Recensione

Entourage-prisma

20 Marzo 2010 A cura di:

Francesco Cipriano

(Seahorse Recordings 2010): Tempo fa comprai delle scarpe ultramoderne, di quelle che non senti neanche addosso, talmente comode e soffici da farti sembrare sospeso a 20 cm da terra. E poi belle, cazzo se erano belle, così simili a navicelle spaziali. Di certo, trovavo assolutamente iniquo il paragone con le mie vecchie ciabattone che accantonai senza neanche pensarci su due volte. Un grande acquisto, pensai, mentre le sfoggiavo in ogni dove. Ma il tempo passava e le mie navicelle cominciavano inesorabilmente il loro percorso di invecchiamento. La loro suola fluorescente cominciava così a sbiadirsi diventando sempre meno brillante, mentre anche il loro lucido fiammante sembrava sempre più opaco.

Per chi, come me, ha bussato alla porta dei trenta già da un pezzo ed intravede quella dei quaranta stretta, strettissima, lì davanti, arriva Prisma dei siciliani ENTOURAGE, pubblicato, manco a dirlo dalla Seahorse Recordings di Paolo Messere, mecenate davvero mai stanco di andare in cerca di giovani talenti e con una percentuale d’errore approssimabile in nanometri.

Su di loro scrissi tempo fa a proposito del loro Enter in our Age, mini-album d’esordio autoprodotto, concettualmente padre di questo full-lenght che viene fuori a circa 4 anni di distanza. Bene, inutile negare quanto sia sensibile ai canti delle sirene edulcorati della roba freakettona. Mi piace annusare qualsiasi cosa, proprio come il canide esemplare che rovista persino nell’immondizia per trovare il suo pasto ma non posso negare di esser cresciuto a pane e Sonic-Youth anch’io così come i tre ragazzi siciliani. Sarebbe illogico sconfessare il senso degli anni ’90 di cui Prisma è figlio. Partendo da questi, Luciano, Paola e Cesco hanno saputo racchiudere il loro mondo in un universo fatto di immagini, spendendo oltre 60 minuti per coglierne tutte le sfumature, senza soluzione di continuità con il presente e men che meno con il futuro.

Lettere Moderne ha quell’appeal dignitario da gran disco, incipit di un percorso fatto di chitarre, pensiero, poesia. Cantautorato elegiaco perché sofferto, lisergico perché bohemienne. E così Boom è noisy robusto, Xself collage visionario, Filosofale furba mentre incalza quel pop spurio, Tra le mie grida post ma non troppo. Segnali di fumo un trip che sa di free e psichedelica. Un disco che comincia e finisce con dignità e rispetto per ciò che possiede e per ciò che ricorda. Personalità da vendere. Rarissimo trovarla di questa levatura già al secondo disco. Non è stato così per i Verdena, si per Il vile dei Kuntz ma era anch’esso il secondo, che sia dunque di buon auspicio?

Il suono è tipico Shellac, Albini, America, potente, limpido, grande, il resto è nostalgia di anni liquidati troppo in fretta per il loro valore, un po’ come le mie vecchie scarpe che fortuna vuole non abbia mai gettato via.

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