Il mondo addomesticato – 12. Prigioniero


Quando sulla Terra scese un’intelligenza a lui superiore, l’uomo non era pronto, nonostante tutto quello che era stato scritto, girato, narrato, raccontato, avvertito… ma le cose cambiano, l’abitudine, nel tempo, diventa sovrana. Bisogna solo saper aspettare…
Sette anni dopo la discesa delle sfere di luce sulla Terra, Federico Tanzi e Mara Alberti vivono in prigionia nella casa dove avevano preso rifugio. La coppia ha avuto tre figli. Webster, un uomo proveniente dal futuro, è alla ricerca di bambini che possano fungere da ponti e riportare i “fuoriusciti” nel suo piano spazio-temporale.

Puntate precedenti: 1. Pilot / 2. Casa / 3. Libertà / 4. Città / 5. Natura / 6. Memoria / 7. Comunità / 8. Contratto / 9. Estinzione / 10. Ritorno / 11. Intervallo

Siamo tutti prigionieri in qualche maniera.
Chi più, chi meno. Chi fisicamente, chi solo psicologicamente.
C’è a chi sta bene, chi non si pone assolutamente il problema e continua a vivere la sua vita senza alcun pensiero.
C’è invece chi è “cattivo” nel vero senso del termine, catturato e reso schiavo, e sente su di sé tutto il peso delle catene. E lavora ogni giorno per disintegrarle.

 

Un rumore acuto lo svegliò da un sonno già precario e una luce abbagliante gli tormentò la vista. Non riuscì a soffocare un verso di agonia.

Si portò una mano davanti agli occhi per proteggersi dai raggi bianchi e, con quell’ausilio, poté distinguere delle figure umane.

– Avanti, alzati! – quando la luce fu abbastanza vicina, riuscì a scorgere meglio la fisionomia: sulla trentina, dal volto troppo stanco per la sua età, e tuttavia con gli occhi ancora buoni. Era Vittorio. Quello che riuscì a distinguere bene però, fu soprattutto il fucile. – Dai, Alex, non rendere le cose più difficili.

Alex si alzò dalla branda. Ci aveva messo l’intera notte e metà della mattinata a smaltire la sbronza. Fu felice di quel poco d’acqua che l’uomo gli porse. Il corpo gli doleva. I polsi erano tenuti uniti dai lacci e anche quella posizione delle braccia contribuivano all’indolenzimento generale. Ora che muoveva dei passi verso l’esterno, il sollievo era indescrivibile.

Quando varcò la soglia, l’aria pulita e la luce del sole lo rigenerarono. Eppure non volle dare alcuna soddisfazione ai suoi aguzzini.

– Ti è passata la voglia di rompere i coglioni? – disse Giovanni, un uomo di mezza età e dall’espressione indisposta. Sulla sua faccia faceva capolino un pesante occhio nero.

– Calma, non siamo qui per fargli un processo – lo ammonì Vittorio. – Ha già pagato per le sue azioni.

Alex non rispose. Si limitò a guardarli con uno sguardo sereno e sollevò la testa per godersi una leggera folata di vento che stava soffiando proprio in quel momento. Gli occhi iniziarono a dolergli meno e tutto il corpo sembrò riprendersi pian piano dallo stato di intorpidimento.

Giovanni sbuffò. – Fottuto ubriacone – gli disse. Sputò a terra e prima di allontanarsi da gruppo aggiunse – sei libero ora, ma bada che non si ripeta una cazzata del genere. Potrei non essere altrettanto magnanimo.

Vittorio gli liberò i polsi. – Cerchiamo di stare tranquilli, ok? – disse, e poi seguì l’altro uomo, lasciando Alex all’interno di uno degli spiazzi interni della fabbrica.

Alex vide avvicinarsi un uomo anziano, vestito con degli stracci da operaio, procedeva in direzione opposta ai suoi due carcerieri. I due lo salutarono e il vecchio ricambiò distrattamente.

– Alex, come stai? – gli chiese quando fu abbastanza vicino.

– Fresco come una rosa – rispose l’uomo.

Il vecchio rise, lo prese sottobraccio e lo invitò a seguirlo.

 

– Forse hai un po’ esagerato, che dici? – I due erano seduti a un tavolo del grande refettorio. Erano soli, la sala era deserta a quell’ora della mattina. Solo di tanto in tanto qualcuno passava, o sbirciava all’interno, più per la curiosità della liberazione di Alex che per altri motivi legati al luogo.

– Esagerato? – Alex sbuffò in una risatina sarcastica. – Per una piccola rissa da bar…

Mentre parlava, l’uomo sorseggiava una bevanda calda e di tanto in tanto lamentava dei dolori al corpo. Ermanno lo osservava. Parlava cautamente. Era ben consapevole che la notte di reclusione non era servita a far sbollire del tutto la rabbia di chi aveva di fronte. Anzi, se possibile, avevano contribuito solo a inasprire quei rapporti già precari.
– Lo sai come la penso. Dobbiamo venirci incontro.

