Libro

Riflessioni Su Un Vecchio Sporcaccione.

14 Luglio 2010 A cura di:

AnarcoDemone

La poetica di Charles Bukowsky.
E d'improvviso quel peso alla testa, quel brivido che ti corre su per la schiena fra i banchi di scuola e ti fa pensare :"Cosa cavolo sto leggendo?? Perchè siamo qua a perder tempo su questa "cosa"?". La conosco bene quella sensazione, così come la conoscono tutti gli studenti di tutte le scuole, anche se molti non ammetteranno mai di aver pensato queste parole e alcuni nemmeno se ne ricorderanno, tutti intenti a magnificare la poetica dannunziana mentre l'auditorio assorto cerca di districarsi fra la giungla di metafore e iperboli.

Il dramma della cultura borghese è che non sa distinguere il bello dal mediocre quando quest'ultimo è abilmente camuffato sotto sete pregiate: una puttana imbellettata (O velina che sia) è gran dama all'occhio dell'uomo della strada.
Allo stesso modo la letteratura è svilita, il poeta sovversivo (A meno che non sia patriota) è emarginato dal programma scolastico; povertà di contenuto, forme e colori, strutture complesse, sono le favorite dell' "intellettuale medio", così come un bottone luccicante in mezzo a un campo attira un merlo. Nel programma di lettere meglio fermarsi a Montale, non sia mai trapelasse qualche idea "marcia" dai vari Eco e Pasolini; alla denuncia della Morante è preferibile l'ingenuità pascoliana.

Ne seppe qualcosa Charles Bukowsky, poeta che fece dell'eremitaggio intellettuale uno stile di vita, auto-isolandosi da personaggi caduti più in basso di quanto egli stesso abbia mai fatto in vita sua.

Anni '50, nel mondo spopola la cosiddetta "beat generation" (Kerouac, Burroughs, Corso, etc..), accompagnata dalle droghe, dal movimento hippy e dalla contestazione; porta con se un carico da novanta di degrado e pseudo filosofie new age che sfoceranno in vampate deliranti come i film di Kenneth Anger o "Il pasto nudo" di Burroughs.
Come succede per tutti i movimenti alternativi il "beat" diventa moda, eclettismo apparente e materiale per quei businnes che speculano sugli adolescienti. Di tutto questo Jack Kerouac è l'eroe, il guru autore di quell'"On the Road" che ha fatto sognare una generazione.
"Sulla strada" è il manifesto della fuga dalla società borghese, della corsa verso il nulla, verso una vita nomade priva di responsabilità ma al contempo è lo specchio di Kerouak stesso, incapace di adattarsi ad una vita sociale, propenso più alla ritirata che all'armistizio.
Per questo Kerouak, per Bukowsky, è un fallito.

Nato nel 1920 da madre tedesca e padre americano Heinrich Karl Bukowski cresce nelle periferie di Baltimora, ne assorbe lo spirito e le atmosfere: il fumo delle fabbriche e la polvere dell'asfalto gli entrano nelle ossa, formandone il carattere e le tendenze. Essendo un ragazzo introverso ed emarginato Karl dedica gran parte della giornata alla lettura, i suoi autori preferiti sono Fëdor Dostoevskij e Ferdinand Céline, figure che contribuiranno alla sua natura cinica e sfrontata.
Abbandonata l'università Bukowsky diventa un vagabondo, lascia e riprende di continuo il suo lavoro alle poste, frequenta innumerevoli donne e bar, alloggia in squallidi motel vivendo a contatto con la feccia della società.
Tuttavia è anche un poeta, un "novelliere" e un articolista, forse il più apprezzato nell'underground statunitense. Si tiene a distanza da tipi come Burroughs, paranoici e alienati, dalla prosa azzoppata dagli eccessi delle droghe; guarda da lontano e con disprezzo questi figli di papà, presi dalla loro infantile ribellione bohemien, attorniati dalla critica favorevole e dall'ammirazione giovanile. La sua esistenza scorre a contatto con la gente vera, con quella fascia di cittadinanza che è arduo persino definire "classe media".
Charles Bukowsy è un tipo autodistruttivo, si, tuttavia è anche un uomo comune, consapevole dei suoi limiti e delle sue necessità: pubblicare, avere un tetto sulla testa, un pasto al giorno e l'affetto di una donna. Nonostante si ponga spesso controcorrente si comportà come il bamboo del proverbio cinese: preferisce piegarsi, piuttosto che spezzarsi.
Ammantato sotto la sua antisocialità c'è un profondo istinto di sopravvivenza, di amore per la vita che solo a volte fa capolino fra le nuvole di uno spiccato cinismo. Anche grazie al suo scrivere "per se stesso" Bukowsky rimane per tutta la vita un poeta prettamente underground, dai contenuti forti, crudi ma assolutamente reali; le sue opere sono sangue caldo su carta. Ogni ruga sulla faccia scura di questo genio del '900 è un'esperienza vissuta davvero, mista a pennellate di fantasia; il volto come il cuore di Bukowsky sono segnati dagli orrori della vita, gli stessi che viviamo noi giorno per giorno. Ma l'abilità particolare di questo grane poeta sta nell'amplificare ogni emozione facendola arrivare al lettore vivida e pulsante, scuotendolo dal torpore, mettendolo di fronte alla brutalità del quotidiano. Bukowsky però ha compreso che non sempre è necessario sconvolgere (Come insegna Cèline), a volte è più prolifico ironizzare, non prendersi troppo sul serio; il rischio dell'essere poco ironici è ovvio: la follia, l'auto-annientamento.
E' un equilibrista Bukowsky, in bilico fra la gloria e il baratro, afflitto da dipendenze gravi da sesso e alcol e dunque tormentato da un profondo vuoto interiore che lo spinge a scrivere, a degradarsi, a odiarsi e a odiare l'umanità intera. Ma come molti altri genii, paradossalmente, ama: ama in modo spasmodico, carico di entusiasmo, riuscendo a veicolare nella sua opera emozioni positive, calde come il sole della sua amata Los Angeles. Ogni prodotto della mente bukowskyiana è un pendolo che oscilla fra speranza e perdizione, rassegnazione e coraggio; dall'oceano di sentimenti contrastanti emerge una sola certezza: il mondo fa male, ma è l'unico posto in cui possiamo stare.

Stilisticamente la poetica di Bukowsky è simile ad una musica, a un blues o ad un notturno jazz: scorre lenta ed elegante, avvolta in una nuvola di fumo di sigaretta. Le parole passeggiano nella testa poichè ognuna trova un angolo a se stante, come tanti avventori di un night si accomodano e stanno per un pò per poi lasciarti un lieve senso di vuoto e mancanza. Tuttavia alle volte il cambio stilistico è brusco, più canonico e in un certo senso banale: è il Bukowsky scosso, traumatizzato, che ha perso la sua tipica nonchalanche. Più spesso invece in poche righe il lettore viene aggredito, psicologicamente violato e stuprato; è il Bukowsy stufo marcio, negativo in assoluto e luciferino.
Attraverso la libertà formale, la fedeltà alle proprie idee e alla forza di non mollare mai Bukowsy ha ristrutturato la figura dell'intellettuale, dando voce al "sotterraneo", a coloro che rimangono sempre invisibili, adombrati da "colossi" che sono e rimangono pur sempre formiche.

A quanto pare Bukowsky ha passato molto più tempo "on the road" di Kerouak.

Consiglio vivamente il film "Barfly" del 1987, di Barbet Schroeder, sceneggiato da Bukowsky stesso e interpretato da Mickey Rourke nei panni di Henry Chinasky.



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