Il mondo addomesticato – 9. Estinzione


Quando sulla Terra scese un’intelligenza a lui superiore, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito… ma le cose cambiano, l’abitudine, nel tempo, diventa sovrana. Bisogna solo saper aspettare…

Puntate precedenti: 1. Pilot / 2. Casa / 3. Libertà / 4. Città / 5. Natura / 6. Memoria / 7. Comunità / 8. Contratto

Per un nugolo di mosche, una semplice pioggia, potrebbe sembrare la fine del mondo.
La loro vita da ditteri è così breve che difficilmente potrebbero farne esperienza e tuttavia, se ciò accadesse, non potrebbero che ritenere quel qualcosa a una catastrofe per la loro intera specie.
Questa illusione vale anche per l’uomo.
Le tragedie sono sempre qualcosa di personale e sociale insieme, anche quando si proiettano su scala globale: un’epidemia virale, una guerra atomica, il riscaldamento atmosferico, un meteorite.
Tutte ottime cause per l’estinzione umana e animale.
Se un nugolo d’insetti però, riuscisse a trovare un rifugio, una foresta, le cui fitte trame la riparino dall’acqua, allora sì, allora tutto sarebbe diverso.
La specie avrebbe ancora un’opportunità per sopravvivere.

Sette anni dopo la discesa delle sfere di luce sul pianeta Terra, l’uomo era seduto sulla piccola panchina di legno fuori da quella che da molto tempo era la sua casa. Era notte, e come ogni notte rimirava le stelle, in silenzio, circondato solo dai fruscii che la campagna gli donava come distrazione.

La libertà. Un chiodo fisso. Un pensiero costante che non aveva mai provato a cacciare via. Una specie di tarlo perpetuo che contribuiva solo a farlo stare peggio.

– Federico – una voce di donna lo chiamava dall’interno della casina che, una volta diroccata, adesso appariva come uno strano solido regolare, sviluppato in altezza e fluttuante. Oramai solamente una parte, quella con la piccola porticina di legno, ricordava ancora la vecchia struttura della casamatta del falegname. Il resto era una sorta di dodecaedro che prendeva vita da quelle pareti e riluceva di una luce azzurrina, che dava l’impressione alle mura di non essere mai del tutto ferme.

L’uomo si voltò verso quella voce. Il suo sguardo tradiva rassegnazione. Poi di nuovo si girò verso il firmamento, come a volerlo imprimere ancora una volta, al meglio, all’interno della sua memoria. Strinse gli occhi con forza e una lacrima gli corse lungo la guancia.

Poi il rumore statico alle sue spalle lo fece tornare in sé. Il dodecaedro iniziava a cambiare forma, ripiegando le facce su se stesse, verso l’interno della casina.

Si alzò in piedi e pensò alla fuga. Quante volte ci aveva provato, durante quei lunghi anni, invano. Con lei e senza di lei. Era stato tutto inutile. Non si può fuggire da un luogo quando non ne conosci le regole che ne governano la fisica.
Si trascinò verso la porticina, mentre il solido continuava la sua operazione di scomposizione/ricomposizione. Aprì ed entrò.

– Non ci posso credere! – Mara, il suo vecchio capo, e ora la sua compagna di vita, era piuttosto infuriata. Era seduta di fronte a lui, intorno a un tavolo scuro e lo guardava con gli occhi socchiusi, mentre gli passava una manciata di cubetti rossi. – Stai pensando ancora ad andare via? E noi cosa dovremmo fare senza di te qualora riuscissi davvero a fuggire – cosa non scontata, visti i precedenti, e visto che non ci tengono molto a farci uscire?

– Non posso continuare a vivere così – Federico non la guardava. Ingurgitava quello che da quando erano lì era il loro cibo. – Ho bisogno di sperare che possa essere diverso, che possiamo evadere da questa follia.

