianeta / mondo che è arrivato al termine della sua esistenza?
E come vi immaginate l’aspetto di questi alieni?
Antropomorfo, nanoide con grossi occhi, oppure dal cranio estremamente sproporzionato rispetto a un corpo fatto esclusivamente di tentacoli. Tre dita per mano, oppure una dozzina?
E ancora, macchine di acciaio, spiriti divini, virus e batteri troppo cresciuti e ancora e ancora e ancora…
Migliaia di idee diverse, tutte plausibili, tutte emozionanti. Tutte profondamente umane.
Così umane che sotto ognuna di queste immagini è possibile scorgere il disegno del nostro intelletto. Un disegno che svela la mano del creatore, quello con la “c” minuscola, come accade per il Dio fatto a misura dall’uomo, e tutte le sue declinazioni. Perché in fondo è l’uomo che crea Dio.
Quando sulla Terra è scesa davvero un’intelligenza superiore alla nostra, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito…
Non era pronto per due motivi.
Il primo è che, proprio come per Dio, ne parli, lo preghi, ma alla fine dei conti non ci credi mai veramente. E se esistesse e dovessi avere il privilegio di vederlo, te la faresti sotto.
Il secondo motivo è che non si può essere mai pronti per una cosa del genere.

Il giorno in cui sulla Terra divampò la luce, Federico Tanzi si trovava nel capannone del mobilificio in cui lavorava come magazziniere. Con lui c’erano diversi uomini, tra operai e altre figure professionali di livello a lui superiore.
Le abbacinanti sfere di luce non scesero dal cielo, ma iniziarono a materializzarsi dal nulla, come se squarciassero il tessuto del reale, aprendo un varco spazio-temporale nel mondo: era come se la pellicola della percezione bruciasse sotto gli occhi degli spettatori e lasciasse passare quei bagliori.
Di solito, alla luce forte si accompagna un calore importante, ma quella luce era incorporea e non dava sensazioni tattili particolari. Tuttavia, molti degli uomini che si trovavano nel capannone ebbero paura, altri restarono semplicemente stupiti, altri ancora assunsero uno strano atteggiamento, come se all’improvviso quella luce li avesse resi catatonici. Erano come ipnotizzati e allo stesso tempo coccolati dall’intensità che essa emanava. I primi fuggirono, presi da un istinto primordiale, da un timore atavico, e cercavano di distogliere l’attenzione di quelli che restavano ad ammirare stupiti il bagliore inconsistente che si diffondeva intorno. Alcuni riemersero dalla loro momentanea ebetitudine e corsero anche loro. Altri restarono abbandonati nel chiarore.
Dopo un primo momento di spaesamento, Tanzi si ritrovò a correre anche lui. Fu Ermanno, un vecchio operaio dell’azienda, a strattonarlo per il braccio e a riportarlo alla realtà.
– Avanti, ragazzo! – gli gridò trascinandolo via. – Non stare a guardare, questo è il finimondo!
– Cosa… Cosa diavolo è quella roba? – Tanzi si voltò e seguì la scia degli altri lavoratori che correvano lontano da quel silenzioso squarciamento della realtà.
– Non ne ho idea, e non voglio stare a guardare…
L’uomo non diede al vecchio il tempo di finire che, dopo aver sbirciato alle sue spalle, gli suggerì di girarsi a sua volta per guardare. Indicò con l’indice tremante quello che stava accadendo a pochi metri da loro, proprio in prossimità dell’enorme scaffale metallico dove si trovavamo qualche secondo prima.

Quelli che non si mossero, gli ipnotizzati, si erano sollevati da terra di qualche centimetro, con le braccia leggermente divaricate. Erano circondati dal bagliore di quelle sfere, ormai quasi completamente emerse dai buchi immateriali che avevano provocato. Le sfere di luce sembravano abbracciare coloro che gli andavano incontro, e sollevarli delicatamente per aria, in quello che appariva come una sorta di miracolo divino.
– Cosa diavolo fanno? – sussurrò Tanzi.
– Lascia perdere e corri, non ti fermare – gli suggerì il vecchio che ancora lo strattonava per il braccio.

