Recensione

Blessed Child Opera “happy Ark”

1 Marzo 2007 A cura di:

Dolorian Gray

Un altro gruppo ancora che si va a conficcare tra le costole del revival new wave?

Nossignori. Blessed Child Opera è una band di quattro ragazzi provenienti da Napoli, che pur nuotando in acque limitrofe alla simil-new wave, riesce anche a tenersene a distanza di sicurezza.
Il livello di guardia non è mai raggiunto ed è per questo che mi compiaccio di questo promo.
I Blessed Child Opera sono con questa, giunti alla terza fatica, ma solo da poco ho avuto il piacere di conoscerli. E’ scoprendo anche i lavori precedenti il metodo migliore per comprendere al meglio l’evoluzione stilistica della band campana.
Il folk borderline degli inizi arriva in altre vesti in “Happy Ark”: leggermente sfuocato e meno diretto ma meraviglioso; questo è un semplice segno di come se con sapienza, mescolare influenze apparentemente lontane possa essere realmente produttivo.

La bravura nel fondere insieme romanticismo new wave con approcci strutturali propri di un certo post-rock cantato e sonorità che possono ricollegare ai Mojave 3 più sconsolati è davvero notevole.
La solidità dei brani come “It strucks me” oppure la dolcezza apatica di “The chain” danno risalto alle peculiarità di questa band.
Le strutture delle canzoni hanno i tempi studiati molto bene e si può dire anzi, che nel complesso tutto sia stato studiato molto bene. Non manca neppure la hit (almeno per il sottoscritto), “It’s possible something”, un brano con il ritornello poppy e intrigante, brano che a parer mio tra l’altro conferma le capacità vocali di Paolo Messere (già con i francesi Ulan Bator), molto espressivo e melancolico, forse uno degli anelli più importanti di congiunzione tra le varie influenze del gruppo. Doverosamente pollice su.

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