Le mura della casa erano bianche, asettiche. Il bancone da lavoro, la finestra, l’armadio macilento non c’erano più. Era tutto sparito per dare spazio a una stanza luminosa come un ambulatorio medico nuovo di zecca. Il pavimento era lucido, sembrava di metallo. Era dello stesso materiale del tavolo intorno al quale Federico e Mara erano seduti. Anche lo spazio era molto più grande. Quella camera di pochi metri quadri aveva almeno triplicato le sue dimensioni, e l’altezza delle sue pareti non era in alcun modo distinguibile in tutto quel bianco.

Proprio dall’alto arrivarono tre bambini. Nessun volo, nessun salto. Semplicemente camminavano sulle pareti, in piedi, dal loro punto di vista. Ignoravano completamente la gravità. Avevano indosso delle tutine di un colore chiarissimo, tra il giallo e il bianco. Il più grande avrebbe potuto avere sette anni, aveva l’aria tranquilla. Il più piccolo forse tre, aveva una camminata buffa eppure si trovava a suo agio in quello strano passeggiare. Quello di mezzo ne poteva avere cinque, di anni, e sembrava il più vispo.

Vedendoli Mara si alzò e prese in braccio il più piccolo, mentre si trovava ancora parallelo al pavimento, gli diede un bacio sulla guancia e iniziò a dargli da mangiare. Lo imboccava con le sue stesse mani. In silenzio, durante questa operazione, fissava Federico che ora le ricambiava lo sguardo.

– Ma chi voglio prendere in giro? – sussurrò l’uomo. – Non si può uscire di qua, neanche quando siamo fuori. Hai ragione tu. È tutta un’illusione e noi ci siamo dentro fino al collo.

– Questa è la nostra vita, ormai, Federico – disse Mara.

– Sì – sussurrò lui riprendendo a masticare i cubetti rossi. – Devo solo rassegnarmi. Guarda loro come sono tranquilli, invece.

Si alzò in piedi e fece un rapido giro della stanza. Osservò i due fratellini rincorrersi sul muro infinito. Li vide scendere a terra cambiando prospettiva gravitazionale e continuare la loro corsa intorno al tavolo dove la sua compagna e il figlio minore erano avvolti in quell’abbraccio familiare. Rimirò le escoriazioni celesti che di tanto in tanto, ancora, si ramificavano lungo le pareti bianche. Per quanto potesse ripetersi che l’unica alternativa era abbandonarsi a quella condizione di prigionieri, non riusciva a superare il suo stato depressivo.

– Non riesco ad accettarlo – disse. Poi rivolse uno sguardo affettuoso ai suoi figli. – Loro sono di un’altra generazione, sono nati qui, per loro è tutto normale.

La donna si alzò, e si avvicinò all’uomo. Allungò una mano sulla guancia di lui e lo accarezzò.

La notte passò serena. Procedendo lungo una delle pareti della casa, si giungeva presso quattro nicchie esagonali, rivestite all’interno di una materia soffice e grigia. Uno di questi quattro loculi era largo più del doppio degli altri: era il buco dove dormivano i due uomini adulti, mentre negli altri buchi più piccoli prendevano spazio i bambini.

Mentre la famiglia così divisa era ancora immersa nel sonno, un altro uomo stava attraversando la parete, verso il pavimento. A guardarlo bene era una sagoma solo dall’apparenza umana, ma che riluceva in maniera intensa. Camminando, la figura emetteva un mugolio continuo, come una sorta di richiamo cantilenante.

– Federico – sussurrò Mara, senza aprire gli occhi e toccando lievemente il braccio del suo compagno.

– Cosa c’è?

– La sfera è arrivata. Bisogna scendere.

– È un po’ di tempo che non hanno più la forma di sfere – disse lui stropicciandosi gli occhi. – Credo sia arrivato il momento di chiamarli con un nome diverso…

– E come vorresti chiamarli? – disse la donna sorridendo e cercando i suoi vestiti. – Mugoloni?

– Non sarebbe male – rise lui. Afferrò un paio di pantaloni di un materiale plastificato che si trovavano per terra e si contorse per indossarli all’interno del buco angusto dove avevano passato la notte. – Li potremmo chiamare padroni. Tanto sono i nostri padroni, vero?

