Il magnifico cornuto


E’ sera, finalmente sono riuscito ad alleggerire il carico del peso che mi gravava sullo stomaco, parlo di politica e di scarico del cesso, proprio quello che fu censurato sulla copertina del Beggar’s Banquet.

L’aria è tiepida, il centro abitato si è svuotato, le strade sono solitarie, l’asfalto e le palazzine respirano inassenza di smog; il colore d’intorno tende ad un freschissimo viola-blu di classe, sarebbe l’ora adatta per abboccare un negroni o un martini cocktail e invece, tornato da una sudata atletica lungo il lago, a passo veloce, rincaso affannato.

Mantenere la linea dell’orizzonte alta: un buon proposito.

Dentro casa assaporo sulla pelle l’acqua della doccia, il sapone benefico, l’accappatoio morbido e le ciabatte, scartate dall’involucro, rubate in quell’albergo lì… non ho voglia di fumare, mi sparo un kiwi come aperitivo e mi rilasso sulla sedia a dondolo. La cena non mi stuzzica per niente, vorrei celebrare la luce crepuscolare con qualcosa di degno, che possa eguagliare l’intimo, momentaneo e breve, ma non troppo, attimo di classe. Un’idea svampa dalla lampada e lo spirito di Lou Reed salta fuori, il New York Album è scelta azzeccata, anche se non nuova di zecca.

Un album ‘estraneo’, già quando uscì, con quei suoni secchi e metallici, le felici liriche sciolte nelle melodie, gli intarsi delle chitarre, l’annodarsi fluido del blues, il rock che smorza la città: è proprio l’ora giusta, e fila una meraviglia, tanto che sento spirare brezza marina sul viso, neppure stessi facendo un giro sul motoscafo al largo di Porto Venere; la distesa d’acqua, come l’asfalto, è profondamente blu, immobile, e la calma si diffonde, galvanizzando lo spirito: è l’ora giusta, no?!

La distanza, il rispetto, il porsi fuori dai canoni parlando pure in lingua. La musica più bella è quella che riesce ad estraniarsi dal tutto, pur mantenendo una connotazione nella forma; è lo stile, e qualche accorgimento nella produzione, che crea l’altrove nel presente, l’ideale palpabile e bevibile.

Lou Reed aumenta quella distanza dal circostante, stacca, in virtù dell’estraneità a partire da quel lontano anno in cui comparve l’album, il 1989. Oggi, però, appare più estraneo che mai, confinato nella sua solitudine stellare, provvisto di quell’aria cosmica che solo un diamante conferisce al buio.

Oggi, dicevo, la musica che val la pena ascoltare è quella che rimane estranea al tutto, uguale ad una stella cadente che costituisce ogni volta un miracoloso evento, il tuffo dell’anima.

Persi i confini umani, cambiate le regole del gioco, arroccati i fanti e le dame, sbolognati i pedoni, resta la scacchiera vuota;essa non si trova più sul pianeta Terra, è ancorata alla volta celeste, immortalata nel cielo notturno, quello foriero di sogni e di immaginazioni fuori dal comune e perciò estraneo.

Perché lo spazio comune non è più celebrato dai musicisti, non vi è niente che lega loro a noi, hanno perso il senso della distanza, loro che esistono, che non sono andati lassù come il Santo Lou, e che dovrebbero invece accorciarla, tuttavia restano estranei a sé, e a noi stessi, giusto nel tempo in cui si dibattono precariamente dentro la visione di una creativa routine impagliata al pari di uno spaventapasseri, ove cercare un ago che punga rasenta la pura utopia.Questa è la ragione principe che decreta la morte, dopo la rock music, della musica tutta, perché si fa francamente inutile, buona solo per intrattenimento incapocchiato o da easy listening, seppur copiato.
Per cui jammo da solo la mia song che almeno serve a me stesso. E ognuno si jammi la propria, ma non mi parlate più di Di Maio che scacazza a destra e a manca; se una cosa di buono c’era nell’impianto m5s, era il comico Beppe Grillo che faceva il serio, ma forse non aveva previsto che uno serio potesse diventare comico.

 

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