I due si ritrovarono fuori, con un folto gruppo di persone che arrivavano da tutte le direzioni. Convergevano verso lo spiazzo centrale che si trovava sul retro del capannone, all’interno di una più vasta zona industriale.
– Ci dev’essere stata un’esplosione nell’officina – esclamò il signor Ravazzi, il proprietario della grossa autofficina che si trovava accanto al mobilificio, agitandosi nella sua larga tuta ingrassata. – Ma non ho sentito nessun rumore, solo una gran luce e sono scappato.
– Ma quale esplosione! È così anche da noi – gridò Mara Alberti, la giovane quanto avvenente proprietaria del mobilificio, con un tono acuto che riuscì a superare il vociare sconnesso del gruppo.
Intanto, mentre le ipotesi più variegate prendevano forma sulle labbra degli uomini e delle donne che erano lì con Tanzi ed Ermanno, altre bolle di luce inconsistente iniziarono a materializzarsi anche all’aperto, il che portò a un’ulteriore rocambolesca fuga.
Tanzi si ritrovò dopo qualche minuto di corsa sfrenata, ad aver esaurito la sua riserva di ossigeno. Dovette fermarsi e cacciare via l’affanno che aveva accumulato. Solo dopo aver ripreso fiato e un minimo di consapevolezza si rese conto di essere rimasto solo. Alle sue spalle la zona industriale si era fatta più piccola e tutt’intorno a sé faceva da protagonista la nuda campagna serale.

I capannoni in lontananza sembravano brillare di una vivida luce; erano circondati da una intenso luccichio, che per sua fortuna rimaneva delimitato in quella zona.
Da cosa potevano dipendere quelle emanazioni? Radiazioni? Tempeste elettromagnetiche? Non aveva abbastanza elementi, né abbastanza conoscenze per farsi un’idea chiara a riguardo. Di certo, nel dubbio, era necessario mantenersi a distanza.
Tanzi era profondamente turbato, sul ciglio della strada, indeciso se procedere oltre, lungo un’infinita strada provinciale che lo avrebbe portato in città, ma solo dopo ore, oppure tornare indietro a recuperare il cellulare che aveva lasciato in magazzino. Scacciò immediatamente dai suoi pensieri quest’ultima ipotesi e si poggiò sul guardrail, in attesa di un automobile che potesse scortarlo in città.

Passarono le ore, ma nessuna anima viva prese quella strada, né a piedi, né con un mezzo. La notte scendeva inesorabile, il buio si infittiva, a parte quel bagliore inquietante all’orizzonte. Per la prima volta Tanzi si fece la domanda cardine di quella giornata: “e se fossero tutti morti?”
Poi un lampo accecante, frutto della naturale instabilità atmosferica che preannuncia un comunissimo temporale. Subito dopo un tuono e quasi contemporaneamente la prima goccia di pioggia; questo lo spinse a cercare un riparo nella brulla campagna. Di andare a piedi in città, ora non c’era davvero modo.
Quasi completamente zuppo, Tanzi trovò rifugio in una piccola casa diroccata a pochi metri dal ciglio. Doveva essere la casina che qualche contadino della zona usava per conservare alcuni ferri. Non lo avrebbe di certo incriminato per aver cercato riparo da quel rovescio apocalittico… e da quelle sfere accecanti e forse ancor più pericolose.
Si tolse la giacca, la poggiò per terra e, infreddolito, si sedette in un cantuccio di quelle quattro mura ammuffite. Nonostante fosse immerso nella penombra cercò di studiare l’ambiente. Alla sua destra c’era un tavolo da lavoro, di fronte, sul muro, un quadro di legno sul quale erano conservate seghe, chiavi inglesi, un vecchio tornio e altre centinaia di ferri arrugginiti. Al centro della stanza un piccolo sgabello di legno e poco altro. La polvere faceva da regina, le mura erano annerite dall’umidità.
Ancora scosso dalla luce che si intravedeva in lontananza, attraverso una piccola finestra della casina, cercò di ripercorrere mentalmente gli avvenimenti di quella assurda giornata, sperando che la pioggia portasse via anche la causa di quella fuga incontrollata. Sperò che i suoi colleghi fossero ancora nel mondo dei vivi, e con questa preoccupazione nella testa si addormentò.

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