Alex sollevò lo sguardo da sulla tazza e lo rivolse all’uomo anziano. – Sono sette anni che viviamo in questo posto. Per i primi mesi abbiamo dovuto lottare con quelle tre bestie, che ci sfruttavano per le escursioni e ci razionavano il cibo… e non solo. Ora dobbiamo sottostare alle regole di Vittorio e i suoi amici.

– Vittorio e gli altri sono stati eletti democraticamente da tutto il gruppo, e stanno facendo il possibile per gestire al meglio la situazione.

– Non li ho votati io.

– Perché lo fai? – Gli chiese il vecchio.

– Che cosa vuol dire?

– Tutto questo, tutta questa rabbia. Perché lo fai? Per te, per la comunità, per Stefania, per tuo figlio?

Alex riabbassò lo sguardo. Il vecchio sapeva di aver toccato più di un tasto dolente in quelle domande. Tuttavia, il ragazzo era consapevole che l’ultima cosa che Ermanno era in grado di fare era provocare.

– Mio figlio… – sussurrò Alex.

– Se non lo fosse, cambierebbe qualcosa? – chiese Ermanno.

– No, non cambierebbe nulla.

– Ne ero sicuro. – Ermanno si alzò, con aria rassegnata. – Non voglio costringerti a fare niente. La vita è la tua. Se vuoi continuare a distruggerti, fa’ pure. Ma una cosa devo dirtela – ora il vecchio gli puntava il dito contro, autorevole anche se non minaccioso. – Qui c’è bisogno di te. Di una persona intelligente, sveglia e che si dedichi alla comunità.

 

Da quando erano rientrati quel giorno con il camion, il triumvirato – così l’allora giovane Vittorio aveva soprannominati sin da subito Nicola, Luca e Giuseppe – aveva stabilito i termini gerarchici del gruppo. L’idea era piuttosto semplice: loro avevano le armi, loro dettavano legge.

Alex e gli altri avevano sin da subito provato a ribaltare quello stato di cose e, dopo vari tentativi falliti, finalmente ebbero la meglio sui tre teppisti del supermarket.

Prima di riuscire nell’impresa fortunatamente non c’era stato alcun decesso, ma il triumvirato aveva una certa predilezione per la violenza sessuale come pena per il mancato rispetto della legge e così, nei pochi mesi della loro amministrazione, le donne avevano subito una serie di maltrattamenti e stupri.

L’inevitabile epilogo degli episodi fu il riuscito avvelenamento dei tre.

Quando venne fuori il caso di Stefania, la compagna di Alex sin dai primi tempi in cui si erano rifugiati lì, lui non riuscì mai a perdonarselo.

Ora che cresceva, il piccolo Michele, iniziava a somigliare al muto psicopatico dai capelli lunghi.

Da allora Stefania si era alienata da lui e dall’intera comunità. Alex era così rimasto solo, per quanto si potesse rimanere soli in una comunità di meno di venti adulti raccolte in una struttura di poche centinaia di metri quadrati. Ormai le sue attività predilette erano il bere e l’accendere tafferugli con futili pretesti.

 

Uscito dal refettorio, Ermanno percorse lo spiazzo centrale. Rumori di colpi metallici provenivano dall’officina, sulla sua sinistra: Gino e Giovanni erano sempre a lavoro per riparare qualcosa recuperato all’esterno; in quei giorni si trattava di un enorme frigorifero da gelateria che poteva risultare molto utile agli abitanti della centrale. A destra, Bettina e Marisa stendevano alcuni panni puliti. Lì vicino, un paio di bambini giocavano a rincorrersi. Alcuni di loro erano stati il frutto della violenza, ma ora, a distanza di anni, non importava più.

Eppure Ermanno si trovò in quell’istante a compatire Alex. Lui si era arreso e in qualche modo si erano arresi tutti. La comunità non viveva male, ma sembrava profondamente infelice. Dopotutto sopravvivevano e ogni giorno poteva cambiare tutto. Lo lesse negli occhi degli uomini e delle donne proprio mentre stava passando di lì. Lo lesse nello sguardo consumato dal tempo di Gino, in quello forte e intraprendente di Vittorio, lo lesse nell’evitamento delle donne.

Eppure i bambini erano così gioiosi. Se esisteva una speranza, questa dipendeva solo da loro.

Poi si fermò nel bel mezzo del piazzale, alzò lo sguardo e osservò Vittorio e altri due membri del consiglio. Con la mano si fece ombra dalla luce del sole. I tre erano, come di solito, su una loggetta del primo piano, seduti su un divano e altre sedute raccattate da qualche spazzatura. Discutevano sulle opere da portare a termine, sulla produzione scarsa della poca terra messa a coltivare nei dintorni della centrale – e ancora al riparo dalle sfere di luce – e su come avrebbero dovuto gestire i pochi animali da fattoria che erano riusciti a portare dall’esterno.

