La curiosità uccise il gatto e salvò me.


Una cosa che non auguro proprio a nessuno  è di nascere pigro. Ancora peggio nascere in un contesto poco stimolante, pigri e dotati di una buona abilità nel trovare scuse.

Una paraetimologia farebbe risalire il termine pigrizia al sostantivo greco paresis, da tradursi con “venire meno, indebolimento, trascuratezza, remissione”[1] dal verbo parìemi “lasciar cadere di lato, abbandonare al fianco, trascurare, escludere, permettere, tacere”[2].

Essere pigri vuol dire lasciarsi scivolare le cose addosso, chiudersi in un piccolo nido confortevole e aspettare che il tempo passi. Perché fare qualunque cosa, prendere una qualunque posizione, passare all’azione, vorrebbe dire assumersi le conseguenze del cambiamento, e cambiare, a prescindere dai risvolti positivi o negativi, comporterebbe necessariamente una certa dose di imprevisto e quindi di difficoltà.

Il pigro non vuole, rinuncia a tutto pur di non fare e nel non fare e nel non volere non vive più.

Credo ci sia un confine sottilissimo tra pigrizia e depressione. So che questa affermazione può sembrare radicale, estrema. Ma io concordo con la definizione della paraetimologia[3], e da pigra incallita ed ex depressa, credo di potermi permettere tale speculazione: se la pigrizia porta a “lasciar correre” e nel lasciar correre poi subentra la depressione, l’immobilismo “fisico” diventa “emotivo” e si finisce in una pozza stagnante di rimorsi, paure, angosce, effettivamente profonda quanto uno stagno, ma percepita come l’abisso dell’oceano più profondo. Il depresso, quand’è anche pigro pur di non muoversi, di non stancarsi, di non sbagliare, di non farsi male, resta fermo dov’è, finché non lo spostano e costringono altrove. Si perde tutto e per non sentirne il rimpianto, per giustificare a se stesso il fatto che non vuole fare niente, che non riesce a fare niente, si dice che non vuole niente e che niente vale e tanto vale stare fermo là, proprio dov’è.

Io, nata pigra e anche un po’ vigliacca, dai sedici anni pure depressa, mi sono chiusa in provincia e me la sono fatta bastare per un bel po’. Non era male. In fondo viviamo e abbiamo bisogno tutti delle stesse cose, che si viva in provincia o in città, che si sia pigri o no: vitto, alloggio, intrattenimento, affetti, credo nulla di più. Tutte cose che in un comune di trentamila abitanti si possono trovare facilmente, per i pigri più facilmente che in una metropoli.

Il problema dell’avere con il minimo sforzo tutto quello che si vuole, o forse sarebbe meglio dire tutto quello che basta, è che poi ci si abitua a tutto, anche a quello che non va, anche se fa male. Pigrizia da paresis, che viene da parìemi: lasciar cadere di lato, abbandonare al fianco, trascurare, escludere, permettere, tacere. In sostanza subire. In ventuno anni di pigrizia provinciale si subiscono tante cose, specialmente se si è “femmina”, se si è strani, curiosi, se si ha voglia di fare qualcosa, ma si è troppo pigri per affrontare tutte le difficoltà che deriverebbero dal farlo. Specialmente se non ti senti all’altezza del cambiamento che desideri, o se ogni volta che ci provi qualcuno ti prende a calci in faccia, sberle sul culo e paletti nel cuore.

Dunque: io, pigra, depressa, repressa e in provincia, non sapevo che pesci pigliare, non sapevo come cambiare e cosa fare e d’un tratto, a ventidue anni, mi sono ritrovata a Milano. Non mi ci ha portata l’università, non il lavoro, non l’amore o la famiglia. Mi ci ha portata una passione che non sapevo nemmeno di avere: la musica.

Ascoltare musica, un po’ come leggere o essere appassionati di cinema, è il palliativo migliore per chi è pigro, puoi evadere senza spostarti, vivere vite ed emozioni che altrimenti non vivresti, ma a differenza dei libri e dei film, la musica ti fa muovere: esistono i concerti ed è proprio per i concerti che io, pigra congenita, ho dovuto spostarmi.

Perché Milano? Perché dalla provincia di Napoli la capitale del Nord Italia sembra ancora New York, perché i grandi concerti si tengono a San Siro, al Magnolia, al Fabrique, perché da quando ho sedici anni gli Afterhours sono la mia band del cuore, perché per la musica ci sono più strutture, perché non so come mi sono ritrovata a seguire un workshop di Management, Marketing e Comunicazione Musicale nello stesso locale dove i miei amici si andavano a sbronzare e soprattutto perché a Milano non c’è spazio per i pigri.

Ma la mia salvatrice non mi ha messa su un solo treno, né le è bastato farmi cambiare città. Per lei ci sono stati voli per la Spagna, bus notturni per l’Umbria o la Toscana, chilometri in auto per arrivare a Roma, notti a dormire sul sedile dell’auto reclinato, per terra con solo il sacco a pelo, il divano di uno sconosciuto, la casa perfetta con giardino. Per i concerti ho scoperto luoghi che non conoscevo, ho vissuto in modi che non avrei mai immaginato e conosciuto persone con le quali non avrei mai creduto di poter parlare. La mia vita è cambiata radicalmente in un solo anno e con lei sono dovuta cambiare io.

Questa è la rubrica di una pigra, curiosa e depressa e della musica che l’ha costretta a viaggiare, guarendola.

Colonna sonora: Pigro di Pino Daniele, album Passi d’autore, 2004.

[1] GI p.1594

[2] GI p.1597

[3] http://www.etimo.it/?term=pigrizia

foto di agnese pellino

Trailer prossima puntata:

Wao Festival, l’isola che non c’è, c’è e si trova in Umbria.

“Do you want magic mashrooms?”

Le fate esistono, sembrano olandesi, ma sono croate e dal 19 al 23 luglio hanno abitato i Boschi del Monte Peglia. Mentre i bassi a 140 bpm si facevano strada tra i rami di pini neri, alle dieci del mattino, io preparavo la colazione alla mia piccola tribù di adulti sperduti. Sorpresa alzo la testa nel vedere due piedi nudi e bianchi avvicinarsi al telo che avevo premurosamente steso sul terreno dissestato, pieno di aghi di pino, pietre e rami spezzati. La figura di una ragazza esile, bionda, dagli occhi azzurri si staglia in controluce per poi abbassarsi sulle ginocchia e guardarmi dritto in faccia.

“Do you want magic mashrooms?” Ripete eterea nel suo largo vestito in colori pastello. Guendi, alla mia destra, sgrana gli occhi marroni in un sorriso: “Wao, servizio a domicilio.”

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3 Comments

  1. bob accio
    29 agosto 2017
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    Pigro e senza soldi è poi il massimo del minimo, altro che ozio di Stevenson. Eppure in questa vita a molti è concesso solo il minimo, che diventa importante tutto sommato, o tutto sottratto. Regolare il minimo è salutare per chi non va al massimo… in Mexico!

  2. Olga
    29 agosto 2017
    Rispondi

    Regolare al minimo è necessario se non si può fare altrimenti. Il punto è che un altrimenti è sempre possibile e a volte, con certe premesse, è semplicemente invisibile.

  3. Bob Accio
    30 agosto 2017
    Rispondi

    Regolare! (non fa una piega!)

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