Mara gli lanciò uno sguardo infastidito. Sembrava dire, in modo piuttosto eloquente, ti stai davvero ancora lamentando? Ma Federico non ci fece caso, o non volle cogliere la provocazione, e senza coprirsi il petto discese la parete verso il pavimento.

– Ehi, mugolone! – gridò verso la figura, mentre era a metà strada. Poi aggiunse tra sé e sé – Oddio, le vertigini. Non mi ci abituerò mai.

L’alieno si voltò a guardarlo, sebbene non fosse dotato di occhi, la forma antropomorfa della testa era chiaramente girata verso l’alto, a osservare l’uomo che scendeva dinoccolato, in attesa.

Quando Federico raggiunse terra i due, l’uomo e l’alieno, si studiarono per un po’. La figura rilucente era circa mezzo metro più alta di lui, dai contorni pulsanti di quel vivido lucore. Aveva ora la testa leggermente piegata verso il basso, a voler osservare il piccolo uomo che aveva davanti e che gli parlava in maniera concitata.

– Ascolta, amico. Io lo so che non ci avete fatto mancare nulla in questi anni. Solo, vorrei chiederti, per una volta, se possiamo mangiare qualcosa di diverso da quella sbobba rossiccia. Sai, non dico latte e biscotti… non dico neanche di pretendere una bistecca per pranzo! Ma, dio mio, un pezzo di pane o un frutto ogni tanto non ci farebbe male…

– Ogni giorno fai la stessa pantomima – Mara aveva seguito il suo compagno e l’aveva raggiunto sul piano orizzontale di quella stanza. Si richiuse il laccio della sua tuta da notte. – Non ti capisce, Federico. Vuoi capirlo?

L’alieno aveva ora due esseri umani di fronte e oscillava lentamente la testa al fine di percepire ora uno ora l’altro. Di tanto in tanto emetteva degli strani versi, tutt’altro che minacciosi.

Con un gesto fermo mise uno degli arti superiori sul tavolo che si trovava proprio di fianco a loro e creò dal nulla una decina di cubetti rossi.

– No, no! – sospirò stufato Federico. – Voglio la frutta! Mio dio! Frutta!

– Federico, calmati – lo intimò la compagna.

Mentre i due “conversavano” amabilmente con l’alieno, i tre bambini discendevano dal piano verticale, e anche con una certa frenesia infantile. Il più grande era il più veloce, e il più piccolo, non volendo arrivare per ultimo alla colazione, incespicò nel piede del fratello medio, perdendo l’equilibrio di tutti e due i piedi.

Fu un attimo, la caduta sembrava inevitabile, ma per una strana conversione gravitazionale il piccolo non cadde, ma si ritrovò a ruotare su se stesso, in aria, e ad atterrare accanto alla madre illeso, arrivando, peraltro, prima degli altri due.
La madre cercò di rimproverarlo in qualche modo, ma Federico, in tutto questo frangente, non aveva smesso di borbottare per la sua colazione.

– Diamine! – Esclamò tra sé e sé. – Cosa darei per un po’ di frutta!

Mentre erano tutti al cospetto del mugolone, il ragazzetto di cinque anni si avvicinò a quella figura rilucente e gli fece un cenno. Questi abbassò la sua luminosità e si chinò come a voler ascoltare meglio quello che il bambino avrebbe voluto chiedergli.

– Ahmem mahamm mehemm mmhoemm.

– Cosa diavolo gli sta dicendo? – sussurrò Mara, ma Federico non aveva neanche fiato in gola per risponderle.

La figura aliena si rialzò in piedi, posò nuovamente la mano sul tavolo, e sempre dal nulla apparirono diverse varietà di frutta: mele, banane, arance, fragole e mango.

Federico guardò il proprio figlio stupefatto, e questi si limitò a dire con la sua vocina – Buongiorno, mamma. Buongiorno, papà. È questo quello che intendete voi per “frutta”, vero?

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