Quando Vittorio vide il vecchio fermo nello spiazzo gli sorrise e gli fece un saluto con la mano. Ermanno abbassò lo sguardo e riprese la sua direzione.

Stefania era di spalle, rivolta verso la piccola cucina di fortuna che si trovava nell’appartamento che occupava insieme a suo figlio Michele. Quando Ermanno entrò non si voltò.

– È tornato – sussurrò prima che il vecchio riuscisse anche solo a salutare.

Ermanno trasalì. Il tono della voce della donna aveva reso chiaro il soggetto sottinteso di quella frase. – Dov’è?

– È di là, con Michele. – Stefania si asciugò le mani tremanti e si girò verso Ermanno. Aveva le lacrime agli occhi. – Non farmelo portare via, ti prego.

Ermanno attraversò un arco e subito si trovò di fronte Webster. Era seduto accanto al piccolo Michele. Stavano giocando con dei piccoli solidi di legno. Non appena Webster vide il vecchio, si portò un dito alla bocca per dirgli di fare silenzio. Ermanno non si spiegava come Webster riuscisse a entrare e uscire dalla centrale elettrica senza che le guardie del consiglio se ne potessero accorgere. Tuttavia, reputava quell’uomo proveniente da futuro come un amico, sebbene fosse al corrente di ciò che cercava.

– È giunto il momento – disse Webster alzandosi. Aveva la mano nella mano con il bambino.

– Immagino sia proprio necessario – mentre Ermanno sussurrava queste parole, Stefania si sporse da dietro le sue spalle.

– Ti prego, ti prego – iniziò a ripetere in un mantra sempre più incalzante.

– Stefania, sta’ tranquilla, per piacere – il vecchio cercava di consolare la povera donna.

– È necessario – disse Webster. – C’è qualcosa che deve essere compiuto, ne abbiamo già parlato, e solo i bambini sono in grado di provvedere a questa cosa.

– Ma perché lui? Perché mio figlio?

La donna alzò la voce e Webster iniziò a temere che qualcuno potesse sentire e accorrere.

– Calmati, Stefania – Ermanno cercava di trattenere la donna che si proiettava verso il figlio, per strapparlo dalle mani dell’uomo in bianco.

Quando si sentì trattenuta urlò, più volte. In pochi secondi i tre uomini del consiglio erano fuori dal piccolo appartamento ricavato da Stefania.

– Ehi, che diavolo succede qui? – Urlò Marco dal piccolo finestrino che dava all’interno. E poi si rivolse a Webster. – Ancora tu?

Vittorio e l’altro uomo entrarono nella stanza, scostarono Ermanno senza troppi complimenti e puntarono le loro armi sull’uomo in bianco. Intanto Stefania aveva afferrato il piccolo per l’altra mano e iniziò a strattonarlo per sottrarlo a Webster. Michele piangeva terrorizzato.

– Lascia il bambino – gli intimò Vittorio.

Ci fu un primo sparo. Fu Marco ad aprire il fuoco. Aveva mirato alla spalla di Webster per farlo desistere, ma questi riuscì a svanire nel nulla prima che il proiettile lo raggiungesse. Preso dal panico Alberto, l’altro uomo del consiglio sparò, praticamente alla cieca. Colpì la donna al petto e quella emise un grido di dolore.

Attirata dal primo sparo, molta gente accorse, tra cui Alex che arrivò in tempo per vedere la scena. L’uomo si precipitò a raccogliere il corpo della donna, – Non lasciarmi! – gridò mentre le teneva il viso tra le mani.

– Io… è stato un incidente – balbettò Alberto instupidito dalla tragica conseguenza del suo atto.

Alex si scagliò contro di lui. Era rosso di ferocia. Ma subito gli altri uomini li separarono e spinsero Alex fuori dal piccolo appartamento.

– Brutto figlio di puttana! – urlò l’uomo contorcendosi dal dolore sul brecciolino. – L’hai uccisa!

Vittorio si precipitò verso il corpo di Stefania e ne constatò il decesso.

– Mi dispiace, mi dispiace – continuava a ripetere Alberto con le lacrime agli occhi.

Marco raggiunse Alex che si disperava. Si chinò su di lui e lo toccò nel tentativo vano di trasmettergli un po’ di conforto. La gente intorno era troppo sconvolta per l’accaduto.

– Cos’è successo? Perché avete sparato? – chiese Gino trafelato.

– C’era quell’uomo, Webster… voleva portare via il bambino – disse Marco. – Gli ho sparato per intimidirlo, ma è svanito nel nulla.

Alex continuava a sbraitare. Giovanni e altre persone entrarono nell’appartamento e portarono fuori il corpo della donna. Alberto continuava a ripetere – Io non volevo… Non volevo!

Vittorio si era chiuso in un silenzio profondo. Era come bloccato da quella tragica situazione. Poi un particolare lo riportò alla realtà. Dov’erano finiti il vecchio e il bambino?

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